12 dicembre 1969: è una strage di Stato

I funerali di Pinelli. C’è una bara e tremila compagni. Stringevamo le nostre bandiere. Quella volta lo abbiamo giurato, non finisce di certo così.

Il 12 dicembre 1969 ha cambiato la vita di molti di noi. Io ero proprio un ragazzino ma già avevo fatto a tempo a beccarmi le bombe carte dei fascisti. A piazza Matteotti, l’11 ottobre 1969, volevano conquistare così il palco di uno dei primi cortei studenteschi. E un’altra bomba l’ho beccata sempre il 12 dicembre. 1972, piazza San Vitale: i fascisti si incazzarono e ce lo dissero così. Perché avevamo scelto la loro piazza di Fuorigrotta per il comizio pomeridiano unitario. Dovevamo ricordare che Valpreda era innocente e la strage era fascista. Ma questa ve la racconto in un altro post. Così come pubblicherò materiali sugli altri 12 dicembre. Intanto vi offro la prima parte della prefazione di Odradek edizioni alla ristampa della Strage di Stato, ripubblicato per il trentennale. Il volume lo potete scaricare qui   

La strage di piazza Fontana ha cambiato la storia d’Italia. Su questo non esiste praticamente difformità di opinione tra nessuno dei principali o secondari soggetti politici, osservatori, politologi, storici attendibili o contafrottole di bassa lega. Le bombe esplose il 12 dicembre inaugurarono la “strategia delle stragi”, prolungatasi fino al 1980 – quella con il bilancio più alto di vittime, il 2 agosto, alla stazione di Bologna. Tutte incontrovertibilmente stragi di Stato, ovvero stragi compiute da uomini facenti parte direttamente degli apparati più “coperti” dello Stato, oppure da fascisti da loro personalmente organizzati, indirizzati,finanziati, protetti – senza alcuna eccezione, fino al momento di andare in tipografia con questa nuova edizione.

Un libro che ha cambiato la storia

Il libro La strage di Stato ha a sua volta cambiato la storia di questo paese. Non la “mentalità della sinistra”, ma proprio la Storia in senso stretto. Ha infatti impedito che la strage di piazza Fontana raggiungesse il suo scopo: far scattare un “riflesso d’ordine” nel paese, chiudere il biennio rosso ’68-’69, rinchiudere nuovamente gli studenti nel ghetto delle scuole e gli operai nell’inferno delle fabbriche, senza più resistenze, contestazioni, antagonismo.
Come è potuto riuscire un libretto scritto da 15 anonimi compagni qualsiasi, alcuni dei quali allora praticamente bambini (con il metro attuale), a fare tanto? Con l’inchiesta, attenta e non indulgente alle facili suggestioni. Una contro inchiesta, più precisamente. Ma andiamo con ordine.

Lo scopo politico della strage di Milano poteva essere realizzato soltanto se tutta l’Italia fosse rimasta convinta che i responsabili fossero alcuni di quegli “estremisti di sinistra” che quotidianamente attraversavano in corte le strade della penisola. I più deboli tra quegli “estremisti” – sul piano politico, delle alleanze o anche solo nell’immaginario sociale – erano gli anarchici. Loro – fu deciso nelle segrete stanze dei palazzi governativi e di quelli della cospirazione governante – dovevano essere indicati come i responsabili di una mattanza tanto truce quanto ingiustificabile. Non un’azione di guerriglia, per quanto poco comprensibile potesse essere. Una strage casuale, invece, indifferente nella scelta delle vittime.

