26 settembre 2006. Scarcerata Silvia Baraldini: “Ma io non ero una vittima”

Sono anni che in molti mi chiedono di raccontare la mia storia, e ho sempre avuto perplessità a farlo. Non ero pronta a mettere la penna su carta, anche perché la mia lettura del passato è in costante evoluzione. Quando Paola Staccioli mi ha domandato se fossi disposta a contribuire a “Sebben che siamo donne. Storie di rivoluzionarie”, mi è sembrata un’opportunità per iniziare a dare un senso, un ordine alle mie esperienze.

Non è stato facile. Ma un punto di partenza ci deve pur essere. Nello scrivere volevo dissipare alcune convinzioni comunemente associate alla mia storia, ad esempio l’appartenenza al Black Panther Party. Spero che il racconto aiuti a capire perché questo non sarebbe mai stato possibile. E presenti, a chi non ne è a conoscenza, il Black Liberation Arm, l’organizzazione a cui i miei coimputati afro-americani appartenevano.

Si parla molto di memoria e della sua importanza nel dare nuove chiavi di lettura al passato e, di conseguenza, alla costruzione del futuro; ma la memoria non può escludere esperienze importanti come quelle che questo libro racconta. E le racconta mettendo al centro le donne, sulle quali si è spesso giocata una partita interessante.

Da un lato la loro partecipazione alla lotta armata è stata sensazionalizzata, quasi a creare l’idea di donne eccezionali e anomale nelle quali, di conseguenza, in poche potessero identificarsi. Dall’altra si è venuta a creare un’immagine al maschile della lotta rivoluzionaria che non riflette il contributo femminile, sia a livello internazionale che in Italia.

Questi due fatti hanno portato verso la stessa conclusione: quella storia non ci appartiene, e non la si deve neanche considerare. Spero che questo libro sia occasione per allargare la discussione, e aiuti a promuovere una visione del passato diversa, esterna al clima di caccia alle streghe che l’ha condizionata.

L’esclusione di queste lotte dalla memoria collettiva ha avuto un altro impatto che dovrebbe preoccuparci. Il diritto alla ribellione è stato abolito. E non si perde occasione per condannare coloro che insistono a esercitarlo. Se c’è una parola di cui oggi si abusa è «terrorista». Tutti lo sono: dai palestinesi, agli anarchici, a coloro che in Val di Susa si oppongono alla costruzione dell’alta velocità. Il messaggio è martellante, la protesta sarà tollerata solo se rispetta i parametri stabiliti da coloro che rappresentano il potere, e sono perciò l’obiettivo della protesta stessa. Quei parametri saranno fatti rispettare a tutti costi.

Leggere le storie di questo libro mi ricorda, e ci ricorda, che osare, ribellarsi, ha una dignità storica che non può essere ignorata. Infine,

vorrei mettere a tacere l’idea, abbastanza diffusa, che io sia finita in carcere solo per reati di opinione, che in qualche modo ero una vittima innocente. È importante per me, anche per onorare i compagni e le compagne ancora detenuti, che questa percezione venga sconfitta. Essere vittima significa aver subito un torto, ma quando rifletto sulla mia storia vedo una donna che, con altre persone sparse in tutto il mondo, ha liberamente scelto di opporsi allo strapotere degli Stati Uniti.

(…) Ricordo distintamente la prima volta che una discussione sulla necessità di costruire un apparato clandestino mi ha coinvolto. Era il 1971, un anno spartiacque nella storia degli Stati Uniti: la guerra in Vietnam si era allargata, la Cambogia e il Laos erano stati segretamente invasi. Il movimento contro la guerra aveva aperto un fronte interno in cui la partecipazione dei popoli afroamericano, portoricano, latino e nativo aveva trasformato la sua agenda politica, i suoi obiettivi, la sua tempistica.

