7.11.77: rapito il duca Grazioli. Nasce la banda della Magliana

Le ultime azioni da uomo libero del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere furono quelle di salire sulla sua BMW 320 grigia metallizzata, accendere il motore e percorrere qualche centinaio di metri. Era buio, le diciotto e trenta di lunedì 7 novembre 1977.

A quell’ora il duca lasciò la località Le Torrette, un allevamento di cavalli che passava a visitare quasi ogni sera. Doveva andare agli uffici dell’amministrazione della sua tenuta, e imboccò la strada in discesa, seguito dal fattore Luigi Nanni a bordo di una Fiat 126. Quella campagna che circondava la strada era tutto, ormai, per il duca Grazioli Lante: «don Massimiliano», lo chiamavano dipendenti e amici; i più intimi, invece, «Max».

La passione per la terra

Era riuscito a ottenere quei 534 ettari di terreno a nord di Roma coltivato a grano e pascolo dopo anni di liti e controversie legali con gli altri eredi di una famiglia che affondava le sue radici di nobiltà nella fine del Settecento. Finalmente era diventato amministratore della tenuta, una delle poche proprietà che gli erano rimaste insieme a un’ala di palazzo Grazioli in città − in via del Plebiscito, a due passi da piazza Venezia − e qualche altra cosa. Lasciato il lavoro che svolgeva al «Messaggero», il giornale che era stato della famiglia della moglie Isabella, il duca s’era buttato anima e corpo nella sua campagna e adesso, a sessantasei anni, l’aveva trasformata in una tenuta modello.

Gli ettari di terreno che in quel momento si intuivano soltanto nel buio seguito al tramonto, erano anche il suo orgoglio, un modo per prolungare la tradizione di una famiglia cresciuta e prosperata con l’agricoltura. I Grazioli, baroni dal 1823 per volontà di papa Gregorio Sedicesimo e diventati duchi nel 1851 per ordine di Ferdinando Secondo re di Napoli, erano stati i mugnai del pontefice e grazie a quell’attività avevano accumulato decine di palazzi e una delle ricchezze più cospicue nella Roma papalina. E se a «don Massimiliano» era rimasto ben poco di quei beni, nello stemma della casata − insieme all’aquila, alla colomba e al capretto − c’era ancora un fascio di spighe di grano. Lui, a oltre un secolo di distanza, voleva continuare a dare sostanza a quell’emblema.

Un duca abitudinario

Il duca si recava ogni giorno alla tenuta della Marcigliana, dalle parti di Settebagni, ed era più che metodico negli orari. Usciva al mattino da palazzo Grazioli con la sua BMW, trascorreva la giornata in campagna e non tornava a Roma che dopo il tramonto. Era il suo lavoro, la fonte dei suoi guadagni ancora alti anche se ultimamente, nelle casse di famiglia, erano entrati altri soldi freschi. La vendita del «Messaggero» da parte dei Perrone, infatti, aveva fruttato qualcosa alla moglie Isabella. E quella notizia era circolata pure tra gente con cui «don Massimiliano» non aveva mai avuto a che fare. Fino a quella sera.

La BMW 320 del duca era quasi arrivata all’incrocio di via della Marcigliana con via Salaria, quando un’Alfetta spuntò all’improvviso dal lato della strada, la strinse e obbligò il duca a fermarsi. La 126 del signor Nanni, che seguiva «il padrone», arrivò poco dopo e il fattore fece appena in tempo a vedere l’auto grigia ferma in mezzo alla via e due persone che trascinavano «don Massimiliano» fuori dalla BMW, tenendolo per le braccia e per i piedi. Luigi Nanni pensò subito a un incidente, ma pochi attimi dopo si trovò la canna di un mitra puntata contro la spalla sinistra.

Un uomo incappucciato ordinò a quello col mitra: «Tiralo fuori e tastalo». Mentre teneva le mani alzate e veniva perquisito, il fattore udì due spari, poi l’uomo col mitra gli gridò di buttarsi faccia a terra nel fossato che costeggiava la strada. «Se ti muovi ti faccio saltare la testa.»

