La rivolta di San Severo conclude una decade drammatica. Il 14 marzo la Celere spara sugli operai della Breda di Porto Marghera in sciopero. Nella memoria operaia si radicherà il falso ricordo di due operai morti (celebrati anche da una canzone di Gualtiero Bertelli) ma in realtà entrambi, feriti gravissimi, si riprenderanno. Il 17 marzo a Torino l’assalto alla sede del Msi, responsabile di gravi provocazioni, si conclude con la morte infarto di un cittadino che non aveva preso parte alla manifestazione ma era sceso in piazza a “vedere che stava succedendo”. La situazione precipita il 21 marzo: uno sciopero alla rovescia in un paesino abruzzese, Lentella, finisce con due braccianti uccisi e 10 feriti dal fuoco dei carabinieri. La Cgil proclama lo sciopero generale
A ricostruire il ciclo delle lotte contadine nella Marsica ci aiuta Felice Gentile. Agli inizi degli anni cinquanta le difficili condizioni di vita di intere fasce della popolazione rurale innestano forme di insubordinazione sociale. I braccianti agricoli, gli affittuari chiedevano l’assegnazione delle terre abbandonate o mal curate dagli agrari . In Abruzzo si inventò un metodo nuovo: lo sciopero alla rovescia.
Il principe Torlonia e i proprietari terrieri delle provincie di Chieti e Teramo trascuravano opere che avrebbero migliorate la produttività fondiaria, ad esempio la manutenzione dei canali irrigui del Fucino. Questi lavori cominciarono a farli i braccianti agricoli che a fine giornata si presentavano ai Municipi o alle caserme dei carabinieri per farsi segnare le ore di lavoro. Lo sciopero iniziò il 6 febbraio al Fucino, nel sesto anniversario dell’uccisione di un bracciante da parte delle guardie del feudo. Un accordo in tre punti fu raggiunto il 14 febbraio del 1950 in prefettura a L’Aquila tra sindacati e associazioni padronali:
Nei giorni successivi il principe non attuò gli accordi sottoscritti. I lavoratori scesero in piazza in tutti i comuni della Marsica. Nei cortei erano massicciamente rappresentate le donne. Nelle adunate era presente la Pupazza , che veniva incendiata al culmine della manifestazione come avviene nelle feste popolari. Il governo, ( ministro degli interni era il deputato siciliano Mario Scelba) da una parte fronteggiò in maniera forte i contadini con carabinieri e poliziotti, d’altra parte permise l’intrusione di armati al soldo dei padroni, una “guardia bianca” da contrapporre ai dimostranti. Negli scontri vi furono numerosi morti.
Il 22 marzo il disoccupato 32enne Attila Alberti cade sotto gli spari della polizia al termine di una manifestazione organizzata dalla Camera del Lavoro di Parma. Alberti muore sul colpo, all’angolo di strada Repubblica con Borgo Sant’Ambrogio. Ma c’è un’altra vittima: Luciano Filippelli, condotto in carcere, morirà a causa del diabete che i secondini non gli permisero di curare. La polizia spara ancora in Abruzzo ad Avezzano contro i dimostranti: è ucciso Francesco Laboni. A Roma durerà cinque ore la battaglia di strada: in una città paralizzata dal massiccio sciopero degli autoferrotranvieri la celere deve ricorrere a prolungati rastrellamenti per ristabilire l’ordine in centro.
Intanto, il 23 marzo, è la volta di San Severo: 1 morto, 40 feriti. Più di 100 arrestati resteranno in carcere per un anno e mezzo. E questo episodio di brutale repressione innescherà uno straordinario episodio di solidarietà proletaria.
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