Strage di Bologna e pista palestinese: il documento Raisi-Priore-Paradisi

Alla vigilia del provvedimento del gip sulla inchiesta bis sulla strage di Bologna (la c.d. pista palestinese) alcuni dei soggetti che hanno alimentato con le proprie attività editoriali e pubblicistiche l’attività investigativa hanno ritenuto di trasmettere alla magistratura bolognese un documento in cui argomentano la loro contrarietà  all’archiviazione, non avendo titolo alcuno per produrre opposizione alla richiesta della Procura di emettere un non luogo a procedere. Si tratta dell’ex deputato Enzo Raisi, del magistrato in pensione Rosario Priore, dello (ex?) ‘sherpa’, Gabriele Paradisi, uno degli scopritori della pista internazionale (ma i suoi sodali Pellizzaro e Quengo de Tonquedec hanno preso le distanze da questo ‘accanimento terapeutico’). E’ lo stesso Raisi a divulgare il contenuto, perché “sia tutto chiaro e trasparente”. In tutta chiarezza non posso che salutare con soddisfazione un’assenza: nel documento non c’è traccia del nome di Mauro Di Vittorio. Alla buon’ora …  

Ill.mo Dott. Giangiacomo,
avendo contribuito, a titolo diverso, alle nuove indagini sulla strage di Bologna, avendo letto il contenuto della Richiesta di archiviazione avanzato dalla Procura di Bologna il 30 luglio 2014 e dovendo Lei prendere la decisione in merito a ciò, riteniamo doveroso, come cittadini, inviarle la seguente nota, con documenti allegati, come contributo alla ricerca della verità, pur consapevoli del fatto di non aver alcun titolo di merito per poter produrre atti ufficiali su questa vicenda giudiziaria.
1. Considerazioni sul cosiddetto “lodo Moro”
Nella Richiesta di archiviazione sono ignorate le “testimonianze” della controparte palestinese sul cosiddetto “lodo Moro” tra cui le dichiarazioni di Abu Anzeh Saleh – responsabile del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) in Italia e contatto del gruppo Carlos a Bologna, agente sotto la copertura del servizio segreto militare italiano (Sismi) – sulla sussistenza 2 di un «accordo» tra governo italiano e la “controparte” palestinese.
Significativa la prima risposta di Abu Anzeh Saleh nell’intervista all’agenzia di informazione online Arab Monitor, del marzo 2009: «Io posso dire che c’era effettivamente un accordo ed era tra l’Italia e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Fu raggiunto tramite il Sismi, di cui il colonnello Stefano Giovannone, a Beirut, era il garante. Non era un accordo scritto, ma un’intesa sulla parola. Lui ci aveva dato la sua parola d’onore, come dite voi, e noi gli abbiamo assicurato che non avremmo compiuto nessuna azione militare in Italia, perché l’Italia non rivestiva alcun interesse militare per il Fronte, e anche perché il popolo italiano era noto come amico dei palestinesi. In cambio Giovannone ci riconobbe, diciamo, delle facilitazioni in base alle quali si concedeva al Fronte la possibilità di trasportare materiale militare attraverso Italia. L’accordo fu fatto nei primi anni Settanta tra Giovannone e un esponente di primissimo piano del Fronte, il quale è tuttora presente sulla scena pubblica e non voglio nominarlo. Tutte le volte che c’era un trasporto, Giovannone veniva avvisato in anticipo. Non ci dava mai una risposta subito, ma dopo un paio di giorni. Penso che prima
consultasse i vertici del Sismi (prima Sid) a Roma».
