Sequestro Moro/1: Mario Moretti racconta i preparativi

La chiesa di piazza dei Giochi delfici (fonte Google Maps)

L’intervista autobiografica di Mario Moretti con Rossana Rossanda e Carla Mosca contiene un lunghissimo capitolo dedicato al sequestro Moro. Ho perciò deciso di scompattarlo e di proporlo “a puntate”. Un modernissimo feuilleton. Cominciamo oggi, la sera della vigilia, con il ragionamento sui “preparativi”

Finora solo i pentiti e i dissociati, per conoscenza parziale o indiretta, hanno consentito ai giudici e alla Commissione parlamentare d’inchiesta di ricostruire quello che accadde il 16 marzo ’78, i 55 giorni di Aldo Moro nelle vostre mani, la sua uccisione e le ragioni che vi avevano portato a via Fani. Sarai tu, ora, a completare questa ricostruzione, o a modificarla, dal momento che la verità processuale ammette di essersi formata, in più punti, solo «con ragionevole approssimazione». Sono state anche fissate alcune date di riferimento. Ad esempio, la scelta cadde su Moro nell’autunno ’77, ma da due anni ti eri stabilito a Roma. È il punto culminante del cosiddetto «attacco al cuore dello stato» che vi siete prefissi dal ’74?

Sono in galera da più di dodici anni e la galera fa brutti scherzi alla memoria. Comprime il tempo o lo dilata, con effetti bizzarri sulla collocazione dei ricordi. Ad ogni modo la scelta dello scontro con lo stato – «attacco al cuore dello stato» è la formula semplificatrice e retorica – non ha una data in un giorno o in un mese, viene dall’evoluzione della nostra prima esperienza, quando ci rendiamo conto che il rapporto fra la proprietà industriale e lo stato è stretto, e non si può colpire l’una senza che intervenga l’altro. Per scontro non intendemmo però guerra fra il nostro apparato militare, quasi inesistente, e quello dello stato: ci avrebbero fatti a pezzi in un batter d’occhio. Puntammo a colpirne alcune articolazioni. La prima era stata la magistratura, con il sequestro del giudice Sossi.

Le linee definitive sono nella Risoluzione strategica del febbraio ’78? È una data che possiamo tenere ferma?

Sì, è stesa nella forma definitiva a Velletri, dove la colonna romana aveva una base. È là che la Direzione strategica, che riunisce i militanti di tutte le colonne, la ratifica.

È diventato il documento un po’ mitico per le Br. Perché si era alla vigilia del sequestro Moro?

Perché è un documento molto ben fatto. È la sintesi del dibattito di alcuni anni e della nostra lettura sulla situazione italiana. Individua l’avversario nello «Stato Imperialista delle Multinazionali», e non ci sbagliavamo. L’errore fu nel credere che il progetto che in quel momento avevamo pensato fosse dominante, restasse assoluto e immobile, senza controtendenze. Per un certo tempo l’organizzazione si irrigidì su questa analisi, ed è probabile che molti compagni l’abbiano inteso come un dogma. Comunque il centro focale della Risoluzione del ’78, sul quale tutti convergono, è che la Democrazia cristiana è l’epicentro del sistema, il nemico assoluto della lotta operaia. In questo, forse banalizzavamo lo scenario politico. Un secondo punto che dà alla Risoluzione del ’78 grandissimo valore agli occhi dei militanti è che la liberazione dei compagni prigionieri è indicata come obiettivo strategico. Tutta la storia delle Br ne è stata percorsa, fin dall’inizio, ma con la Direzione del ’78 diventa irrinunciabile, quasi un’ossessione: non c’è azione che non abbia questo punto di riferimento.

Ti sei trasferito a Roma nel ’75?

Sì. Dopo esserci impiantati al Nord, a Milano e Torino quasi contemporaneamente, poi a Genova, tentiamo Roma. E una volta deciso di attaccare la Dc, la campagna doveva essere centrata là.

Inizialmente sei solo?

Per poco. Quasi nello stesso tempo vengono a Roma, dalla colonna di Milano, Carletta Brioschi e Franco Bonisoli, il “Rossino”. Era il nomignolo da ragazzino, per via dei capelli rossi, e se l’è portato dietro nella clandestinità, anche quando se li è dovuti tingere di un tremendo colore biondo.

Prendi subito una casa?