Il movimento non era più affidato alle organizzazioni e coalizioni che lo avevano storicamente guidato (…), ma avrebbe dovuto misurarsi di lì a poco con le emergenti richieste di autonomia e riconoscimento sulle quali organizzazioni come il Black Panther Party, American Indian Movement, gli Young Lords ecc. non erano disponibili a trattare. Questo fermento politico aveva avuto un impatto travolgente sulla più grande organizzazione contro la guerra, Students for a Democratic Society (Sds) di cui ero membro e attivista alla Wisconsin University. (…)

Per molti questa nuova realtà richiedeva in primis la trasformazione della nostra organizzazione, e di tutto il movimento contro la guerra. (…)

Una parte dell’organizzazione non aveva dubbi su che strada intraprendere. Per alcuni la scelta era ovvia: bisognava alzare il livello di scontro e costruire un apparato clandestino (questa corrente si coalizzò intorno ai membri della sede nazionale e scelse il nome di Weatherman o Weather Underground Organization). I Days of Rage nell’ottobre 1969 a Chicago e l’assalto il novembre successivo al Dipartimento di giustizia in Washington dc sancirono la fine di Sds. Per gli altri «cosa fare», «che strada intraprendere per salvare il futuro dell’organizzazione» erano quesiti senza risposte immediate, resi ancora più difficili dall’asprezza del conflitto interno in atto. Concentrarsi su lotte locali, sviluppare un rapporto con il Black Panther Party fu la risposta della nostra sezione.

Così iniziò il legame politico con Fred Hampton, il giovanissimo leader del Black Panther Party di Chicago. Fred era carismatico, concreto, senza timore e completamente dedito al partito e all’attuazione dei io punti che costituivano il programma. Pur non compromettendo i contenuti, era riuscito ad allargare la base del partito al punto che il governo decise di eliminarlo. Nella notte del 4 dicembre 1969, Fred Hampton e il suo compagno di partito, Mark Clark, furono assassinati nel sonno, in un’operazione condotta dalla polizia di Chicago sotto la direzione dell’Fbi.

La morte di Fred ci tolse le ultime illusioni che avevamo sulla cosiddetta democrazia americana. Quel giorno in molti abbandonammo il ruolo di attivisti contro la guerra per iniziare il cammino verso la strada rivoluzionaria. Fu allora che decisi di lasciare l’università, e nel gennaio 1970 mi trasferii a New York con l’intento di unirmi a coloro che erano già impegnati a difendere i 21 membri del Black Panther Party sotto processo per associazione sovversiva. Il nostro collettivo avrebbe trascorso i due armi seguenti a organizzare studenti, donne, altri attivisti a sostegno dei 21.

Il 13 maggio 1971 il nostro lavoro si era concluso. Al termine del processo politico più lungo nella storia degli Stati Uniti, una giuria di New York City in soli 43 minuti respinse le accuse di cospirazione e tentata distruzione di alcuni obiettivi, simbolici e non, come la Statua della Libertà, assolvendo tutti gli imputati. Inoltre i membri della giuria avevano aspramente criticato la condotta del pubblico ministero e dell’Fbi e la natura persecutoria del dibattito. (…)

L’assoluzione non poteva rimuovere ciò che era emerso: il governo era coinvolto in una guerra interna contro i movimenti, e l’obiettivo non era isolare gli elementi violenti e pericolosi, come i loro rappresentati affermavano, l’obiettivo era la distruzione di tutta l’opposizione.

Questa guerra aveva un nome: cointelpro; un esercito: Fbi; delle forze speciali: il Joint Terrorism Task Force; un mandante: l’allora presidente Richard Nixon, e non era più segreta grazie a un’irruzione notturna nell’ufficio dell’Fbi a Media, in Pennsylvania, di un gruppo cattolico contrario alla guerra. (…)

Come contrastare Cointelpro, come difendere le organizzazioni sotto attacco, come costruire ur’opposizione ampia e inclusiva di tutte le forze senza isolare gli elementi più radicali e rivoluzionari, come proteggere dalla polizia gli abitanti dei quartieri sotto occupazione. Erano gli interrogativi su cui tutto il movimento si confrontò.

Nel tempo sono emerse due strategie distinte: da un lato costruire una coalizione antirepressiva legata a una strategia elettorale accompagnata dalla formazione di un partito, il Peace and Freedom Party, dall’altra la costruzione di organismi clandestini capaci di azioni di difesa e di propaganda armata. Il nostro collettivo, politicamente vicino all’ala rivoluzionaria del Black Panther Party, ampiamente coinvolto nel dibattito, aveva deciso che nel suo futuro ci sarebbe stato lo sviluppo di una forza clandestina.