Abu Anzeh Saleh aveva già accennato alla questione del “lodo Moro” in una intervista insieme a Daniele Pifano, rilasciata ad Andrea Colombo e pubblicata sul manifesto il 4 agosto 2005. Altre testimonianze della controparte” palestinese sull’esistenza del “lodo” sono quelle di:
1. Bassam Abu Sharif – uno dei leader fondatori del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, responsabile del settore stampa e pubbliche relazioni, nonché ufficiale reclutatore per conto dell’organizzazione che faceva capo a Wadi Haddad (alias Abu Hani) e a George Habbash – in un’intervista al Corriere della Sera del 14 agosto 2008 (“Trattai io il lodo Moro”);
2. Nemer Hammad, fino al 2005 delegato nazionale palestinese a Roma, una sorta di ambasciatore palestinese in Italia. I ricordi di Nemer Hammad sono riportati nel libro di Alberto La Volpe, Diario segreto di Nemer Hammad, ambasciatore di Arafat in Italia, Editori Riuniti 2002, p. 45.
3. Abu Daud – alias Mahmud Daud Audeh (1937- 2010), già membro dei servizi di sicurezza di al-Fatah, braccio destro di Abu Ayad (numero due di 3 al-Fatah), tra gli ideatori e organizzatori del sequestro, finito in un massacro, degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco di Baviera il 5 settembre 1972 – nell’intervista raccolta da Alix van Buren e pubblicata sul quotidiano la Repubblica il 25 gennaio 2006.
Testimonianze di ufficiali dei nostri dei servizi segreti e di esponenti politici e diplomatici si trovano nel procedimento penale 204/83A G.I. contro Abu Ayad ed altri del giudice istruttore Carlo Mastelloni del Tribunale di Venezia.
1. In primis del colonnello Stefano Giovannone, capocentro del Sid e poi del Sismi a Beirut tra il 1972 e il 1981, interrogatorio del 20 giugno 1983, vol. I, aff. 32-37;
2. del generale Francesco Marzollo, ex ufficiale del Sid, interrogatorio del 7 gennaio 1985 (vicenda di Ostia 1973, vol. IV, aff. 1629-1630);
3. del maggiore Giovanni Minerva, ex ufficiale del Sifar e poi del Sid, interrogatorio del 22 gennaio 1985 vicenda di Ostia, attentato di Fiumicino 1973, vol. IV, aff. 1740-1741ter);
4. del generale Francesco Marzollo, ex ufficiale del Sid, interrogatorio del 18 settembre 1986 (vicenda di Ostia 1973; pressioni sulla magistratura; episodio giradischi esplosivo 15 agosto 1972, terroristi liberati febbraio
1973; lettera dello stesso a Mastelloni con i particolari sulla liberazione dei terroristi, vol. IX, aff. 5388-5392);
5. di Luigi Cottafavi, ambasciatore, capo di gabinetto del ministero degli Esteri quando Moro guidava la Farnesina, interrogatorio del 11 febbraio 1985 (politica di «equidistanze» di Moro; vicenda di Ostia 1973, vol. V, aff. 1900-1903);
6. di Mario Tanassi, ex ministro della Difesa, interrogatorio del 21 febbraio 1985 (inizio 1974, minaccia araba (forse Olp) di rappresaglia contro sede diplomatica estera; vicenda di Ostia 1973, vol. V, aff. 1957-1958);
7. di Roberto Gaja, segretario generale del ministero degli Affari esteri tra il 1969 e il 1975, interrogatorio del 2[3] febbraio 1985 (incontro Pennacchini Moro; prima dell’attentato di Fiumicino 1973, vol. V, aff. 1972-1976);
8. di Erminio Pennacchini, ex sottosegretario alla Giustizia, interrogatorio del 6 marzo 1985 (vicenda di Ostia 1973; pressioni sul presidente del tribunale Pascalino; minacce Olp arresti 1972 giradischi esplosivo, vol. V,
aff. 2034-2035).

