24 luglio 1981, liberato Ciro Cirillo. Una testimonianza di Vittorio Bolognesi

Il 24 luglio 1981 la colonna napoletana delle Brigate Rosse libera Ciro Cirillo, rapito il 27 aprile 1981. Sulle note vicende (e affabulazioni che hanno proliferato intorno ai fatti reali) ci scrive un dettagliato intervento Vittorio Bolognesi, che era all’epoca membro della direzione di colonna e quindi ha conoscenza diretta e approfondita del sequestro Cirillo

Ho letto il recente post pubblicato dall’Alter Ugo, in occasione dell’anniversario, sulle ipotesi complottiste e collusive sviluppatesi attorno all’azione contro il capo della Mobile di Napoli, Antonio Ammaturo. Ipotesi che può avanzare solo chi non conosce la storia del movimento rivoluzionario e dei legami profondi tra la colonna napoletana delle Brigate rosse e l’esperienza dei Nap.

Questa idea del tutto infondata di un “omicidio su commissione” è, in tutta evidenza, il proseguimento del ben più noto polpettone avvelenato sulla presunta “trattativa” tra apparati dello Stato, Brigate Rosse, Dc e Nco. Una storia vecchia, quella della “trattativa” che i mass media ripropongono ciclicamente in un ennesimo tentativo di negare lo scontro sociale, politico e militare che ha attraversato l’Italia negli anni 70 ed 80.

Il sequestro Cirillo è stato pensato e organizzato nella scena del dopo terremoto (23 novembre ’80). Per la colonna napoletana delle Brigate rosse attaccare Cirillo significava colpire l’intera struttura di potere economico, politico e clientelare nel polo metropolitano di Napoli, aprendo un confronto dialettico con tutti gli strati proletari in lotta in quel momento.

La DC con i suoi boss (Gava in testa) si apprestava a mettere in campo tutto il suo carrozzone di potere: sciacalli imprenditori, faccendieri e camorristi.Il Grande Affare doveva avviarsi con l’espulsione del proletariato da tutto il centro storico verso la palude delle periferie. Decine di migliaia di senza tetto erano stati trasferiti di forza nelle scuole e nei campi di container sparsi in tutta la provincia.

Un’operazione speculativa che aveva anche l’ambizione di ridisegnare l’organizzazione urbana del polo metropolitano per risolvere un problema storico. Nonostante gli sventramenti (quello umbertino dopo il colera di un secolo prima con l’apertura del Rettifilo, quello fascista di 50 anni prima con la nascita del rione Carità) Napoli allora era ancora una delle poche metropoli europee con una consistente presenza proletaria in centro. Una presenza che aveva un forte peso nelle lotte sociali ma anche nel controllo del territorio.

In questa prospettiva, interi quartieri erano stati trasformati in cantieri a cielo aperto e la gran parte dei vicoli del centro storico erano stati chiusi al traffico con muri di cemento. Contro questo progetto di deportazione di massa incentrammo la “campagna Cirillo”. Contro queste pratiche imponemmo la requisizione delle case sfitte, la chiusura dei campi dove erano stati ammassati i senza tetto, la pubblicazione dei nostri documenti e comunicati, il sussidio ai disoccupati e, infine, il pagamento di 1 miliardo e 450 milioni di Lire. Con il sequestro Cirillo non abbiamo aperto nessuna trattativa con chicchesia. Abbiamo posto precise condizioni e richieste che erano maturate dentro lo scontro sociale a Napoli. La Democrazia Cristina è stata così costretta a cedere in tutto.

Anche il precedente sequestro D’Urso, che aveva portato alla chiusura del supercarcere dell’Asinara, era stata una campagna di lotta sviluppata in stretta dialettica con le lotte dei prigionieri. Proprio nella capacità di sviluppare questa dialettica si trasformarono i rapporti di forza permettendoci di raggiungere gli obiettivi che erano diretta espressione degli interessi proletari.

