Mario Moretti racconta il 16 marzo a via Fani/2

Prosegue la ricostruzione del sequestro Moro attraverso la testimonianza di Mario Moretti (con Rossana Rossanda e Carla Mosca, Una storia italiana. Qui affrontiamo gli ultimi preparativi e l’attacco a via Fani. A fine testo qualche link di vecchi post sul tema, utili per l’approfondimento

Il 16 marzo. Perché eravate pronti o perché il governo Andreotti si presentava in Parlamento?

Sapevamo naturalmente che era il giorno della presentazione del governo Andreotti. Del varo dell’unità nazionale si era discusso da molto tempo. Ma per deludente che sia, la coincidenza delle date è casuale. Dipende esclusivamente dalla messa a punto dell’azione. D’altro canto, quindici giorni prima o quindici giorni dopo non ne cambierebbe i significati: i tempi politici sono il passaggio di fase, non certo un giorno.

Prospero Gallinari ha fatto una dichiarazione al processo, prima che la Corte andasse in camera di consiglio, per dire che il sequestro fu deciso il 16 marzo perché coincideva appunto con il giuramento del governo.

Questi sono discorsi del dopo.

Patrizio Peci ha dichiarato al processo che il sequestro era stato programmato per durare a lungo, anche fino a settembre. È vero?

È vero che questa azione è pensata come il fulcro di una campagna, la «campagna di primavera» come l’avevamo chiamata. Quindi non avrà tempi brevissimi, e sarà accompagnata da un crescendo di iniziative di guerriglia in altre città. Ma tempi così lunghi sono irrealistici per qualsiasi sequestro, figuriamoci per quello d’un personaggio politico come questo. Non scherziamo, nella guerriglia urbana cinquantacinque giorni sono già un tempo infinito. Avevamo messo in conto che i tempi potevano non essere brevi: a determinarli sarebbero state le contraddizioni che pensavamo di aprire tra le forze politiche.

Da esse sarebbe dipeso anche l’esito del sequestro, e non ci siamo nascosti che avrebbe potuto essere una scelta durissima; l’esecuzione del prigioniero era un’eventualità che non potevamo scartare. Ma non era certo la conclusione cui puntavamo, puntavamo esattamente all’opposto. Abbiamo cercato un esito non cruento per Moro dal primo all’ultimo istante. È dall’altra parte che nessuno ci ha neanche provato.

La preparazione del sequestro, a conti fatti, è durata cinque mesi. In che cosa è consistita?

Prima di tutto nel conoscere tutto di Moro, le abitudini giornaliere pezzetto per pezzetto: a che ora esce di casa, dove va, che itinerari percorre, quando rientra, in quali giorni della settimana fa una cosa e in quali occasioni ne fa un’altra. Non è semplicissimo, Moro viaggia, ha molti impegni, non ci sono movimenti che si ripetano con sufficiente frequenza nella giornata. Alla fine torniamo al punto di partenza, alla chiesa di Santa Chiara dove Rossino lo aveva casualmente individuato mesi prima.

Quando è a Roma, va regolarmente ad ascoltar la messa al mattino. Studiamo l’itinerario che percorre, è sempre lo stesso, del resto le varianti possibili sono piccole varianti e tutte all’inizio, perché da un certo punto in poi la strada è obbligata. La scorta è sempre la stessa, almeno nel numero, e in gran parte nei componenti. Cambiano di tanto in tanto le macchine. Sono due, ma l’andatura è tipica di un convoglio scortato: hanno la perentorietà di chi è abituato a passare col semaforo rosso, impossibile confonderle.

Avreste rinunciato se Moro avesse usato un’auto blindata?

Assolutamente no. Un’auto blindata non è un carro armato. Non è aggredibile con le armi più comuni, ma non c’è bisogno di chissà che per perforare queste blindature. I fucili Fal oppure i Kalashnikov, ad esempio, sono in grado di perforare una comune auto blindata e sono armi da guerra molto diffuse. In quel momento non ne avevamo, ma se ne avessimo avuto bisogno ti assicuro che le avremmo trovate. Magari andandole a prendere dove normalmente stanno.