Il sequestro n. 67

«Stai calmo, non mi muovo», balbettò Nanni, che con il viso nell’erba sentì il rumore di due macchine che ripartivano sgommando. Il duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere era ormai un ostaggio dei suoi rapitori. In Italia andavano di moda i sequestri di persona, in quel periodo. Nel 1977 l’Anonima ne aveva già messi a segno sessantasei superando la cifra record stabilita nel “75, e alla fine dell’anno mancavano quasi due mesi. Il giorno dopo il rapimento Grazioli, a Lecce fu sequestrato Pietro Fiocchi, il «re delle cartucce», e a Chiavari, sulla riviera ligure, il figlio del commerciante e impresario edile Livio Fontana sfuggì per puro caso ai suoi rapitori.

Le preoccupazioni degli italiani, però, erano altre: la situazione politica, coi comunisti che si apprestavano a entrare per la prima volta nella maggioranza di governo, e il terrorismo che stava diventando qualcosa di più massiccio rispetto a quanto appariva all’inizio: anche il movimento degli studenti aveva impugnato le armi, e le sedi di Autonomia Operaia venivano chiuse in base alle prime leggi speciali.

Un sequestro non professionale

A Roma, «don Massimiliano» era l’ottavo ostaggio preso dall’inizio dell’anno, ma la banda che l’aveva portato via la sera del 7 novembre non era composta da «professionisti». A ideare il sequestro fu un certo Franco Giuseppucci, trentenne segnalato più volte dalla polizia per rapine e detenzione di armi. All’epoca i suoi amici di Trastevere, di Testaccio e della Magliana gli avevano già cambiato soprannome: prima era «il fornaretto», poi era diventato «er negro» a causa del colorito scuro della pelle.

Oltre a compiere rapine e a commerciare armi, Giuseppucci faceva il «buttafuori» in una sala corse dalle parti di Ostia, gestita da un certo Enrico, uno che frequentava i giovani fascisti figli della Roma bene, i «pariolini» con capelli corti e scarpe a punta, giacconi paramilitari e passione sfrenata per le armi. Attraverso il giro dei possessori di macchine fuoristrada, ancora ristretto nel 1977, Enrico aveva conosciuto ed era diventato amico di Giulio Grazioli, figlio del duca Massimiliano. Le informazioni necessarie per il sequestro, dalle abitudini del futuro ostaggio alle sue possibilità economiche, venivano proprio da lì.

Il racconto di Abbatino

Uno della banda messa insieme da Giuseppucci, Maurizio Abbatino, all’epoca ventitreenne, racconterà ai giudici: «Si trattava di un salto di qualità rispetto alle rapine che sino a quel momento costituivano la nostra principale attività. Ovviamente un sequestro di persona richiedeva una maggiore organizzazione sia logistica che di impegno personale.

Pertanto, mentre iniziavano i pedinamenti del sequestrando, prendemmo anche contatto, da un lato, con Giorgio Paradisi, il quale conosceva il Giuseppucci a ragione della comune passione per i cavalli e frequentazione di ippodromi, sale corse e bische, nonché con altra persona che faceva il ricettatore, conosciuta da Paradisi; dall’altro lato con una banda di Montespaccato, della quale ricordo facevano parte Antonio Montegrande, siciliano, Stefano Tobia, tale Angelo detto anche “faccia d’angelo” e un cognato di quest’ultimo».

Tra queste persone, la divisione dei compiti era precisa. Continua Abbatino: «Io, Giuseppucci, Piconi, Castelletti, Danesi, Enzo Mastropietro, Paradisi e “Bobo” dovevamo curare e curammo le fasi preparatorie del sequestro, nel corso delle quali si unì a noi anche Marcello Colafigli, conosciuto dal Giuseppucci, che procurò il cloroformio utilizzato per il rapimento. Il ricettatore amico di Paradisi doveva tenere, come in effetti tenne, i contatti con la famiglia del Grazioli. Quelli di Montespaccato dovevano custodire, come in effetti fecero, per qualche tempo l’ostaggio».

