18 aprile 1974. Moretti: Sossi, un’operazione perfetta su un’analisi tutta sbagliata

Nel primo volume della loro preziosa trilogia sulla storia delle Brigate rosse, edito da Derive e Approdi, Marco Clementi, Paolo Persichetti ed Elisa Santalena offrono un interessante rilettura del sequestro Sossi all’interno della approfondita analisi del sequestro Moro

Il rapimento del sostituto procuratore della Repubblica di Genova Mario Sossi ebbe luogo il 18 aprile 1974 a Genova. Il suo sequestro si protrasse per più di un mese. All’epoca le Br non erano ancora presenti nel capoluogo ligure con una Colonna, ma disponevano di una base e di alcuni militanti. L’azione, a causa di questa inefficienza logistica (che nel contesto della lotta armata significava anche impreparazione politica), si svolse in un modo contorto da un punto di vista militare. L’ostaggio, infatti, fu preso nel centro della città e condotto in una prigione distante più di un’ora di auto dal luogo dell’azione in un posto isolato e facilmente circondabile. I brigatisti impiegati, poi, erano divisi in due gruppi. Uno dei quali organizzato in più nuclei per un totale di 18 persone. Decisamente troppe per rapire un uomo senza scorta.

Con un po’ di fortuna

Com’era facile prevedere, una volta preso Sossi i brigatisti dovettero superare molti ostacoli imprevisti, tra cui un posto di blocco e un inseguimento dei carabinieri, e solo grazie al caso e alla presenza di spirito di Mara Cagol, Franceschini e Piero Bertolazzi riuscirono a giungere alla prigione con l’ostaggio, dopo aver rischiato, addirittura, di ferire la stessa Cagol per errore. Insomma, quel rapimento dal punto di vista logistico era stato concepito in modo molto maldestro, ma riuscì.

Franceschini, Bertolazzi e Cagol furono i gestori dell’ostaggio in una cascina adibita a base-prigione sulla statale per Serezzano, in provincia di Alessandria, a pochi chilometri da Tortona, mentre Moretti e Curcio occuparono un’altra cascina da poco acquistata dalle Br, la Spiotta di Arzello, ad Aqui Terme, sempre in provincia di Alessandria, che sarebbe divenuta tragicamente famosa l’anno seguente.

Un’analisi tutta sbagliata

Se il sequestro era stato mal concepito da un punto di vista militare, la preparazione politica dell’azione fu di poco migliore. La scelta di sequestrare un giudice, infatti, di portare cioè l’attacco direttamente allo Stato, scaturiva da una lettura della situazione politica italiana errata, come avrebbe ricordato in seguito Moretti, secondo il quale la vicenda Sossi «ha di straordinario che parte da un’analisi assolutamente sbagliata ma funziona lo stesso in modo perfetto. Noi lanciammo il sequestro Sossi come attacco allo Stato, denunciando come progetto politico dominante il neogollismo che punta a una repubblica presidenziale fortemente di destra», ma si trattava di «un abbaglio clamoroso» in quanto «quello neogollista è un progetto minoritario che la borghesia abbandona sul nascere. È verso il consociativismo che si sta andando».

L’attacco al neogollismo

Gli elementi di quell’analisi cui si riferisce Moretti erano stati elencati sommariamente nel volantino scritto dopo il rilascio di Amerio. Li avevano poi sviluppati ampiamente nell’opuscolo dell’aprile del 1974. “Contro il neogollismo portare l’attacco al cuore dello stato” fu diffuso nel corso del rapimento di Sossi.
In quel documento per la prima volta le Br teorizzarono la necessità di abbattere lo Stato borghese perché la controrivoluzione si stava per concretizzare in una linea, detta appunto neogollista, che mirava alla trasformazione della repubblica nata dalla Resistenza in una repubblica presidenziale.

I punti fondamentali di questo progetto erano, secondo i brigatisti, il rafforzamento dell’esecutivo con l’attribuzione di maggiori poteri legislativi e amministrativi al capo dello Stato e al presidente del Consiglio, lo svuotamento progressivo del potere legislativo attribuito al parlamento, il ricorso alla consultazione popolare diretta attraverso referendum e la trasformazione della legge elettorale da proporzionale a maggioritaria. Tale progetto avrebbe potuto essere portato a termine solo attraverso un rivolgimento violento. Per questo «la realizzazione di ogni sua fase cammina di pari passo con un processo crescente di militarizzazione del potere».

Era in atto, insomma, la creazione di un clima di generale insicurezza che consentiva alla Dc «in testa alle forze neogolliste» di presentarsi all’elettorato «come l’unica forza in grado di ridare al paese ordine e tranquillità politica ed economica». La sola alternativa a tutto ciò appariva la conquista del potere da parte della classe operaia attraverso la lotta armata.

Il giudizio di Fenzi

Il movimento salutò l’azione brigatista positivamente per la personalità del rapito. Sossi, infatti, era divenuto un obiettivo naturale dell’antagonismo sociale. Perché nel passato si era distinto per una serie di indagini su uomini appartenenti all’arcipelago marxista italiano. Come Dario Fo, Franca Rame, Gianbattista Lazagna e Vittorio Togliatti (operazione Ulisse). Il magistrato, insomma era visto come «una buona incarnazione della giustizia asservita al potere politico democristiano», come ricorda Curcio. Il futuro brigatista Enrico Fenzi, al tempo ancora fuori dall’organizzazione, conferma l’impressione sopra descritta:

«Nel sequestro Sossi noi genovesi non abbiamo mai visto molto di simbolico. […] a Genova dopo anni di movimento non si erano selezionati solo alcuni gruppi, alcuni servizi d’ordine e alcuni operai “incazzati” più alcuni intellettuali inquieti. Era emersa la figura del “nemico”, la persona che rappresentava tutto ciò che stava dall’altra parte, Sossi. Sicché il suo sequestro apparve sì come un grosso salto ma anche come qualcosa di coerente con le premesse, come un loro sviluppo».

La condanna di LC


Se le parole di Fenzi e di Curcio sono vere, è altrettanto significativo che una parte della sinistra italiana reagì in modo negativo. Per «Lotta Continua» il sequestro era una provocazione eseguita da una forza reazionaria e rientrava nel contesto della strategia della tensione. Peraltro il giornale aveva in buona parte contribuito a rendere famoso Sossi attraverso una serie di attacchi personali tanto che il giudice lo aveva querelato. Per il segretario del Pci, Berlinguer, lo scopo dei criminali era creare un clima di paura al fine di attentare all’ordine democratico. Secondo il senatore comunista Umberto Terracini, alla base di quell’«abbietto crimine» c’era una matrice fascista. Per il leader radicale Marco Pannella il rapimento era da collegare all’imminente referendum sull’aborto. Doveva servire a indurre i conservatori italiani a votare per l’abrogazione della legge.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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