Dove avete imparato a sparare con tanta precisione?

Non esageriamo con la precisione. La nostra decantata capacità e precisione militare è stata sempre approssimativa.

Non si direbbe. Siete riusciti a uccidere i cinque uomini della scorta, lasciando Moro indenne e senza colpirvi fra di voi.

Ma no, non confondiamo capacità organizzativa e capacità tecnico-militare della guerriglia. Ti assicuro che i brigatisti non sono stati dei grandi guerrieri. Sono stati formidabili organizzatori politici, militanti comunisti capaci di un’autodisciplina che, allora non me ne rendevo conto, rasentava la follia: è questo che ci vuole per una lotta armata che duri nel tempo e abbia qualche possibilità di successo in una città supermilitarizzata. Invece il nostro addestramento militare avrebbe fatto ridere un caporale di qualsiasi esercito.

Avrete pur fatto delle esercitazioni a fuoco?

Sì, ma in modo occasionale, sempre a ridosso delle azioni di combattimento, per il gruppo di compagni che dovevano parteciparvi. Per il sequestro di Moro non facemmo nemmeno quelle, perché i compagni incaricati dell’azione vera e propria sarebbero venuti da diverse colonne e da diverse parti d’Italia; se mai ciascuno si è arrangiato ad addestrarsi per conto proprio, so che i compagni romani lo facevano in montagna, sull’Appennino, dalle parti del Terminillo. Naturalmente si scelgono luoghi isolati, sentieri di campagna, oppure cave abbandonate. Si è favoleggiato che le Br avessero un poligono di tiro: non lo abbiamo mai avuto.

La verità è che per un addestramento vero e proprio occorre sparare molto, ma è sempre e dovunque più difficile procurarsi munizioni che armi. Mi viene in mente una battuta di Che Guevara: «Si distingue subito il guerrigliero da un soldato di Batista, è quello che non spara a raffica». Ci siamo esercitati pochissimo, in una decina d’anni avrò sparato con il mitra non più di un paio di volte. Nelle Br non conosco tiratori scelti, tipo quelli dei film per intenderci. Ma non è questo che conta: conta il tempismo, l’organizzazione, la sorpresa. Oltre naturalmente la motivazione politica, senza la quale nessuno alzerebbe un dito, il pericolo lo fermerebbe.

Si dice che eravamo efficienti, efficientissimi, e non si aggiunge mai che correvamo rischi enormi: non ho mai fatto un’azione che non comportasse il rischio di lasciarci la pelle. Molti di noi sono rimasti uccisi sulle stesse strade in cui avevano colpito quelli che consideravamo nemici. Questo non sgrava moralmente nessuno, naturalmente, e non sono certo io a cercar giustificazioni. Ma è bene rammentarlo.

Hai detto che quel che conta è il tempismo, l’organizzazione e la sorpresa?

Certo, il vantaggio della prima mossa; non avevamo altra superiorità che questa da contrapporre alla forza enorme dell’apparato con cui ci scontravamo. Se l’iniziativa è tua, parti avvantaggiato. Per il resto c’erano soltanto artifizi organizzativi da escogitare per compensare le nostre carenze. Per esempio in via Fani non siamo sicuri che nello scontro a fuoco tutto andrà come previsto e per questo decidiamo di impiegare il doppio dei compagni che sono tecnicamente necessari. E mai previsione è stata più azzeccata.

Quanti?

I compagni incaricati di eliminare la scorta sono quattro, due per ciascuna macchina del convoglio. E sono ovviamente tutti piazzati dallo stesso lato della strada. Le ricostruzioni che dicono il contrario sono sbagliate, e soprattutto stupide: se uno si mette sulla linea di fuoco del compagno, si finisce con l’ammazzarsi uno con l’altro. È evidente a chiunque abbia un minimo di buon senso, non occorre essere un perito balistico, basta non guastarsi il cervello nel tentativo di dimostrare che in via Fani non c’erano soltanto le Br ma chissà chi altri. La verità è che abbiamo scelto via Fani proprio perché è il punto dove lo scontro a fuoco si può meglio controllare. Oltreché, come ho detto, essere un appuntamento certo: Moro a messa in Santa Chiara va sempre e, non voglio banalizzare la capacità della sua scorta, ma fa sempre la stessa strada.