Preparate 10 miliardi

La prima telefonata a palazzo Grazioli arrivò meno di un’ora dopo il sequestro, alle diciannove e quindici del 7 novembre 1977. Una voce contraffatta disse soltanto poche parole: «Preparate dieci miliardi». La richiesta del riscatto finì subito sui quotidiani, e un paio di giorni più tardi il telefonista della banda si rifece vivo. Parlò con il figlio del duca, Giulio, un ragazzo abituato agli agi e ai vizi tipici dei rampolli della nobiltà romana, ma anche alle regole rigide imposte dal sangue blu, che improvvisamente si ritrovava sbattuto in una vicenda di cronaca nera. Il telefonista si lamentò per le notizie uscite sui giornali, ribadì la cifra richiesta e specificò che doveva essere consegnata in biglietti di piccolo taglio.

Giulio voleva la prova che suo padre fosse vivo, e che quelli al telefono fossero davvero i suoi rapitori: «Chiedetegli e riferitemi quale fu la sua prima macchina». La risposta arrivò dopo quarantottore: «La macchina era una Lancia Augusta. Ma voi dovete sborsare dieci miliardi». «Non ce li abbiamo», disse Giulio, «adesso possiamo darvi duecentonove milioni.» Il rumore dell’ultimo gettone che cadeva interruppe la telefonata.

Uno stile da brigatisti

Passò mezz’ora e il rapitore era di nuovo dall’altra parte del filo: «Ascolta, duecentonove milioni non sono niente per noi. Chiedi i soldi a tuo zio e a tua madre». Anche i sequestratori sapevano della vendita del «Messaggero» da parte della famiglia Perrone, e volevano quei soldi. I telefoni di palazzo Grazioli, naturalmente, erano sotto controllo, ma i tecnici riuscirono a stabilire soltanto che le chiamate arrivavano dalla zona di Ladispoli, quaranta chilometri a nord di Roma, lungo il mare.

Passarono i giorni, le settimane, e con lo stile delle Brigate Rosse che di lì a poco sarebbe diventato famoso, i sequestratori del duca facevano arrivare di tanto in tanto messaggi e fotografie dell’ostaggio attraverso i giornali. Telefonavano alle redazioni: «C’è un’informazione importante nel cestino dell’immondizia vicino a Castel Sant’Angelo», «Correte in quella cabina telefonica», «Andate in quel bar». Le chiamate arrivavano quasi sempre da fuori Roma, con una voce chiaramente falsata. «Il telefonista», confesserà uno dei sequestratori, «parlava con una pallina da ping-pong in bocca, per camuffare la voce.»

Quelle domande intime

Le lettere per la famiglia dell’ostaggio erano battute con una macchina da scrivere giocattolo, oppure composte con ritagli di giornale secondo il più consumato degli accorgimenti usati dai criminali. Da palazzo Grazioli continuavano a domandare particolari sulla vita privata del duca, sempre per verificare che fosse vivo: «Come si chiamava la prima balia di Giulio? Chi era il falegname che fece i lavori a casa?» E scritte a lato dei messaggi dei rapitori, con calligrafia malferma, arrivavano le risposte del rapito.

Qualche volta, sugli stessi fogli, c’erano le minacce dei sequestratori e le parole affettuose del duca. «Ricordati la fine di “Pallino” fatta a Pisa», scrivevano i sequestratori a Giulio, riferendosi a un cavallo ammazzato prima di una corsa. Poco più in basso una frase dell’ostaggio alla moglie Isabella: «Ho saputo che non sei stata tanto bene. Ti invio infiniti auguri. Tuo Max». (1 – continua)

Fonte: Giovanni Bianconi, Ragazzi di Malavita

Qui puoi leggere la seconda parte
Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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