Per questi motivi non regge il paragone tra “campagna Cirillo” e “campagna di primavera”. Per lo Stato, cedere su Aldo Moro liberando i prigionieri, avrebbe significato riconoscere l’esistenza di uno scontro rivoluzionario in atto e della forza politico-militare delle Brigate Rosse. Né D’Urso né Cirillo mettevano in discussione lo scontro di potere a livello più alto e generale. Se di “trattativa” si vuole parlare, questa si è sviluppata tra gli esponenti politici della DC e i suoi apparati che, pur di riuscire ad individuare noi e, ovviamente, liberare Ciro Cirillo, non si sono fatti scrupolo di immischiarsi – loro – in loschi traffici con esponenti della camorra.

Di questo non mi scandalizzo, perché quando lo scontro di classe arriva a determinati livelli, lo Stato e i suoi apparati usano tutti i mezzi a disposizione. Dalle campagne stampa tese a falsificare e screditare le avanguardie di lotta e rivoluzionarie (costruendo teoremi basati su fatti e circostanze che nulla hanno a che vedere con la realtà), ai tentativi (falliti) di infiltrare le organizzazioni rivoluzionarie fino all’uso frequente della tortura e delle “esecuzioni sommarie dei militanti”.

Così sulla questione dell’esproprio di 1.450 milioni di lire è stata scritta una montagna di falsità. Sia chiara una cosa: noi avremmo liberato Ciro Cirillo anche se non fosse stato pagato un riscatto. Perché gli obiettivi politici della campagna erano stati raggiunti.

Due ragioni ci spinsero nel corso della campagna, durata quasi tre mesi, ad avanzare una richiesta economica inizialmente non prevista: piegare ulteriormente la DC, facendo esplodere ulteriori contraddizioni interne e finanziare la nostra organizzazione. Per una organizzazione rivoluzionaria, quest’ultima è una questione vitale . Avevamo chiesto 3 miliardi di lire ma non potevamo attendere che venisse raggiunta quella cifra. Dopo 90 giorni circa, il rischio di cadere nelle mani del nemico – con l’accerchiamento militare messo in atto in città – si faceva ogni giorno più concreto. Decidemmo, per tale motivo, di prendere la cifra in quel momento disponibile, quella che abbiamo realmente preso: 1450 milioni di lire.

Sarà sicuramente vero che altri soldi vennero nel frattempo raccolti, ma di tutto questo e dell’insieme di intrighi e imbrogli che si sono succeduti tra democristiani, familiari di Cirillo e varie figure di faccendieri, noi non sappiamo assolutamente niente. Il fatto che i servizi segreti abbiano promesso mare e monti a esponenti della camorra per arrivare ad individuare i militanti che avevano nella mani Ciro Cirillo non dovrebbe stupire: è il loro lavoro!

Certo è che non riuscirono in alcun modo ad avvicinarci e l’unico canale attraverso cui tentarono un contatto fu il carcere. I compagni avvicinati da qualche esponente della camorra dissero chiaramente che le discussioni sulla liberazione di Cirillo erano politiche e totalmente nelle mani dei compagni all’esterno. In questa situazione intimarono a questi personaggi sia il divieto di ricontattarli, sia di prestarsi ad altri giochi diretti dai servizi segreti.

Personalmente, piuttosto che continuare a contrastare tutte le falsità e le mistificazioni dietrologiche che hanno dimostrato la loro totale inconsistenza, vorrei ricordare che – attualmente – nelle carceri ci sono ancora compagne e compagni che sono stati condannati anche per il “sequestro Cirillo” da più di 38 anni. Il fatto che si continui a portare avanti un processo di falsificazione della memoria senza riconoscere lo scontro sociale dispiegato in Italia rientra nella strategia controrivoluzionaria che ancora oggi è messa in campo contro tutti i movimenti di lotta e le sue avanguardie.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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2 comments on “24 luglio 1981, liberato Ciro Cirillo. Una testimonianza di Vittorio Bolognesi
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