In che senso lo scontro a fuoco era più controllabile in via Fani?

Dal punto di vista operativo l’ideale sarebbe stata la stessa chiesa di Santa Chiara. Moro vi si trattiene venti-trenta minuti, il tempo della messa, si mette in uno dei primi banchi, mentre due agenti della scorta controllano gli ingressi in fondo. Gli altri restano fuori sul sagrato o vicino alle auto. Sarebbe relativamente facile neutralizzare la scorta e portare via Moro dal retro della chiesa.

Avreste ucciso in chiesa i due della scorta che controllavano gli ingressi?

Non abbiamo neppure esaminato questo passaggio, ci siamo fermati prima. C’è una difficoltà insormontabile: siamo tra le otto e le nove del mattino, Piazza dei Giochi Delfici brulica di bambini che vanno a scuola. Una pattuglia di vigili dirige l’attraversamento degli scolari a un passaggio pedonale, che si trova a poche decine di metri dal punto in cui si fermano le auto di Moro. C’è troppa gente in giro, lo scontro sarebbe disperso su diversi punti, non possiamo essere sicuri di controllarlo completamente. E non è immaginabile che apriamo una sparatoria contro uomini anch’essi armati, in un luogo dove può finir in mezzo qualche ragazzino. Neanche parlarne. Potrei raccontarti di molte azioni cui abbiamo rinunciato per non mettere in mezzo estranei, alcune sarebbero state clamorose. Certo, ci si può obiettare che la vita di un poliziotto non vale meno di quella di un bambino, ma questo è un altro discorso. In quel momento noi con lo stato siamo in guerra: lo scontro è fra noi e la scorta di Moro. Ed è mortale. O noi o loro. Se sbagliamo muoiono dei compagni. È sicuro. Una volta presa una decisione come quella di sequestrare Moro, che è protetto da cinque uomini armati, non sono più permesse incertezze. Ogni esitazione è il fallimento. È forse la cosa più difficile per chi dirige: deve estraniarsi dai sentimenti, è uno sforzo quasi sovrumano, decidere cosa fare o non fare con totale freddezza. Uno sbaglio è fatale, e non vi si rimedia scrivendo un volantino in onore dei compagni caduti. Il disastro è totale, sia politico che umano.

Quindi optate per via Fani perché le difficoltà sono in certo senso minori?

Difficoltà ci sono, ma diverse da quelle di Piazza dei Giochi Delfici; per certi aspetti sono maggiori, ma si possono circoscrivere. Differentemente che in chiesa, l’obiettivo in via Fani è in movimento. Bisogna fermare il convoglio e questa è una partita che si gioca nei decimi di secondo. Abbiamo studiato il percorso metro per metro, e individuato il punto dove bloccare le due macchine nell’incrocio fra via Fani e via Stresa, dove c’è uno stop. Da una parte c’è un bar, chiuso perché fallito. Metteremo lì quattro compagni vestiti da steward dell’Alitalia, come se aspettassero il pulmino per l’aeroporto, tutti li vedranno ma nessuno li noterà.

Dall’altra parte della strada c’è un edificio d’abitazione: le finestre sono al primo piano, ad altezza di strada c’è soltanto un muro. Se non siamo proprio sfortunati, al momento della sparatoria tra le macchine e il muro non dovrebbe trovarsi nessun passante; l’eventualità di coinvolgere estranei è quasi nulla. C’è però una complicazione, un fioraio, tale Spiriticchio, che mette la bancarella appena un poco oltre il punto dove pensiamo di bloccare le auto. L’azione avrà una sua dinamica, non possiamo essere certi che fermeremo le auto esattamente davanti al bar: basta che ci sia una macchina davanti alle nostre e finisce che, per una questione di metri, il fioraio si troverebbe sulla linea di fuoco.