Non subito. Prima dobbiamo verificare se ci sono le condizioni per impiantare la colonna. Al principio mi appoggio per qualche notte in casa di Barbara Balzerani, qualche altra da certi compagni di Centocelle o della Magliana. A quel tempo nessuno di loro era clandestino. A Roma di clandestino c’ero solo io. Ma non ho avuto problemi: oggi non ci si rammenta più cos’erano gli anni ’70 e quanto fosse vasta la solidarietà del movimento, anche fra organizzazioni diverse. Si stenterà a crederlo, ma da quando sono stato ricercato dalla polizia ho vissuto soprattutto ospite. C’era la mia faccia su tutti i giornali e in tv, ma qualcuno mi ha sempre offerto ospitalità; anche se c’era paura in giro e i pericoli erano molti, e io ne provavo imbarazzo. C’erano quasi sempre dei bambini in quelle case.

Che cosa fai a Roma nei primissimi tempi?

Un giro di incontri intenso, con tutti coloro che avevano chiesto di vederci e sembravano politicamente qualificati e inseriti nella situazione romana. Una frangia del disciolto Potere Operaio, un gruppo di formazione marxista-leninista, alcuni dell’Autonomia allora nascente. Tutti vengono dal movimento, sono conosciuti, gente che si è fatta le ossa nelle lotte studentesche, nelle occupazioni delle case di Roma Sud, nelle lotte sindacali della Sip, dell’Eni, del parastato. Quasi tutti hanno provato forme di lotta illegale o violenta. A Roma succede come dappertutto, le Br funzionano da catalizzatore, accelerano i processi; sono come una calamita per i frammenti di ferro.

Insomma, raccogliete quel che c’era?

Sì, persone e cose… È allora che ci imbattiamo nella maledetta macchina da stampa che ci attirerà a distanza di anni le petulanti attenzioni dei dietrologi. Pare accertato che originariamente appartenesse a non so quale ufficio dei servizi segreti militari di Forte Braschi. L’avevano comprata in un magazzino dell’usato dalle parti di Porta Portese un gruppo di compagni che all’epoca lavoravano all’Eni, quel palazzone di vetro davanti al laghetto dell’Eur, per stampare il materiale del loro comitato, compreso un giornale. È probabile che fosse finita da quel rigattiere per una di quelle magie che permettono a un sacco di piccoli funzionari statali di farsi la barca e la villa al mare con uno stipendio ufficiale di due milioni al mese. Insomma, nell’impiantare la colonna non solo cooptiamo i compagni ma ne “ereditiamo” il materiale, compresi i rottami, che non si buttano perché, si sa, tutto può servire. In realtà la stampatrice è tanto vecchia che non sarà mai adoperata. A immaginare come ne sarebbe stata strumentalizzata la presenza fra le nostre cose, avremmo fatto meglio a mangiarcela bullone per bullone.

Quando hai affittato l’appartamento di via Gradoli 96?

Nel ’77. È la nostra prima base a Roma e la terremo fino a quando viene scoperta. Le regole della clandestinità vorrebbero che le basi venissero cambiate con una certa frequenza, ma non ci siamo mai riusciti. C’è penuria di appartamenti, regole o non regole va a finire che una base non l’abbandoniamo mai di nostra volontà. La chiude la polizia quando la scopre.

Affitti l’appartamento con un nome falso?

Fornisco un’identità fittizia, ingegner Borghi. La tecnica è prendere un’identità inesistente, ma con qualche verosimiglianza: ingegnere Mario Borghi di Genova è plausibile per uno che si presenta come me, che viene dal Nord e ha bisogno di un alloggio provvisorio. Via e numero civico del mio documento falso esistono davvero, in modo che un’eventuale verifica sommaria dia esito positivo. Non reggerebbe a un’indagine approfondita, ma non s’è mai visto un proprietario di immobili che si interessi all’anagrafe dei suoi inquilini più che alla pigione. Se paghi puntualmente l’affitto nessuno fa domande superflue.

Chi di voi ha abitato in via Gradoli?

Un sacco di gente, in periodi diversi. All’inizio Carla e Rossino. Per un poco anche Morucci e Faranda, prima del sequestro Moro, quando salta la base dove abitavano. Durante il sequestro Moro ci abitiamo Barbara Balzerani e io. Barbara è un dirigente di colonna e vi fa base fissa, io ci sono saltuariamente, e per pochissimo tempo ogni volta.

