27 aprile 1978. Le Br a Torino gambizzano un caporeparto della Fiat, Sergio Palmieri

Il sequestro di Aldo Moro volge ormai al termine. Dopo le prove generali della sua scomparsa, orchestrate il 18 aprile con la sceneggiata del lago della Duchessa, il muro di gomma elevato dal partito della fermezza. Dopo la richiesta delle Br, avanzata il 24 aprile con il comunicato n. 8, di liberare 13 prigionieri politici in cambio della libertà del presidente dc, arriva l’appello degli “amici di Moro”, gente di Chiesa, suoi devoti, che empiamente lo rinnegano: “Chi scrive quelle lettere non è il Moro che conosciamo”, scrivono. Il prigioniero ne è sconvolto, sgomento. Intanto la colonna torinese riprende la sua “routine”, con il ferimento di un “capetto” della Fiat. Sono passati appena 15 giorni dal grave colpo subito con il ferimento e la cattura di Cristoforo Piancone, uno dei suoi capi, nel corso dell’omicidio dell’agente di custodia Lorenzo Cotugno. Ecco la cronaca della Stampa.

Caporeparto Fiat ferito dalle Br Aspettava l’autobus per l’ufficio La vittima, Sergio Palmieri, 39 anni, sposato, due figli, funzionario di Mirafiori, è stata raggiunta alle gambe da colpi di pistola – E’ un dipendente dell’azienda vittima di attentati

Una strada, tre terroristi armati, un uomo inerme. Spari, ancora spari, odore di cordite, grida, sangue, il ferito che si dibatte con le gambe straziate, gente che fugge, un’auto che scompare. Un allucinante, spaventoso rito che si ripete a scadenze sempre più brevi mentre la città vive i giorni della sua più grande paura dal dopoguerra.

Ventuno attentati in tre anni

Ieri mattina un capoufficio della Fiat, Sergio Palmieri, 39 anni, padre di due figli di 14 e 11, è stato «azzoppato» da un commando. Tre quarti d’ora dopo, le Brigate rosse hanno rivendicato l’attentato con una telefonata all’Ansa. Ora Palmieri è all’ospedale, con un femore e una tibia spezzati. Guarirà in tre mesi. L’attentato ricalca le sequenze degli altri 21 (cinque dei quali mortali) che dal luglio del ’75 hanno insanguinato Torino.

Sono le 7,45 quando Palmieri, capoufficio per l’analisi del lavoro presso la direzione Relazioni sindacali della carrozzeria Mirafiori, esce dal palazzo delle case Gescal di via Piave 93 dove abita. E’ una mattina chiara, l’uomo, con l’ombrello chiuso sul braccio, raggiunge la fermata dell’autobus 63. Accanto alla palina, tre o quattro persone in attesa del pullman; attorno un via-vai di giovani che si dirigono verso le due scuole del quartiere.

La dinamica dell’agguato

Pochi notano una «128» blu. con quattro persone, che parcheggia in via Piava all’angolo con via Negarville. Dall’auto escono in tre: due uomini sui 30-35 anni ed una donna sui 20-25. A passo svelto, viso scoperto, le mani affondate nelle tasche degli impermeabili blu, raggiungono la pensilina. Eccoli davanti a Sergio Palmieri ed ecco comparire in pugno ad uno degli uomini ed alla loro complice una rivoltella a tamburo ed un’automatica calibro 7,65. Nessuno grida: le armi sparano, a ripetizione, contro il funzionario Fiat. Palmieri cade con le gambe spezzate e tenta di difendere disperatamente il borsello.

C’è in questo momento, mentre il ferito perde sangue sull’asfalto, un accenno di reazione dei testimoni: i brigatisti, con freddezza, spianano le armi. Profittano della paura della gente e corrono via. La «128», che li attende con le porte spalancate, parte con un’accelerata furiosa. A tutta velocità passa di fronte alla sede della Compagnia Urbana II dei carabinieri e scompare.