2. La scadenza del segreto di Stato sulla scomparsa in Libano il 2 settembre 1980 dei giornalisti Italo Toni e Graziella De Palo
La Richiesta di archiviazione è stata depositata il 30 luglio 2014, poco meno di un mese prima della scadenza del segreto di Stato – invocato da Stefano Giovannone e confermato dall’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi – sulla scomparsa in Libano il 2 settembre 1980 dei giornalisti Italo Toni e Graziella De Palo.
I documenti coperti dal segreto di Stato, rimasti blindati per 34 anni, potrebbero gettare nuova luce sugli inconfessabili rapporti tra gli apparati dello Stato italiano – servizi segreti in prima fila – e le organizzazioni
palestinesi (Olp e Fplp in particolare) e sui paralleli depistaggi messi in opera sia per la strage di Bologna (2 agosto 1980) sia sulla scomparsa dei due sfortunati giornalisti italiani, in Libano, esattamente un mese dopo (2
settembre), da parte degli stessi protagonisti principali, ossia il colonnello Stefano Giovannone (Sismi) e Abu Ayad, ossia Salah Khalaf (numero due dell’Olp).

3. La mancata menzione della parte finale della deposizione del tenente colonnello Silvio Di Napoli dell’8 ottobre 1986
Sebbene nella Richiesta di archiviazione si citino stralci dall’interrogatorio del tenente colonnello Silvio Di Napoli – vice direttore della Seconda Divisione R del Sismi dal 1° novembre 1979 al 30 giugno 1981 – avvenuto
l’8 ottobre 1986, nell’ambito del Procedimento penale 204/83A G.I. contro Abu Ayad ed altri, giudice istruttore Carlo Mastelloni (Tribunale di Venezia, vol. IX, fogli 5518-5520), non viene però richiamata la parte conclusiva di quell’interrogatorio nel quale lo stesso giudice istruttore verga personalmente a mano questa risposta dell’imputato: «Dopo la prima condanna inflitta agli autonomi e al giordano pervenne da Giovannone l’informativa secondo cui l’Fplp aveva preso contatti con il terrorista Carlos. Ciò avallò la minaccia prospettata da Habbash.» Non si sa pertanto se la Procura abbia cercato di rintracciare l’«informativa» di Stefano Giovannone, esplicitamente citata da Silvio Di Napoli.

4. Documenti sull’appartenenza di Thomas Kram al gruppo Carlos
Nella Richiesta di archiviazione sono citati riscontri tra loro incongruenti sull’appartenenza di Thomas Kram al gruppo Carlos (pp. 10, 73, 78-79). Nell’Archivio del BStU di Berlino, che custodisce il patrimonio documentale della Stasi, numerosissimi documenti attestano l’appartenenza di Thomas Kram al Gruppo Carlos dalla metà del 1979. Christa-Margot Fröhlich venne introdotta nel gruppo dallo stesso Kram nei primi mesi del 1980. Entrambi si recarono a Budapest, al quartier generale di Carlos nell’ottobre 1980. La Stasi aveva predisposto un Katalog, in cui, oltre ad un organigramma del Gruppo Carlos, esisteva una scheda per ogni componente.

5. L’olografo di Giovanni Senzani
Giovanni Senzani venne arrestato a Roma il 9 gennaio 1982. Nel suo portafoglio venne rinvenuto un documento manoscritto che riportava gli appunti di una riunione avvenuta a Parigi qualche settimana prima tra Abu Ayad (capo dei servizi segreti palestinesi e numero due dell’Olp) e i rappresentanti di diverse organizzazioni terroristiche europee.
Nell’olografo si fa riferimento ad attentati avvenuti in Europa ascrivibili all’Urss. Tra questi si cita «Bo». In una relazione del Cesis (in Allegato) si interpreta «Bo» con Bologna e quindi con la strage alla stazione del 2 agosto
1980. Senzani, dopo la sua scarcerazione, ha iniziato a rilasciare interviste e sembra voler ritornare sulle vicende che l’hanno visto protagonista (la Repubblica, 25 ottobre 2010; cronache del Garantista, 5 ottobre 2014). Potrebbe sicuramente spiegare, se sentito in merito, i contenuti di quel documento scritto di suo pugno.