Non era tempo di compromessi; conciliare le due vie si rivelò impossibile, e il movimento si spaccò rendendosi più vulnerabile a cointelpro. E fu il Black Panther Party, diviso al suo interno su come affrontare la repressione, che pagò il prezzo più elevato: l’incarcerazione di oltre 3000 iscritti, la distruzione fisica delle loro sedi in tutto il paese, e l’assassimo dei loro quadri migliori come Fred Hampton, Bunchy Carter, John Huggins. Lotta armata, rivoluzione, clandestinità, autodifesa erano parole e concetti su cui molti si interrogavano; così come il nostro collettivo. La costruzione di un movimento rivoluzionario, in particolare il ruolo dei bianchi al suo interno, non era una questione nuova. (…)

Per gli individui e i collettivi che lavoravano con il Black Panther Party quegli interrogativi erano il pane e vino della nostra vita quotidiana, ma le contraddizioni erano troppe e talmente profonde che per alcuni di noi era prematuro lanciarsi verso la clandestinità senza una risoluzione soddisfacente del nostro legame con i movimenti di liberazione nazionale. Sinceramente ci saremmo uniti all’unica organizzazione clandestina di bianchi già esistente (Weather Underground Organization), per noi inaccettabile, o avremmo dovuto costruire un’altra struttura, e per questo non avevamo i mezzi e non eravamo pronti. Il risultato di quel ciclo di discussioni fu la dissoluzione del collettivo, ritengo con grande sollievo di tutti i componenti. Alcuni di noi si sarebbero rincontrati alcuni anni dopo in circostanze radicalmente differenti. Il mio coinvolgimento nel movimento femminista fu determinante in quella scelta. Avevo grossi dubbi sulla sostenibilità di un gruppo in clandestinità dominato da forti personalità maschiliste ma numericamente composto largamente da donne. (…)

Nel maggio del 1973 sull’autostrada che collega New York a Washington dc, avvenne uno scontro a fuoco tra un’auto con a bordo tre afroamericani, compagni collegati al Black Panther Party che avevano scelto di operare in clandestinità, e un membro della polizia stradale dello Stato del New Jersey. Gli unici a sopravvivere furono Assata Shakur e Sundiata Acoli. Con un poliziotto deceduto, tutti erano consapevoli dell’assoluta necessità di intervenire immediatamente a tutela dei due compagni. La mobilitazione iniziò nella notte subito dopo il primo notiziario. Verso le tre del mattino ricevetti una telefonata da Linda, anche lei aveva fatto parte del vecchio collettivo, per chiedermi se ero disposta a lavorare con un gruppo per difendere Assata e Sundiata. Io in particolare avevo avuto un legame epistolare con Sundiata durante il processo dei 21 ma ci eravamo persi di vista dopo l’assoluzione. Non conoscevo Assata, sapevo solo quello che i giornali dicevano di lei, come sapevo che l’accusa di appartenere al Black Liberation Army avrebbe reso il nostro lavoro di difesa quasi impossibile. In quel momento la mia scelta fu determinata dal passato che ci aveva visto lottare insieme.

Un avvenimento inaspettato mi riuniva a compagni e compagne da cui mi ero politicamente allontanata. Difendere due persone accusate di aver ucciso un poliziotto era, e rimane, un lavoro complicato. Nella comunità afro-americana il rapporto con le forze dell’ordine è storicamente contraddittorio e, in quel periodo gli abusi, dovuti a cointelpro e all’operato delle squadre speciali, erano evidenti. Inoltre, anche se ancora non si parlava di racial profiling, i residenti di Harlem, Bedford Stuyvesant, Newark, e South Philadelphia conoscevano in prima persona quanto poteva essere pericoloso essere nero e guidare attraverso il New Jersey. Altro era confrontarsi con i bianchi e il movimento contro la guerra sulle ragioni e sulla necessità di una struttura clandestina dedita alla salvaguardia delle comunità afroamericane, oltre alla necessità di difendere i suoi membri, come Assata Shakur e Sundiata Acoli nei vari processi che avrebbero affrontato.

