Napoli, 21 febbraio 1973: il giorno che NON uccisero Vincenzo Caporale

21 febbraio 1973 Omicidio di Vincenzo Caporale. A Napoli, ferito da un candelotto durante un corteo contro la legge sul fermo di polizia, muore qualche giorno dopo lo studente Vincenzo Caporale, di 19 anni

Così l’archivio storico della rete Per non dimenticare propala una falsa notizia che è difficile estirpare. Stamattina c’era cascato anche il nostro caro Davide Steccanella, fonte sempre preziosa per la trasmissione della memoria storica. E invece no, Enzo Caporale è “vivo e vegetariano”, si è laureato in Medicina, esercita la professione con la stessa passione civile che animò i giorni della lotta. E racconta quel giorno e i seguenti così:

Il corteo contro il fermo di polizia

«La sera prima della manifestazione del 21 febbraio», racconta, «tenemmo una riunione per decidere se dovevo o meno partecipare: circolavano voci su possibili intimidazioni o provocazioni da parte della polizia e si temeva che queste potessero essere mirate contro di me. Alla fine decisi che sarei andato. Eravamo in 15 mila. Il raduno era a piazza Garibaldi, davanti alla stazione centrale. Il corteo attraversò l’intero corso Umberto, giunse in piazza Municipio per fermarsi in piazza Matteotti. Si protestava contro l’uccisione di Franceschi e contro il fermo di polizia. Non era previsto un comizio finale se non la lettura di qualche comunicato e di una lettera di Mario Capanna.

I caroselli a piazza Matteotti

Una prima parte del corteo era già arrivata a destinazione, un’altra stava passando dinanzi alla Questura quando le jeep della polizia iniziarono una serie di caroselli e il lancio di lacrimogeni. Fino ad allora non era successo nulla. A un tratto, la polizia iniziò a caricare e non si limitò a disperdere i manifestanti, ma inseguì gli studenti fin dentro i vicoli dei Quartieri spagnoli. Io stavo a piazza Matteotti. Cercavo di recuperare il servizio d’ordine e di mantenere la calma. Sulla scala della posta centrale io e altri due o tre vedemmo arrivare un gruppetto di quattro o cinque poliziotti e provammo a raggiungere l’ingresso del palazzo, ma fui colpito alle spalle, caddi a terra carponi e mi colpirono alla testa. Persi conoscenza».

Un’amnesia retrograda

UN MANOSCRITTO INCOMPIUTO. In seguito, con l’idea di scrivere un libro sulle sensazioni che si affastellano nella mente di una persona che è stata in coma profondo, Caporale ha più volte cercato di fissare su carta quei momenti. Poi ha desistito e ha gettato il manoscritto.
«Ho un’immagine molto nebulosa dell’interno dell’ufficio postale e il ricordo di un suono molto lungo. Probabilmente qualcuno mi ha tirato dentro, qualcun altro deve aver fermato un automobilista che mi ha trasportato al pronto soccorso. Il rumore forse era quello provocato dalla macchina durante il tragitto. Come medico una spiegazione poi l’ho trovata: si è trattato di un’amnesia retrograda dovuta al trauma cranico. Poco dopo è arrivato mio padre. Il neurochirurgo gli disse che l’unica possibilità di sopravvivenza era di sottopormi a un intervento di decompressione cranica. Le condizioni erano disperate: ero in coma profondo con un elettroencefalogramma quasi piatto. Colpito con il calcio di un moschetto, ho avuto lo sfondamento della base cranica, rottura della dura madre – due episodi rarissimi perfino negli incidenti stradali – ematoma extradurale, contusione e lacerazione del cervelletto e contusione del tronco encefalico.

Così mi hanno salvato la vita

L’intervento sostanzialmente è consistito nell’allargamento di questa breccia ossea per evitare che si potesse determinare un’ipertensione endocranica tale da compromettere ulteriormente un quadro già delicato; poi hanno proceduto alla ripulitura del cervelletto dove c’erano pezzettini di cranio, asportazione di materiale cerebellare – fortunatamente non mi è stato asportato alcun nucleo cerebellare per cui il controllo delle funzioni è rimasto anche se non avevo più né equilibrio né coordinamento, ero atassico insomma. Oggi ho ventiquattro centimetri quadrati di cranio in meno. Ero in respirazione automatica e dalla cartella clinica ho letto che ho avuto anche un arresto cardiaco nelle prime 24 ore, e 48 ore dopo mi fu praticata la tracheotomia». LEGGI TUTTO

Il giorno dopo, l’Internazionale

Nell’inverno 1973 io ero ancora militante della Federazione giovanile comunista. Molto movimentista, e infatti in quel periodo io e altri compagni del Genovesi ci scansammo una megasospensione disciplinare per i cortei interni che ci sarebbe costato una sicura bocciatura. Ci fu esplicitamente vietato di partecipare alla manifestazione. Qualcuno tra i dirigenti (Rosario Messina, il vice di Paolo Nicchia, paradossalmente il più antistalinista) osò ribellarsi, io no. Ma al mio liceo c’erano decine di compagni dei comitati di lotta, l’organizzazione m.l. in cui militava Enzo Caporale, che era stato uno dei leader riconosciuti degli studenti medi ed era credo al primo anno di Università. E così il giorno dopo partecipammo anche noi al corteo, con rabbia, con un po’ di vergogna per la defezione del giorno prima. Ho un ricordo ben vivido di quando si sparse la voce che Enzo era morto. Eravamo al Chiatamone, sotto il Mattino. Eravamo quasi arrivati a piazza dei Martiri, sotto la Confindustria, meta del corteo (perché poi? ah, saperlo) Calò un silenzio di tomba, poi lentissimo, sotto tono, qualcuno iniziò a fischiettare l’Internazionale. A ricordarlo ancora mi vengono le lacrime agli occhi.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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