Bisogna dunque evitare che Spiriticchio e i suoi dannati garofani si trovino in via Fani la mattina del 16. La sera prima Seghetti va sotto casa sua, in centro, a via Brunetti, e gli buca con un punteruolo le quattro gomme del furgone. Un baccano tremendo, ma lo scopo è raggiunto, la mattina dopo non potrà muoversi. Se per qualche ragione il giorno dopo l’azione dovesse essere rimandata, ci troveremmo in un guaio, saremmo costretti a bucargli di nuovo le gomme, a ogni rinvio dovremmo ripetere questa solfa.

A parte che a Spiriticchio verrebbe l’esaurimento nervoso, il ripetersi di una cosa così strana potrebbe destare sospetti, attrarre l’attenzione verso il percorso che Moro fa tutte le mattine. Sarebbe un disastro. La forza della guerriglia urbana sta tutta nel fatto che agisce quando nessuno se lo aspetta: è come un fantasma, si materializza un attimo e scompare. Militarmente è un lampo. Nei pochissimi secondi in cui scatta l’azione, chi attacca è il più forte in assoluto, sa quel che succede, ha previsto i passaggi. Gli altri ci arrivano qualche secondo dopo. Questo vantaggio non possiamo perderlo. Il caso vuole che non lo perderemo. Moro è a Roma, l’abbiamo accertato nei giorni precedenti, non sarà necessario nessun rinvio. Ho sempre pensato che è stata l’unica circostanza per così dire fortunata di tutta l’operazione.

Cosa hai fatto la sera precedente? Te lo ricordi?

Di sicuro non riesco a dormire. La tensione è tale che non ci riesco. Ripercorro i dettagli dell’operazione, un’infinità, credimi. Un sequestro è l’operazione più difficile della guerriglia. Dura molto, gli effetti politici sono deflagranti, ma il fallimento militare incombe sempre. Non chiudo occhio, e penso, penso. Domattina cominciamo. Cominciamo con una sparatoria che è un’iradiddio. Un errore di calcolo, una disattenzione, un banale incidente, e siamo tutti fregati. Ricordo Marighela, diceva che alla fine di tutti i ragionamenti un guerrigliero si trova solo in mezzo alla strada con la sua pistola e la sua paura. È così. La solitudine comincia la sera prima, quando su quella strada è già con l’immaginazione. Per il resto, quella sera abbiamo fatto le ultime “presentazioni”. Sono arrivati a Roma i compagni che devono partecipare all’azione, alcuni non si conoscono fra loro e sono sconosciuti alla colonna romana. Bisogna che si vedano in faccia, perché il giorno dopo non ci si spari tra di noi.

La colonna romana da quanti era composta?

Non più di dieci e non meno di sei i militanti regolari, cioè quelli clandestini. Poi ci sono gli irregolari, i componenti delle brigate organizzate in borgata, quelli che fanno una vita alla luce del sole, per intenderci. Non ne conosco molti, la direzione delle brigate a Roma non è compito mio.

La sentenza ha stabilito che a sparare furono Fiore, Gallinari, Morucci e Bonisoli. È così?

Sì.

Ci sono un paio di testimoni che dicono di aver visto anche due uomini, di cui uno armato, a bordo di una moto Honda. Come la mettiamo?

Non la mettiamo. Può darsi che un testimone, suggestionato dal clamore dell’avvenimento, riferisca in buona fede qualcosa che magari aveva visto mezz’ora dopo oppure il giorno prima. Non lo so proprio. Di sicuro noi non usiamo nessuna Honda e non c’è nessun compagno a fare il cowboy in motocicletta.

Chi erano gli altri, oltre te? Seghetti, Balzerani…

Scusa, ti interrompo perché qui bisogna fare davvero una premessa: non ci sono misteri, zone d’ombra, per quanto riguarda l’azione di via Fani. I magistrati sanno da tempo per filo e per segno chi erano i compagni presenti e qual è stato il loro ruolo: glielo ha detto Morucci, gli altri lo hanno confermato. Non ricordo più quale insigne giurista ha stabilito che se un processo arriva a provare l’ottanta per cento della verità è un ottimo processo. Ecco, nel caso dei processi Moro, siamo ormai all’eccellenza, visto che ci si avvicina al cento per cento… Non c’è stata Corte d’Assise in Italia che abbia potuto puntualizzare con altrettanta precisione date, fatti, circostanze e anche responsabilità penali. Per quanto riguarda le Brigate Rosse, poi, è più facile che qualcuno si sia preso ergastoli immeritati che non il contrario. E quindi sì, a via Fani i compagni in azione sono quelli stranoti. Ma un minuto prima ce n’era un altro, che nessuno ha visto perché al momento dell’azione si era già defilato. Per l’esattezza è un’altra, una compagna.

