7 ottobre 1934: nasce Ulrike Meinhof, un’Antigone del secolo breve

La vicenda drammatica e la complessità etica di Ulrike Meinhof, nata il 7 ottobre 1934 e morta in carcere il 9 maggio 1976 (un suicidio che ha lasciato tantissimi sospetti) ha affascinato molti intellettuali. Alcuni si sono spinti a paragonarla alla figura tragica di Antigone, disposta a mettere in gioco la vita per onorare un dovere etico. A seguire le riflessioni di Alex Honneth, il filosofo più noto della terza generazione della scuola di Francoforte, Luigi Zoia, sociologo e psicoanalista junghiano, Gabriele Zagrebelsky, grande costituzionalista e vestale della nostra Carta, la scrittrice femminista francese Annie Ernaux, “etnologa di se stessa”.

Axel Honneth

Il diritto della libertà

Accanto ad alcuni protagonisti dei romanzi di Dostoevskij, che illustrano bene la metamorfosi dell’intransigenza morale in terrorismo politico, qui possono essere portati a esempio soprattutto i membri della RAF. Se ci concentriamo su Ulrike Meinhof, di gran lunga l’esponente di quell’organizzazione terroristica dotata della più profonda consapevolezza morale, emerge con chiarezza la dinamica di sviluppo di questo pervertimento della libertà morale.

Come per molti membri della generazione cresciuta durante gli anni trenta nella Germania nazionalsocialista, l’esperienza di socializzazione politica decisiva fu per Ulrike Meinhof il progetto di introdurre la cosiddetta legislazione d’emergenza nella costituzione della Repubblica Federale Tedesca. La costituzione della Germania Federale, promulgata nel 1949, rappresentò per la giovane giornalista fino alla metà degli anni cinquanta la base normativa di un ordinamento giuridico liberale, che non lasciava «assolutamente alcuno spazio» a limitazioni arbitrarie della libertà o a propositi di rimilitarizzazione.

Quando questo consenso morale comincia a venir meno e anche la SPD manifesta poco alla volta la propria disponibilità ad accettare una legislazione d’emergenza che limita i diritti fondamentali, la Meinhof, che nel frattempo è diventata caporedattrice della rivista “konkret”, reagisce con rabbia e indignazione crescenti.

Il tono dei numerosi articoli da lei scritti nei tardi anni cinquanta e nei primi anni sessanta si fa più aspro, l’inquietudine morale è evidentemente più forte, ma gli argomenti conservano sempre il carattere di applicazione critica dei principî della costituzione repubblicana. Fino al 1968, il giornalismo politico di Ulrike Meinhof può essere quindi generalmente inteso, sulla base degli articoli pubblicati, come risultato di una rivendicazione di quella libertà morale che le società liberali della modernità riconoscono normativamente a ciascun loro membro.

Vengono denunciati, in modo che si potrebbe definire “avvocatesco”, gli sviluppi politici e le circostanze che l’autrice crede di poter dimostrare, con ragioni convincenti, incompatibili con i principî garantiti dalla costituzione e, quindi, con le condizioni dell’universalizzabilità morale.

Ma perché poi, nel 1970, l’indignazione sempre crescente, documentata anche nel bellissimo film per la televisione Bambule, si converta improvvisamente in fanatismo terroristico; quali riflessioni abbiano alla fine indotto Ulrike Meinhof ad abbandonare di colpo la sua vita borghese, nella distanza retrospettiva si può più intuire che realmente ricostruire.

Certo, però, la giornalista politicamente impegnata non si è lasciata dietro, di colpo, in questo momento decisivo della sua vita, tutte le sue convinzioni morali; piuttosto, seguendo il filo del suo universalismo, rimasto fino a quel momento intatto, dev’essere giunta al punto nel quale, per ragioni morali, le è apparso all’improvviso giustificato combattere con le armi l’ordine sociale percepito come ingiusto.

Qui, nel momento in cui gli eventi storici si condensano all’estremo, si compie la metamorfosi della libertà morale in una delle sue configurazioni patologiche: nelle riflessioni morali di Ulrike Meinhof, se di riflessioni morali si può parlare dinnanzi al loro carattere sempre più delirante, passo dopo passo tutte le realtà istituzionali date vengono isolate dal loro contesto sociale. Sicché alla fine non rimane che l’universalismo del tutto astratto e privo di riferimenti degli «oppressi di tutti i paesi».