L’appartamento di via Montalcini 8, interno 1, dove Moro sarebbe stato tenuto prigioniero, l’avete invece comprato?

Non dove Moro “sarebbe” stato tenuto, ma dove “è” stato tenuto prigioniero. Da lì non è mai stato spostato, dalla mattina del 16 marzo a quella del 9 maggio.

Quando l’avete comprato, esattamente? E con quali soldi?

Nell’autunno ’77, con i soldi dell’armatore Costa che avevamo sequestrato a Genova alcuni mesi prima. Ne ricavammo più di un miliardo e ci servì per finanziare l’organizzazione praticamente fino al mio arresto.

Perché avete scelto Aldo Moro?

Volevamo attaccare la Dc ed era il suo presidente. Ed è successo che la prima volta lo individuassimo per puro caso. Va così. Bonisoli abita in via Gradoli, sulla Cassia nuova, per andare in centro può fare corso Francia e il viadotto oppure la Cassia vecchia. Nel secondo caso traversa per forza la Piazza dei Giochi Delfici, dove c’è la chiesa di Santa Chiara. Una mattina Bonisoli vi scorge davanti un’auto blu con una scorta numerosa. A queste cose siamo attentissimi. Si incuriosisce, invece che tirar dritto si ferma e di lì a poco vede uscire Aldo Moro. Semplicemente. E verifica che c’è quasi tutte le mattine. Ce lo racconta alla prima riunione. Al momento la cosa resta archiviata nella nostra testa. Non ce lo diciamo ma sappiamo che non ci resterà per molto.

L’idea di sequestrare lui anziché un altro viene dall’aver visto dove passava ogni giorno?

Ma no, viene dalla decisione nient’affatto casuale di attaccare la Dc a un alto livello. È casuale il modo in cui localizziamo a Piazza dei Giochi Delfici il personaggio che simboleggia l’intera storia della Dc. Santo cielo, non è che debba spiegarti perché scegliamo Moro. È il presidente della Dc ed è stato al governo per quarant’anni.

Se è per questo lo è stato anche Andreotti.

Ai nostri occhi erano gemelli. Perché dovevamo stare a distinguere fra Andreotti o Moro? Se fra i due c’erano differenze sostanziali, in quel momento a noi non apparivano; ci sembravano più chiare, ad esempio, le differenze fra Moro e Donat-Cattin, Moro e Fanfani. Anche su quest’ultimo avevamo raccolto delle informazioni preliminari. È la Dc che rappresentava lo stato, era quella che volevamo colpire: questo almeno non dovrebbe sorprendere.

Se no, gli obiettivi a Roma non sarebbero certo mancati: quante volte abbiamo incontrato per strada, che so, La Malfa padre, Pajetta abitava di fronte alla nostra tipografia di via Pio Foà, era più difficile evitarlo che andarci a sbattere quando usciva di casa. Ma come poteva venirci in mente di rapire La Malfa o Pajetta, il capo del Partito repubblicano o uno del gruppo di Berlinguer? Nessuno mi ha mai chiesto perché non abbiamo sequestrato uno dei due.

Già, ma come si fa a pensare che nella Dc Moro e Andreotti si equivalgono?

Forse sbagliammo valutazione, non posso negarlo in assoluto. Forse non abbiamo capito che fra i due c’erano differenze molto più profonde di quelle che apparivano. Di sicuro, se ci sono, in quel momento non era facile coglierle. Andreotti e Moro marciavano insieme da interi lustri, si facevano il controcanto fra governo e partito da trent’anni. Anche il governo inaugurato il 16 marzo è figlio di entrambi: Moro, nelle sue lettere, non smetterà un momento di ricordarlo. Sì, lo stile è sicuramente diverso, questo sì.

Moro è il gran sacerdote che per far tornare i conti del potere è capace di fondare un’eresia. Andreotti è piuttosto il giocoliere che alla fine dei maneggi fa sparire il mazzo di carte. È facile dire oggi che questa diversità avrebbe influito sulla Dc in modo non indifferente, forse determinante; mancando ogni verifica si può immaginare quel che si vuole. Ma noi eravamo le Brigate Rosse, un’organizzazione rivoluzionaria, non una conventicola del palazzo: del potere sapevamo poco o nulla. Soltanto discutendo con Moro scopriremo i meccanismi attraverso i quali la Dc si regge. (1 – continua)

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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