@silviagiralucci e la messa per Fabrizio Pelli: nulla da ridire per il suffragio celebrato per un peccatore

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La riflessione di una vittima del terrorismoche è una persona molto speciale. Dal profilo facebook di Silvia Giralucci i suoi pensieri sulla messa alla memoria del brigatista che uccise sue padre (e morì giovane per una leucemia). Un messaggio forte di fede e di speranza che si conclude impeccabilmente: “Non ho nulla da dire se un sacerdote celebra una messa in suffragio di un peccatore”.

Ugo Maria Tassinari‘s insight:

 

di Silvia Giralucci

Ho visto questa mattina sul Corriere della Sera per la prima volta la foto di Fabrizio Pelli, il brigatista rosso che sparò in testa a mio padre, colpendolo da distanza ravvicinata quando era già a terra ferito. 

 La notizia che mi piomba addosso mentre vorrei stare tranquilla in spiaggia con mio marito e i miei figli è che il parroco della chiesa di San Pellegrino a Reggio Emilia, don Giuseppe Dossetti, ha deciso di celebrare una messa in suo suffragio, a trent’anni dalla morte di Pelli per leucemia, in ospedale, mentre era detenuto. L’ha deciso dopo aver trovato nella bacheca della sua parrocchia un manifesto fatto affiggere dalla famiglia di Pelli.

 Ho cercato in rete quel manifesto ed è stato un pugno nello stomaco: “A trent’anni dalla sua morte vogliamo ricordare il suo desiderio di lottare per una società migliore, più giusta e salutare i suoi parenti e amici”, scrivono i fratelli di Pelli.

 Accanto alla foto di un ragazzino c’è una poesia di Bertold Brecht: “In morte di un combattente per la pace”.

 “Chi non si era arreso

è stato ucciso.

Chi è stato ucciso

non si era arreso.

La bocca che ammoniva

l’hanno empita di terra.

Comincia

l’avventura di sangue.

Sulla fossa di colui che amò la pace

battono il passo i battaglioni.

Era inutile, allora, la lotta?

Quando a venire ucciso è chi non da solo lottava,

il nemico

ancora non ha vinto”.

 Sono veramente attonita: chi sarebbe colui che amò la pace? E il nemico che ancora non ha vinto sarebbero le persone come mio padre, innocenti, che non erano in guerra con nessuno, uccisi barbaramente?

 Nelle parole scelte per commemorare Pelli c’è il germe della follia degli anni di piombo: l’idea che la violenza possa essere uno strumento per fare politica e che la politica possa giustificare anche la negazione dell’umanità di colui che viene considerato avversario e l’omicidio.

 Quest’idea ancora troppo diffusa tra molti di coloro che militarono non solo nelle Brigate Rosse ma anche in altri movimenti della sinistra extraparlamentare degli anni Settanta, mi indigna e mi ferisce. 

 Il primo istinto è di chiederne conto a quei fratelli. Ma, ha un senso? Avrebbe senso porre queste domande a Fabrizio Pelli, se ci fosse ancora. Ha senso farle a Roberto Ognibene, Susanna Ronconi, Martino Serafini, Giorgio Semeria, Renato Curcio, Mario Moretti e Alberto Franceschini.  Non ai fratelli di Pelli.

 Il polverone sollevato dalla decisione di don Giuseppe Dossetti di celebrare una messa per Pelli mi sembra invece eccessivo. Al giornalismo conformista piace presentare i carnefici felici, circondati da una società che ha dimenticato i loro crimini, e le vittime rancorose e desiderose di vendetta. Ma realtà è quasi sempre più complessa di questo quadretto. 

 Ho cercato don Dossetti, gli ho parlato al telefono e mi ha spiegato la sua scelta in una maniera che mi è sembrata ragionevole. “Premetto – mi ha detto – che la mia condanna del terrorismo è netta, oggi come lo era negli anni Settanta. La scelta della lotta armata tolse spazio a tutte le posizioni intermedie e fece un gran danno alla storia italiana. Detto questo, la famiglia di Fabrizio Pelli ha fatto stampare quel manifestino e l’ha affidato ad un’agenzia di pompe funebri, che l’ha diffuso a Reggio Emilia. Ne ho trovato una copia appesa anche nella bacheca della mia parrocchia. Mi ha colpito, c’erano parole che non posso condividere. E mi sono chiesto che cosa potevo fare: bruciarlo? Buttarlo nel cestino? Ma mi sono detto che quel manifesto era in ogni caso in giro e che ignorarlo non avrebbe avuto senso. Ho cercato di dire qualcosa che avesse un senso dal punto di vista cristiano e ho deciso di celebrare una messa in suffragio di Fabrizio Pelli e delle vittime delle Brigate Rosse e ne ho spiegato la ragione affiggendo una mia nota sopra la poesia di Brecht. “Non si lotta per una società migliore e più giusta assassinando degli innocenti. E’ giusto tuttavia dare e chiedere misericordia”. “Un cristiano prega per i peccatori”, ha aggiunto don Dossetti. Gli ho chiesto se in base a questo stesso principio avrebbe celebrato il funerale di Piergiorgio Welby. Mi ha risposto che sì, lo avrebbe fatto, per la famiglia e gli amici, lasciando fuori la speculazione politica.

 Non sono una cattolica praticante, ma sono convinta che sia necessario fare sforzi e a volte agire contro i propri istinti per dare fiducia agli altri, aprirsi, essere in grado di vedere la realtà attraverso gli occhi dell’altro. Non ho nulla da dire se un sacerdote celebra una messa in suffragio di un peccatore.

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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