Da una prospettiva di questo genere, che consente all’individuo di calarsi nel ruolo fittizio del legislatore di un ipotetico mondo di puri fini, non solo le norme costituzionali dello Stato di diritto, ma anche i legami esistenti dell’amicizia e della vita familiare perdono inevitabilmente qualsiasi validità; rimane soltanto l’idea fantasmagorica di dover combattere con mezzi terroristici questo ordine sociale interamente corrotto

Luigi Zoja

La morte del prossimo

Nell’estate 1970, il nucleo della Raf (Rote Armee Fraktion, la principale organizzazione terrorista tedesca) fu trasportato segretamente in Giordania per ricevere un addestramento alla guerriglia in un campo di al-Fatah. Da subito, i tedeschi si mostrarono insofferenti delle abitudini palestinesi. Il desiderio individuale, cresciuto negli ambienti intellettuali di Berlino Ovest, era come un contenitore compresso. I contatti coi locali lo foravano, provocando schizzi violenti. Il regolamento prevedeva che uomini e donne dormissero divisi. Passare la notte in quelle condizioni era però inaccettabile a giovani che abbinavano la rivoluzione degli sfruttati a quella degli istinti (anche la scintilla iniziale del maggio ’68 francese era stata la richiesta che i maschi avessero accesso ai dormitori delle ragazze nell’Università di Nanterre). I guerriglieri tedeschi scatenarono un tumulto e ottennero di alloggiare insieme. Restituita loro la liberazione sessuale, premevano per quella alimentare: si lamentavano del cibo e una giovane domandò un distributore di Coca-Cola.

Nella miseria del campo, anche i colpi da sparare per l’addestramento erano razionati. I membri della Rote Armee chiedevano di avere più delle dieci pallottole previste quotidianamente. Di fronte al rifiuto del comandante, entrarono in sciopero. E, a questo punto, riempirono il tempo prendendo il sole: com’erano abituati, cioè nudi. Come sappiamo dalla storiografia, gran parte della Raf era composta da donne: i palestinesi, invece, erano maschi, e molti di loro non sapevano neppure com’è fatto il corpo femminile.

La notizia giunse ai loro comandi. Il gruppo dei tedeschi fu disarmato e rispedito in Europa. Sappiamo ugualmente che il coordinamento fra il terrorismo palestinese e quello della Raf continuò, complice la mediazione interessata della Germania Orientale. Quello su cui gli storici non hanno ancora riflettuto è in che misura una saldatura tra i movimenti rivoluzionari del Terzo mondo e quelli europei sia stata ostacolata sul nascere da inconciliabilità culturali.

Fra gli arabi il desiderio individuale era negato, fra gli europei era componente primaria della spinta alla sovversione. Nell’incontro, l’esibizione programmatica si trasformò in provocazione inutile e insuperabile.

Ulrike Meinhof fu la rappresentante più controversa del terrorismo tedesco. Lieber wütend als traurig è il titolo della sua più nota biografia, e riassume la contraddizione in cui visse e morì: fu la prima del gruppo a uccidersi (secondo la versione ufficiale).

Wut esprime un sentimento centrale in ogni lingua, ma particolarmente in quella tedesca. L’antico altotedesco wuot indica sia la passione poetica (il corrispondente latino è vate) sia quella distruttiva, governata dal dio guerriero Wotan, al cui segreto influsso sono state attribuite le radici del nazismo. Traurig in senso stretto significa triste; ma il verbo trauen da cui deriva indica tutte le forme intense di relazione col destino: sperare, attendere con fiducia o con estrema sospensione, credere.

Questo senso del destino, spoglio dell’arroganza occidentale moderna, è ciò che ha generato la tragedia: l’espressione letteraria profonda, che oggi l’Occidente non produce più. Il titolo della biografia è dunque traducibile come «Meglio furente che triste» e suona profondamente evocativo.

Proprio Ulrike Meinhof è stata chiamata figura tragica, capace di sacrificare tutto come Antigone, ma coerente nell’inflessibilità come Creonte. Meglio il sentimento del dio Wotan che il sentimento tragico? Ulrike Meinhof è una figura significativa non perché impugnò le armi – lo fanno in tanti – ma perché la sua vita è concentrata in queste parole.

Esse riassumono il vicolo cieco di una società viziata cui si opposero persone ugualmente incapaci di trascendere i propri impulsi individuali. Meglio, molto meglio la vera tristezza che la vera furia. In un certo senso, l’insipienza della modernità, malgrado il suo immenso sapere, è proprio allontanamento dalla consapevolezza tragica.

Una specificità del «’68» tedesco fu obbligare la generazione precedente a un riesame del rapporto col nazismo. Questa revisione critica, che lasciò segni profondi nel costume e nelle istituzioni, fu inaugurata nel 1967 da Alexander e Margarete Mitscherlich con un celebre testo, che ha per titolo proprio Die Unfähigkeit zu trauern (L’incapacità di vivere il lutto) e analizzava il rapporto dei tedeschi col loro passato.