I primi soccorsi al ferito

Si organizzano i primi soccorsi, lì, in mezzo alla strada. Qualcuno chiama un’ambulanza. Pochi minuti dopo il ferito, su un mezzo della Croce Rossa, giunge al Cto: i proiettili, oltre a ‘ spezzargli il femore destro e la tibia sinistra, gli hanno provocato lesioni vascolari ad un ginocchio.

Palmieri è lucido sulla barella, immobile nel suo impermeabile scuro con l’orlo zuppo di sangue. Con un filo di voce in cui trema dolore e rabbia dice: «Mi hanno rovinato per tutta la vita». Un uomo, zoppicando, si fa largo fra la piccola folla di medici ed infermieri: è Rinaldo Camaioni, il funzionario della Fiat che l’11 ottobre dell’anno scorso, fu «azzoppato» in via Pio VII, mentre usciva di casa, da un commando di brigatisti rossi.

E’ al Cto per una visita di controllo a sei mesi e mezzo dall’attentato. Scrolla il capo e mormora: «Non ne fanno guarire uno, che subito ne colpiscono un altro». Passano pochi minuti e arriva la moglie di Palmieri, Maria Teresa, 40 anni, con i due figli, Sergio e Monica: «Da qualche mese non eravamo tranquilli — racconta — c’erano state strane telefonate e una misteriosa chiamata al citofono».

I preavvisi dell’attentato

A febbraio, infatti, una voce, dalla strada, aveva, parlando al microfono della pulsantiera, domandato il numero del garage del funzionario. La settimana scorsa, un interlocutore sconosciuto aveva telefonato a casa Palmieri e, parlando con il figlio Sergio aveva detto: «Avanti, dimmi dove si trova adesso tuo padre».
«E’ un uomo buono — prosegue la moglie — ed anche sul lavoro tutti lo stimano. Lavora alla Fiat da 16 anni: ha cominciato dalla gavetta, come operaio e poi, nel ’64, è stato promosso impiegato. Non ha incarichi delicati: è un tecnico». Sono le 8,30: in quel momento giunge all’Ansa il messaggio che firma l’aggressione: «Qui Brigate Rosse, abbiamo colpito noi Sergio Palmieri della Mirafiori, seguirà un comunicato».

In via Piave, intanto, accorrono polizia e carabinieri. Si contano i bossoli ed i proiettili (sette) rimasti a terra: un cerchio di gesso per ogni pallottola ed ogni macchia di sangue. Si organizzano posti di blocco ma gli aggressori sono ormai lontani e sicuri. Viene trovata, invece, la «128» Incomincia il lavoro per gli investigatori: interrogatorio dei pochi testimoni che hanno visto in volto i brigatisti, l’analisi dei proiettili recuperati.

Le quattro cellule brigatiste

Proprio l’esame di questi colpi fa supporre a qualcuno che «i terroristi a Torino siano divisi in quattro cellule di tre-quattro persone ognuna: un gruppo ha “in dotazione” la famigerata Nagant che uccise Croce, Casalegno e Berardi; un secondo si serve di preferenza d’una cal. 7,65 (attentati a Picco, Cutugno e Palmieri); un terzo usa, invece, una “parabellum” (il caso del funzionario Fiat, Osella); un quarto gruppo sarebbe composto di “guastatori”, incaricati di sabotare con bombe o cariche esplosive fabbriche ed uffici (i molti attentati alla Fiat e, fra gli altri, quello dell’altra sera alla sede dell’Ibm).

Il nome Fiat compare con esasperante frequenza nell’elenco degli attentati torinesi: Sergio Palmieri è l’undicesimo dipendente dell’industria torinese a essere ferito dai proiettili degli estremisti. «Sono azioni di chiara matrice reazionaria — ha commentato il Consiglio di fabbrica e la Fim dello stabilimento di Cassino, dove il 4 gennaio scorso venne ucciso dai brigatisti il dirigente Carmine De Rosa — e servono solo a creare momenti di rottura e confusione all’interno delle organizzazioni dei lavoratori. Invitiamo tutti a vigilare contro coloro che, con azioni di delinquenza comune, vogliono distruggere tutte le conquiste, conseguenza di anni di lotte.
Renato Rizzo Alvaro Giti

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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