Il secondo avvenimento a sconvolgere gli assetti politici all’interno della Scuola [la struttura comunitaria femminista in cui lavorava, ndb], è stata la pubblicazione del libro Prairie Fire. Scritto e stampato in clandestinità da Weatherman, negli Stati Uniti apparve nelle sedi di tutte le organizzazioni del movimento tra cui la Scuola e fu accolto in un primo momento con interesse e simpatia. Era la prima volta che Weatherman spiegava la sua visione e illustrava la sua strategia. Avrebbe potuto essere un contributo importante a un dibattito che ormai coinvolgeva non solo la Scuola ma tante organizzazioni della sinistra. (…)

Purtroppo la verità era un’altra e alcuni di noi ne vennero a conoscenza da due fonti: il movimento afro-americano e la minoranza interna a Weatherman che si opponeva a questa nuova creatura. Sì, perché nel momento di conflitto più aspro tra i movimenti e il governo, all’apice di cointelpro, nel momento in cui le prigioni erano in rivolta, Puerto Rico chiedeva con forza la sua indipendenza sia sull’isola che nel continente, i latinos e i nativi chiedevano l’applicazione dei trattati in vigore e la restituzione delle loro terre, sì proprio in quel momento la leadership di Weatherman aveva deciso di abbandonare la clandestinità e di porsi a capo del movimento pubblico. (…).

Al Black Panther Party, ai membri del Black Liberation Army, ai membri dell’American Indian Movement, delle Fuerzas Armadas de Liberacion Nacional di Puerto Rico, questo non sarebbe mai stato permesso. Le loro trattative si conducevano nelle strade, con prevedibili risultati, come testimoniavano i tanti funerali dei compagni uccisi dalla polizia in quegli anni. Oggi tutti sanno che già dal 1971 i rapporti tra Weatherman e il movimento afroamericano si erano incrinati. La leadership di Weatherman non aveva dato ascolto a una concreta richiesta di aiuto per liberare H. Rap Brown, conosciuto oggi, dopo la sua conversione all’lslam, come Jamil Al-Amin, in quel momento sotto arresto e convalescente in un ospedale newyorkese in seguito a una sparatoria con la polizia, scegliendo invece di aiutare a pagamento Timothy Leary a evadere da un carcere nello stato della California.

Le azioni di Weatherman – il desiderio di terminare la loro partecipazione nella lotta armata, la manipolazione del movimento pubblico per assicurare il successo di questo piano con la distribuzione del loro programma e la fondazione dell’omonima organizzazione – causarono un terremoto. (…) Con arroganza e senza interpellare gli alleati si stava per distruggere una rete esistente dal 1967, risorse e strutture delle quali il movimento afro-americano aveva assoluto bisogno. Era chiaro che l’evoluzione di Weatherman rifletteva una loro necessità di abbandonare la lotta armata (surfacing, venire a galla, è il termine da loro stessi impiegato per descrivere il cambiamento di direzione), ma la necessità di una rete clandestina che sarebbe stata coinvolta in azioni di lotta armata non era meno pressante. Procedere con la costruzione di questa forza era la priorità. Ma questa volta, anche se con una propria autonomia, sin dall’inizio sarebbe stata strategicamente legata ai movimenti di liberazione nazionale interni agli Stati Uniti. I collettivi in difesa dei detenuti politici erano stati tra i primi a ribellarsi contro la strategia di pacificazione di Weatherman ed è in quell’ambiente che avvennero i contatti iniziali tra i membri del Black Liberation Army e i bianchi. (…)

Con fatica questo tentativo fu intrapreso. Persone provenienti da differenti esperienze politiche si aggregarono in cellule distinte e autonome. Una struttura flessibile che permetteva di lavorare insieme quando necessario. Contemporaneamente si costruivano alleanze con quei bianchi che nella pubblica arena lottavano contro il sistema coloniale interno, la supremazia bianca che ne era espressione ideologica e le sue organizzazioni militari (il KKK e le forze dell’ordine), e coloro che lottavano per la liberazione delle donne, dei gay e delle lesbiche. Quest’ultimo punto era vitale. Dopo la debacle di Weatherman, chi ha voluto costruire questa forza sono state in gran parte donne.

Molte di noi erano più che convinte che la trasformazione dei rapporti uomo donna e la nostra liberazione non sarebbe mai avvenuta al di fuori di una nostra partecipazione a queste lotte. La partecipazione stessa, credevamo, era di per sé trasformativa e determinante per l’eliminazione dei ruoli che per secoli ci avevano incatenato. In quegli anni guardavamo molto al ruolo delle donne nei movimenti anticoloniali. (…)

Per 7 anni abbiamo agito a fianco del Black Liberation Army. Molto impegno fu diretto verso l’acquisizione e lo sviluppo di tutto ciò che permette a un apparato clandestino di funzionare: appartamenti, veicoli, documenti, soldi, armi, ma ciò che ci ha politicamente caratterizzato in quel periodo è stata la liberazione di alcuni detenuti politici, in particolare di Assata Shakur.