6. Sulle due “memorie difensive” di Thomas Kram
Riemerso dopo una latitanza che si è protratta per 19 anni (dal dicembre 1987 al dicembre 2006) Thomas Kram si è sempre avvalso della facoltà di non rispondere alla magistratura italiana, sia prima che il suo nome venisse iscritto nel registro delle notizie di reato, sia dopo questo fatto avvenuto il 28 luglio 2011.
Tuttavia, per giustificare la sua presenza a Bologna il 1º e il 2 agosto 1980 – oggettivamente riscontrata dal registro dell’Hotel Centrale di via della Zecca e da lui stesso confermata – Kram ha fornito due testi – gli unici
pubblicamente noti – che si possono considerare come le due sue “memorie difensive”.
Il primo testo è una sorta di intervista (ma senza domande esplicite), pubblicata sul quotidiano il manifesto il 1º agosto 2007. La catena di eventi che avrebbe portato Kram a Bologna ruota intorno al fermo imprevisto a
Chiasso il 1º agosto 1980 e alla durata di quella perquisizione. Il tutto però basato sulla falsificazione della trascrizione di un documento di polizia, così come riportato in una relazione di una Commissione parlamentare, ossia nel Documento conclusivo del centrosinistra della Commissione Mitrokhin, depositato il 23 marzo 2006 (p. 230).
Il secondo testo, consegnato alla Procura di Bologna dallo stesso Kram il 25 luglio 2013, due anni dopo la sua iscrizione nel registro delle notizie di reato (28 luglio 2011), che sconfessa il primo, dissolve però anche le motivazioni della sua presenza a Bologna, che rimane perciò inspiegata. In definitiva due “giustificazioni”, la prima basata sulla falsificazione della trascrizione di un documento di polizia; il secondo, che sconfessa il primo, che non presenta di fatto alcuna motivazione per quella sua presenza a Bologna. È il «grumo residuo di sospetto» esplicitamente richiamato dalla Richiesta di archiviazione, nodo irrisolto e non chiarito neppure dopo quasi 9 anni di indagini da parte della Procura bolognese.