Le manovre del potere e la risposta dei movimenti

C’è un legame di continuità – ma anche una decisa rottura – con la strage di Portella delle Ginestre, compiuta il primo maggio del ’47. Quella infatti aveva preso di mira una manifestazione sindacale, “i comunisti”in festa sotto le bandiere rosse. Troppo facile individuarne i mandanti politici. A Milano nel ’69 si prova a rovesciare le parti vittima-carnefice, ma ad esclusivo beneficio dell’immaginario popolare. Il gioco, si diceva, non riesce grazie alla resistenza del movimento degli studenti, che istintivamente non accetta l’idea stessa che gli anarchici possano essere responsabili di una strage del genere. Ma un ruolo enorme, decisivo, va al movimento operaio, che fin dal primo momento si slega dalla tutela idiota del Pci – altrettanto immediatamente aggregatosi tramite il proprio quotidiano, l’Unità, al coro dei reazionari che gridavano al “mostro Valpreda”.
Il gruppo di compagni che ha redatto questo libro, giorno dopo giorno, dà corpo alla convinzione di tanti. La strage è di Stato. E lo provano proprio smontando pezzo pezzo l “’inchiesta” poliziesca che per mano del commissario Calabresi, del questore Guida e del capo della squadra politica, Allegra, si erano indirizzate “a colpo sicuro” sugli anarchici.

La pista anarchica e la morte di Pinelli

L’altro elemento che scombina il “piano” di incriminazione di Valpreda e compagni è la morte di Giuseppe Pinelli all’interno dalla questura di Milano. Per giustificare questa morte gli “inquirenti” milanesi fanno ricorso a una massa di “giustificazioni ad hoc” che,nel loro insieme, compongono un quadro senza senso, una massa di contraddizioni che è da sola un ammissione di colpevolezza. Smagliature nella trama della “verità di Stato’ che doveva seppellire gli anarchici – e con loro il ’68-’69 – sotto l’infamia e la condanna popolare.
Dentro queste smagliature gli autori della controinchiesta infilano il robusto cuneo dell’intelligenza politicamente orientata; niente affatto cieca o preconcetta.Fino a smontare completamente la versione della polizia sia in merito alla strage di piazza Fontana,sia alla morte Pinelli. I due fatti stanno insieme, indissolubilmente. Se gli anarchici sono innocenti, la polizia è colpevole per la morte di Pinelli. E anche per la strage (sa chi sono i responsabili, o chi l’ha ordinata,ma si muove consapevolmente e volontariamente all’interno dello stesso “disegno criminoso”, indirizzandole indagini nella direzione voluta da chi ha compiuto la strage). Di qui non si esce.

Un libro non reticente sulla violenza

La versione finale della procura di Milano sulla morte di Giuseppe Pinelli (un “malore attivo”; non proprio un suicidio, ma quasi) è un monumento all’impunità dei funzionari dello Stato, all’ipocrisia del potere, alla mai abbastanza riconosciuta dipendenza della magistratura dal potere politico. Il fatto che l’archiviazione delle indagini sulla morte di Pinelli porti la firma di Gerardo D’Ambrosio è la chiusura di un cerchio – logico e politico -non un “incidente di percorso”. Certo, oltre D’Ambrosio, alcuni altri “santi” dell’iconografia ufficiale escono male da queste pagine. Lo stesso Calabresi, credibilmente raggiunto d un attentato di sinistra, e Occorsio,ucciso dal neofascista Concutelli, non fanno una gran figura di “democratici”. Ma questo è un problema di chi nel “doppio Stato” crede. Non degli antagonisti.

La controinchiesta non si limita a demolire quella poliziesca. Va un attimo più in là, individuando nei fascisti i possibili “manovali” di una strage decisa “nelle alte sfere”. È straordinario come in questa autentica inchiesta non venga mai smarrito il senso della realtà, della misura, l’attenzione alla verità per come è. Questo, infatti, non è un libro dietrologico. Non ricostruisce fatti trascegliendo solo gli avvenimenti che possono far comodo alla versione che si intende sostenere. Non chiude gli occhi di fronte alla violenza dicendo – cioè mentendo – che “la violenza è solo fascista”.

Complotti? Doppio Stato? No, grazie

Sa vedere e distinguere la violenza dei fascisti, quella dello Stato e anche quella del movimento antagonista. Se c’è conflitto – sembra banale dirlo, ma a molti suona oggi quasi come un’eresia – i colpi si prendono, ma si danno anche. Questo libro non ha insomma nulla a che spartire con quella sub-cultura della “teoria del complotto universale” fiorita negli anni successivi. Gli autori non cadono mai nella trappola della teoria del “doppio Stato”. Una tesi cara ai dietrologi (pseudo-storici) di ascendenza Pci che si sono, al massimo, limitati a definire le stragi come semplicemente fasciste. 

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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