È stata inquisita per altri fatti?

Sì, non per questa azione. Tutti i brigatisti sono noti e arcinoti anche se, per fortuna, ad alcuni è capitato di evitare qualche imputazione da ergastolo.

Che compito ha avuto?

Piccolo, ma molto delicato.

Ricostruisci tutto dall’inizio.

A ogni compagno è assegnato non solo il posto preciso dove stare e un ruolo specifico, ma anche il percorso di avvicinamento a via Fani. Andrà ad appostarsi nei punti esatti soltanto se tutto è a posto e l’azione parte di sicuro. La verifica tocca a me, e fino all’ultimo faccio la spola tra un gruppo di compagni e l’altro.

Che tipo di verifica?

Dobbiamo capire se Moro c’è e se uscirà di casa come al solito. I giorni precedenti c’era. Per accertarsene con almeno mezz’ora di anticipo basta vedere se c’è la scorta sotto casa, alla palazzina dove abita in via del Forte Trionfale. Passo con la macchina, la scorta c’è, le due auto sono parcheggiate una in fila all’altra nel cortile antistante l’ingresso, come al solito. Sicuramente di lì a poco Moro esce. Faccio l’ultimo giro fra i compagni in avvicinamento, confermo, ciascuno va a prendere posizione.

L’azione è partita. Il momento critico è quello iniziale: una nostra macchina (la 128 targata Corpo Diplomatico) deve andare a mettersi davanti al piccolo convoglio composto dalla 130 con dentro Moro, l’autista e il maresciallo, e dall’Alfetta con gli altri tre. Bisogna avvistare in tempo le due macchine, che vanno veloci per motivi di sicurezza e cogliere il momento esatto in cui rallentano per girare a sinistra da via del Forte Trionfale in via Fani. È un attimo, la nostra macchina deve essere in movimento e mettersi con naturalezza davanti a loro. Se non li agganciamo lì non li riprendiamo più.

Guai se la manovra riesce male o se succede qualcosa, anche piccola, che attiri l’attenzione degli agenti di scorta. Su quella macchina non ci vuole uno che guidi come un pilota di Formula Uno, ma che abbia esperienza e nervi saldi. Tocca a me. Ma occorre che un compagno mi segnali che il convoglio sta arrivando con qualche attimo d’anticipo prima che svolti per via Fani.

La ragazza?

La ragazza, appunto. Deve fare solo questo, poi salire su una Vespa e andarsene. È giovane, carina, non ha che da star ferma all’incrocio con un mazzo di fiori in mano. I poliziotti non sono degli sprovveduti, ma una donna con dei fiori in mano è nel ruolo, non dà nell’occhio. Come un operaio che mangia un panino su un muretto, con le gambe penzoloni: ci può stare anche un’ora, non si meraviglia nessuno. Eravamo abili nell’osservare queste cose. La ragazza fa il segnale, esco al momento giusto e mi metto davanti alle due macchine di Moro, regolando l’andatura: abbastanza piano perché le macchine che ci precedono si allontanino un poco, in modo da non venire coinvolte nella sparatoria, ma anche abbastanza veloce perché il convoglio di Moro non mi sorpassi. Funziona. Nessuno si accorge di niente. Tutto va tranquillamente.

Anche tu sei tranquillo?