Conclusioni
La Procura di Bologna, nel richiedere l’archiviazione sulle nuove indagine riguardanti la strage del 2 agosto 1980, insiste sulla non certezza dell’esistenza del “lodo Moro” e sulla dubbia appartenenza di Thomas Kram
e di Christa-Margot Fröhlich al gruppo Separat guidato dal noto terrorista Carlos. Per questo motivo, attraverso questa breve memoria, abbiamo voluto documentarLe, che questi dubbi non sussistono. Entrambe le questioni sono ampiamente documentate come abbiamo qui dimostrato.
Siamo rimasti inoltre perplessi dal fatto che, nonostante le indagini, non si sia accertato dove fosse l’indagata Fröhlich il 2 agosto 1980. Infatti la terrorista tedesca non ha voluto rispondere alle domande degli inquirenti né offrire un alibi, ma le indagini non hanno saputo rispondere a questo quesito che dovrebbe essere una delle travi portanti dell’indagine visto che la Fröhlich risulta essere una delle due persone che ha ricevuto l’avviso di
garanzia per queste nuove indagini sulla strage di Bologna. Al contrario Kram, inchiodato dai documenti dell’albergo in cui ha pernottato – che ne hanno certificato la presenza a Bologna il giorno della strage – ha provato ad offrire una giustificazione ma, come peraltro sottolinea correttamente la Procura di Bologna, risulta essere non credibile poiché le sue dichiarazioni risultano contradditorie.
Da notare che sulla presenza della Fröhlich a Bologna la Procura richiama vecchi dubbi sull’attendibilità del testimone Bulgini che sosteneva di averla incontrata proprio nei giorni della strage presso l’hotel Jolly, ma non viene fatta alcuna menzione al fatto che, stranamente, l’elenco degli ospiti dell’hotel Jolly nei giorni 1 e 2 agosto 1980 non è reperibile e, come avvenne nelle precedenti indagini, nessuno ha mai provato a chiarire questo episodio quantomeno curioso che getta altre ombre su questa vicenda. Il dato certo è che i due indagati Fröhlich e Kram hanno l’una taciuto su dove fosse il 2 agosto 1980 e l’altro mentito sulla motivazione della sua presenza a Bologna quel giorno.
Rimangono poi due questioni molto importanti. La prima è l’olografo trovato in tasca a Giovanni Senzani il giorno del suo arresto che ci porta palesemente al collegamento con alcuni attentati avvenuti in Europa in quegli anni compresa la strage di Bologna e la domanda sorge spontanea: perché anche questa volta il terrorista Senzani non è stato ascoltato in merito al significato di quel documento in suo possesso? È un aspetto molto importante di questa vicenda che non è stato approfondito.
Il secondo tema che risulta incomprensibile è la motivazione secondo la quale, dopo tanti anni di lavoro, la Procura di Bologna chieda l’archiviazione proprio alla fine di luglio 2014 quando, pochi giorni dopo, esattamente il 28 agosto 2014, sarebbe scaduto il segreto di Stato sulla scomparsa dei giornalisti Italo Toni e Graziella De Palo, rapiti e uccisi presumibilmente da parte di qualche organizzazione palestinese in Libano esattamente un mese dopo la strage di Bologna. I due giornalisti si erano recati in quel paese alla ricerca di notizie sul traffico d’armi, nel momento sbagliato, e per questo furono fatti sparire con la complicità del colonnello Giovannone, un nome che ritorna sempre nelle indagini, garante del “lodo Moro”, il protettore di
Abu Anzeh Saleh, che proprio per questo motivo fu processato a Roma nel 1984, ma si salvò grazie all’accoglimento del segreto di Stato che lui chiese ed ottenne su questa vicenda, nonché dalla sua morte che avvenne proprio in quel periodo (17 luglio 1985).
In quelle carte che erano coperte dal segreto di Stato c’è forse la conferma del “lodo Moro” e probabilmente anche altro visto la reticenza dei nostri servizi segreti a concedere la lettura di quei documenti. Infatti è stato l’unico dei cinque segreti di stato scaduti recentemente per i quali i vertici dei nostri servizi segreti avevano richiesto altri 75 anni di proroga, non concessi fortunatamente dalla Presidenza del Consiglio. La normativa vigente prevede che solo i magistrati che stanno compiendo una indagine connessa al segreto di Stato scaduto e i familiari, con grandi limitazioni, possono accedere a quegli atti che ora sono disponibili. Una proroga delle indagini lo consentirebbe a beneficio della verità e della trasparenza su questo caso giudiziario.
Per tutte queste motivazioni i sottoscritti che, a titolo diverso hanno contribuito a promuovere ed approfondire queste nuove indagini sulla strage di Bologna offrendo le loro conoscenze e la loro disponibilità agli inquirenti, Le chiedono di voler valutare attentamente se non sia il caso di prorogare le indagini chiedendo alla Procura di Bologna di integrarle almeno sulle questioni che qui abbiamo sollevato: per trasparenza e rispetto della giustizia e della verità.
La ringraziamo della Sua cortese attenzione, in fede
Rosario Priore
Enzo Raisi
Gabriele Paradisi

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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One comment on “Strage di Bologna e pista palestinese: il documento Raisi-Priore-Paradisi
  1. Aron Sperber ha detto:

    Avere messo Kram sulla lista dei iscritti nel 2007 é stato veramente un po una ipocrisia:

    http://strage80bologna.wordpress.com/2014/08/01/archiviazione-del-non-indagato/

    Kram oviamente non veniva trattato come indagato, se poteva andare a Bologna per fare dichiarazioni politiche, invece di rispondere alle domande dei magistrati.

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