12 gennaio 1977. Le Br rapiscono Costa. Con quei soldi camperanno 4 anni

All’inizio del 1977 anche in un’azione incruenta c’è un salto di livello: sequestrate l’armatore Costa e lo tenete per più di due mesi e mezzo, da gennaio ad aprile. È il primo sequestro dal quale strappare un riscatto, quello di Vallarino Gancia era finito con la morte di Mara. Sceglieste Costa anche per motivi politici?

No, fu solo un autofinanziamento. Però a Genova il vecchio Costa era stato il presidente della Confindustria negli anni terribili, un mito per i padroni e per gli operai. A Genova i Costa sono qualcosa. Non è difficile individuare Pietro Costa, uno dei più giovani, abita con la famiglia in una villa alla spianata di Castelletto – un posto da cartolina, si domina tutta Genova. Lo catturiamo con la solita tecnica, ma era altissimo, sarà stato poco meno di due metri, una fatica tremenda farlo entrare nella cassa. Quando lo tiriamo fuori dice per prima cosa: «Fra tanti della famiglia proprio me siete venuti a cercare, potevate prenderne uno più basso». Era una persona simpatica. Aveva previsto la possibilità di essere sequestrato – c’era stato il rapimento Gadolla,8 c’era stato il sequestro di Vallarino Gancia –, a Genova le Br c’erano da un pezzo, non c’era padrone con un po’ di soldi che non ci avesse pensato. I Costa ne avevano tanti di soldi che si erano addirittura assicurati con i Lloyds di Londra per questa eventualità, ce lo disse lui stesso. E tuttavia il nostro rapito aveva le scarpe bucate. Da non credersi, pioveva, eravamo in gennaio, era stato a bordo di una sua nave e s’era tenuto i piedi a mollo tutto il giorno. È una vecchia famiglia di capitalisti, una dinastia dove si fa carriera per linee interne ma solo se si lavora sodo. Quando gli chiediamo se ha bisogno di un’alimentazione particolare dice: «No, io mangio di tutto purché sia tanto».

Non era spaventato?

Un po’, è naturale, ma non si scompone più di tanto. È uno che razionalizza quel che gli succede, sa circoscriverlo, forse pensa: “Sono un padrone, faccio il padrone, ho un sacco di soldi, è normale che i comunisti ce l’abbiano con me”. Gli diciamo che il nostro obiettivo è uno e limitato: dovrà pagare una tassa, suo malgrado finanziare la rivoluzione. Dieci miliardi, buttiamo lì. Ribatte che dieci miliardi non li spunteremo, la famiglia è in crisi nera, il grande albergo a Rapallo sta fallendo, gli armatori stanno andando a rotoli, l’olio Dante non è che vada a ruba… insomma fa la sua parte. Alla fine ci accordiamo per un miliardo e mezzo.

Nessun incidente drammatico?

Durante il sequestro muore suo padre, bisogna dirglielo con delicatezza, cerco di farlo ma non sono bravo in queste cose. Non ha bisogno di parole di conforto: è un cattolico e non gli manca il senso della dignità, si racchiude un po’, piange in silenzio. Un altro episodio m’è rimasto impresso: nel portafoglio aveva i documenti, le foto dei figli, le solite cose e qualche biglietto del tram. Al momento del rilascio glielo restituiamo, lo prende, guarda dentro e fa: «Manca un biglietto del tram, era ancora valido». Veniva fuori da un paio di mesi certo non allegri, aveva appena pagato un miliardo e mezzo, ma a quel biglietto non voleva rinunciare. Questa era la borghesia genovese. La storia con i Costa finisce lì, siamo espliciti con lui quando se ne va, non è una guerra privata. E infatti al processo non insisteranno più di tanto, non so neppure se si siano costituiti parte civile. Anzi, subito dopo il riscatto e la liberazione, il loro avvocato incrocia uno dei nostri difensori e lo prega di trasmetterci i suoi complimenti per la precisione con cui abbiamo condotto l’operazione e per aver mantenuto la parola data, nonostante una provocazione che aveva rischiato di mandare tutto all’aria.

Riguarda il pagamento del riscatto?

Sì. Il denaro doveva essere consegnato a Roma da uno dei suoi fratelli e una sorella, che era una suora laica. Era lei, morta di paura, a guidare l’automobile con le due valigie piene di banconote che avremmo bloccato in una strada senza uscita dalle parti di Monteverde, dopo averle fatto fare il giro di mezza Roma, una specie di caccia al tesoro, controllando a ogni tappa che la polizia non ci segua o non ci abbia teso qualche trabocchetto. Fila tutto liscio, trasbordiamo le valigie, la sorpresa è quando le apriamo. Le banconote sono letteralmente sommerse in una polverina fosforescente, impalpabile e appiccicosa come il borotalco. Basta un respiro appena più profondo che si alza e te la ritrovi sulle mani, sui capelli, sugli abiti. Alla luce normale è invisibile, ma ai raggi ultravioletti si accende e ti ritrovi illuminato come un albero di Natale. È una provocazione, quei soldi sono inutilizzabili, chi ha messo la polverina non l’ha nascosta, vuole farci sapere che c’è, forse spera in una reazione esasperata. Invece no. Ritardiamo di qualche giorno il rilascio, facciamo analizzare la polvere da un compagno chimico, ci informa che esiste una sostanza per neutralizzarla ma che è ancora più semplice lavare le banconote nell’acqua, una per una. Non so quanti compagni hanno passato giorni e giorni nelle settimane seguenti a fare il bucato a quei soldi, appendendoli ad asciugare sul filo come nel film di Totò. Un miliardo e mezzo sono un sacco di quattrini. Ci andremo avanti una vita.

Spendevate molto?

Neanche per sogno. Una volta Pecchioli, che conosce i bilanci del Pci oltre che le loro fonti, prese a riferimento quelli per tentare di farci i conti in tasca. Assurdo. Quel che secondo lui un nostro militante spendeva in una settimana, ci bastava a coprire le spese d’una colonna per due mesi. Erano pochissimi i compagni stipendiati, solo quelli che operavano per le Br a tempo pieno e in totale clandestinità. Gli altri lavoravano tutti, operai, impiegati, insegnanti e vivevano con quello che guadagnavano. Io campavo con 200.000 lire al mese, avevamo tutti lo stesso stipendio, è la verità. Come avremmo dovuto calcolare quel che occorreva al sostentamento di un militante? Sullo stipendio di un operaio, non c’era altro criterio. Sarà stato moralismo, ma lo ritenevamo obbligatorio per una organizzazione clandestina che si finanzia espropriando, atto di cui può rispondere alla gente, ma che resta in buona misura arbitrario. Il miliardo e mezzo di Costa ci bastò per quattro anni, praticamente fino al mio arresto nell’81.

Rivendicaste il sequestro?

Subito dopo il rilascio. È la prima volta che rivendichiamo un esproprio. Facciamo non solo un volantino ma un opuscoletto, tanto ci preme spiegare il significato di questa pratica.

Fonte: Mario Moretti, con Rossana Rossanda e Carla Mosca, Una storia italiana

Ps: Pietro Costa è morto nel maggio 2019

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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