Mah, non lo so. Forse proprio l’opposto, non ho modo di percepirlo. L’adrenalina è a mille, il cuore è impazzito, ma non ho il tempo di sentire emozioni, il tempo delle incertezze, dei dubbi, è prima e dopo un’azione, mai durante. Quando ci sei dentro l’unico problema è come fare nel modo migliore quel che si è deciso. A me è capitato sempre di essere lucido, concentrato, non mi è sfuggito mai nulla, il tempo si dilata, ogni secondo è un’eternità. Credo che in genere sia così per tutti. Procedo, sorpasso una 500 che va troppo a rilento e le macchine di Moro mi vengono dietro. L’ideale è che tutte e tre le macchine si fermino allo stop dove sono appostati i quattro compagni che dovranno neutralizzare la scorta, altrimenti dovranno risalire via Fani e la scorta potrebbe notarli. Mi fermo dunque allo stop, un po’ di traverso per occupare la parte maggiore di strada ma senza che sembri strano, normalmente, senza stridore di gomme.

Non ti sei fatto tamponare dalla 130 di Moro? Si è sempre detto questo.

No. Un tamponamento li avrebbe messi in allarme e invece devo dare tempo ai compagni di avvicinarsi. Moro e la scorta sono vulnerabili, lo ripeto, in quanto non notino nulla. E non notano nulla perché fino a un secondo prima della sparatoria non c’è niente da notare. I quattro compagni aprono il fuoco. Allo stesso momento i due che devono bloccare il traffico in alto lo bloccano. Barbara è già in mezzo all’incrocio a due metri dallo stop di via Fani e ha fermato il traffico che risale da via Stresa; verremo a sapere che la prima macchina a essere fermata – vedi le coincidenze – è la 500 di un poliziotto, che non capisce nulla e infatti non fa nulla.

Per prima i quattro compagni colpiscono l’Alfetta della scorta, poi con una raffica il maresciallo Leonardi che è con Moro nella 130. L’autista dell’Alfetta, colpito, lascia andare la frizione, la macchina fa un salto in avanti, tampona la 130 di Moro che a sua volta tampona la mia. Avevamo previsto di abbandonare la 128 sul posto, e io sarei sceso per andare a rafforzare la posizione di Barbara. Ma a questo punto succede l’imprevisto: si inceppano sia il mitra di Morucci sia quello di Bonisoli. Uno dei poliziotti dell’Alfetta riesce a scendere dalla macchina, impugna una pistola, Bonisoli lascia andare il mitra, tira fuori la pistola sua, spara e lo colpisce.

Credo che nemmeno lui sappia come ha fatto a sparare con tanta precisione, certo se non ci fosse riuscito in via Fani avremmo lasciato anche qualcuno dei nostri. E io sono costretto a rimanere in macchina con il freno premuto perché l’autista di Moro, che non è stato colpito, cerca di togliere la 130 dall’incastro formato per il doppio tamponamento. In quegli attimi Morucci sostituisce il caricatore al suo mitra inceppato, spara una seconda raffica e riesce a colpirlo. Pochi secondi e la sparatoria è finita, la scorta neutralizzata. Quella scena non la scorderemo per la vita.

Ma che armi avevate, due mitra che si inceppano in pochi secondi?

Eh sì. Mi ero augurato sempre di non dover affrontare uno scontro a fuoco, perché con il nostro addestramento e la nostra dotazione di armi, sarebbe successo un disastro.9 Uno dei mitra che si inceppa, uno Zerbino per la precisione, è un residuato della Repubblica di Salò, ereditato da qualche partigiano, non saprei dirti né dove né da chi, non c’è alcun significato politico, solo per dire che è un’arma vecchia di quarantacinque anni. In via Fani avevamo soltanto due armi efficienti e moderne: un M12 che è anche in dotazione alle forze di polizia, lo usa Fiore, e la famosa mitraglietta Skorpion che, ovviamente, tiene Barbara.

Perché «ovviamente»?

Perché è un’arma molto piccola. Un mitra normale pesa alcuni chili, è grande, è difficile per una donna occultarlo sotto il cappotto.

Chi preleva Moro dalla macchina, finita la sparatoria?

Io, benché fosse previsto diversamente. È saltato un po’ lo schema. Mi sembra necessario accelerare la ritirata. Scendo dalla macchina, vado alla 130 e prendo Moro per un braccio per farlo scendere.

Stava curvo per sfuggire agli spari?

No, era seduto, molto impaurito, frastornato. Era stata una scena apocalittica, si può capire. (2-continua)

Per approfondire

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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