L’idea di incapacità di elaborazione tragica – o di tragica incapacità di elaborazione – si presta oggi, retrospettivamente, a capire come, pochi anni dopo, dal movimento giovanile si scivolò nell’utopia più inconscia di essere tragica: quella terrorista.

Anche la provocazione che non versa sangue ha fra le sue responsabilità l’onere della prova: alla verifica dei fatti e del tempo non le è facile dimostrare di aver salvato più umanità di quanta non ne abbia sacrificata. In assenza di dimostrazione contraria, dobbiamo presumere nella provocazione ragioni inconsce, regressive, egoiste, nemiche dell’altro.

L’impulso alla sfida nelle società animali è rituale, e regola funzioni come l’accoppiamento o il controllo del territorio. All’origine, l’uomo viveva in bande probabilmente simili a quelle delle grandi scimmie. In seguito è passato attraverso un’innaturale, ipertrofica crescita demografica. Anche per controllare quegli istinti in una società sempre più complessa fu creato il comandamento del prossimo: non casualmente, proprio il sommarsi delle provocazioni superflue è un indicatore del suo indebolirsi.

Le città di oggi sono prive di ampi spazi e non permettono i riti animali di disimpegno dai duelli. Se tutti tornassero alla sfida aggressiva, la società diventerebbe rapidamente ingovernabile. Ma, in un certo senso, è proprio quello che sta accadendo: in una collettività sempre più competitiva, si tende inconsciamente a tornare alla sfida del maschio animale, incuranti del ruolo che il secolo XX ha riconosciuto alle donne. Un limite morale a questa competizione crescente sarebbe quel rispetto per il prossimo di cui constatiamo la scomparsa.

L’eccesso di provocazione nei movimenti è clamoroso esempio di come chi declama troppo i due principi – solidarietà e desiderio – in realtà si ispira al secondo: l’emozione del suo grido è proprio liberazione di un impulso individuale.

Gustavo Zagrebelsky

Il diritto di Antigone e la legge di Creonte*

In questa glorificazione, possibile soltanto isolando e ipostatizzando Antigone, si comprende che si sia potuto persino paragonare l’eroina alle vergini martiri cristiane o a tutti coloro che, anche in tempi moderni — come i combattenti romantici per la libertà del proprio popolo — testimoniano consapevolmente un’idea mettendo in gioco la propria vita. E non è mancato nemmeno il tentativo di interpretare, secondo Antigone, situazioni di conflitto politico radicale, sfociate nel terrorismo e nel suicidio. Così è avvenuto nel 1977, per i terroristi Ulrike Meinhof (Antigone) e Andreas Baader (Èmone) della Rote Armee Fraktion, la prima segregata e trovata morta, il secondo suicida, nel carcere di Stammheim presso Berlino: un episodio oscuro il cui carattere evocativo della tragedia sofoclea fu rafforzato dal rifiuto di restituire i corpi alle famiglie e dall’indisponibilità di diverse città ad accogliere le spoglie nei propri cimiteri: atteggiamenti così à la Creonte da accreditare l’inquietante analogia.

  • in AA.VV La legge sovrana

Annie Ernaux

Gli anni

La guerra in Vietnam era finita. Avevamo vissuto così tante cose da quando era iniziata che faceva ormai parte della nostra vita. Il giorno della caduta di Saigon ci accorgevamo che non avevamo mai creduto possibile la sconfitta degli americani. Pagavano per il napalm, per la bambina urlante nella risaia il cui poster era appeso nelle nostre case. Sentivamo l’allegria e la fatica delle cose finalmente compiute. Ci eravamo illusi.

La televisione mostrava grappoli umani asserragliati su imbarcazioni che fuggivano dal Vietnam comunista. In Cambogia la faccia civilizzata del bonario re Sihanouk, abbonato a Le Canard enchaîné, non riusciva a nascondere la ferocia dei khmer rossi. Moriva Mao e tornava in mente quel mattino d’inverno in cui, prima di uscire per la scuola, in cucina, avevamo sentito gridare è morto Stalin.

Dietro il gran timoniere dei cento fiori scoprivamo un’associazione a delinquere capeggiata dalla vedova Jiang Qing. Vicinissimo a noi, appena al di là delle frontiere, le Brigate rosse e la banda Baader-Meinhof rapivano dirigenti e uomini di Stato, ritrovati morti nei bagagliai delle auto come mafiosi qualunque.

Sperare in una rivoluzione era diventato ignominioso, e non osavamo dire che la morte di Ulrike Meinhof, suicidatasi in cella, ci aveva rattristato. Di lì a poco Althusser avrebbe strangolato la moglie nel suo letto una domenica mattina e il suo crimine, in una qualche maniera oscura, sarebbe stato imputabile tanto a un problema psichico quanto al marxismo di cui il filosofo era l’incarnazione.

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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