Dopo il suo arresto Assata è stata processata sei volte, accusata di una varietà di reati che l’Fbi riteneva fossero di responsabilità del Bla. Ogni volta ne uscì indenne. Un ultimo processo doveva essere affrontato, il più difficile. Per lo scontro sull’autostrada del New Jersey, Assata e Sundiata furono accusati di omicidio di un poliziotto e del loro compagno morto durante la sparatoria. Per condannarla lo stato del New Jersey dovette processarla tre volte. L’ultima volta, nel febbraio 1977, il dibattito si tenne a Morristown, sede di una contea agiata e senza nessun residente afro-americano. Infatti fu lì che il governo poté selezionare una giuria composta solo di bianchi e finalmente si assicurò che Assata fosse condannata a 120 anni di reclusione.

La condanna di Assata è stata una ferita aperta per tutto il movimento. Anche coloro che non condividevano le sue idee politiche erano convinti che con una giuria differente il verdetto sarebbe stato l’opposto. La lunghezza della condanna e le condizioni di carcerazione, isolata in una cella sotterranea di un carcere maschile, sono stati vissuti come la continuazione della persecuzione politica che l’aveva portata a essere considerata la fuggitiva più pericolosa in tutti gli Stati Uniti.

Per il movimento la sua liberazione divenne una priorità, e mentre gli avvocati perseguivano un iter legale per impugnare il verdetto, e i comitati di difesa sviluppavano campagne di solidarietà, il suo trasferimento nel carcere femminile del New Jersey offrì l’opportunità alle forze clandestine di andarla a prendere. Il 9 novembre 1979, una giornata fredda e grigia, tre uomini afro-americani furono ammessi come visitatori nel carcere. Venti minuti dopo ne uscirono con Assata e due ostaggi. Recentemente ho saputo che il mio coimputato, il compagno Sekou Odinga, in una conversazione con un giornalista americano ha descritto quello che avvenne durante quegli interminabili minuti.

In queste circostanze mi sento libera di descrivere che cosa accadde una volta che il perimetro del carcere fu superato. È stato mio compito trasportare Assata e Sekou fuori dall’area e consegnarli ai compagni e alle compagne incaricati di proteggerli. Abbiamo attraversato lo Stato – erano nascosti nel portabagagli di una grande Lincoln Continental – accompagnati dalle sirene della polizia che iniziava a erigere blocchi stradali. In un paese così condizionato dal razzismo, a nessun membro delle forze dell’ordine è venuto in mente di fermare un’auto di lusso guidata da una donna bianca.

Oggi Assata vive a Cuba, protetta dalle continue provocazioni degli Stati Uniti. Nel maggio 2013 l’Fbi l’ha nuovamente posta nella lista dei terroristi più pericolosi e ricercati, un segnale preciso da parte di un governo non disposto a chiudere la guerra contro il movimento afro-americano. Mentre Sekou, grazie a una lunga battaglia politico-legale, è stato rilasciato nel novembre 2014, dopo trentatré anni di carcere. Identificati i partecipanti, non è stato difficile per il governo trovarmi.

Oramai il mio ruolo era limitato alla sfera pubblica, nella quale dividevo il tempo tra la difesa delle compagne e dei compagni arrestati, e il lavoro che veniva svolto con i movimenti di liberazione in Africa. E fu proprio il 9 novembre 1982, mentre mi recavo alle Nazioni Unite per una cerimonia che onorava l’African National Congress, che nove membri del Joint Terrorìsm Task Force mi fermarono all’angolo tra Broadway e la 94ma strada.

Dopo una condanna di quarantaquattro anni, nell’agosto 1999 ho usufruito della Convenzione di Strasburgo per rientrare in Italia, e il 26 settembre 2006 ho terminato la mia pena. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza la pressione e la solidarietà che centinaia di migliaia di italiani hanno esercitato in mio favore. Ma quello è un altro libro, un’altra storia.

FONTE: La testimonianza di Silvia Baraldini nel libro “Sebben che siamo donne” di Silvia Baraldini

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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