L’appello contro Calabresi e l’equivoco tra Bobbio e Sofri

Alessandro Smerilli prende spunto dall’incrocio di lame tra Mario Calabresi e Adriano Sofri. E tira fuori dal cascione un gustoso retroscena sull’equivoco intercorso tra il professore Norberto Bobbio e il detenuto (all’epoca) Adriano Sofri. Si tratta dell’appello del 1971 sottoscritto da centinaia di intellettuali, artisti e leader politici (finanche della destra Pci) sul processo Calabresi vs Lotta continua.
di Alessandro Smerilli
Il famigerato “appello” tuttora descritto come una sorta di condanna a morte del commissario Calabresi dalla pigra indolenza dei giornalisti italiani televisivi e della carta stampata parlava invece di una ricusazione di coscienza – che non ha minore legittimità di quella di diritto – rivolta ai commissari torturatori, ai magistrati persecutori, ai giudici indegni.
Firmarono anche Amendola e Pajetta
Era stato generato dall’immenso scandalo suscitato dell’annullamento del processo Calabresi- Lotta Continua per via dell’accoglimento della richiesta di ricusazione del giudice naturale da parte della difesa Calabresi (che riteneva che il processo si stesse mettendo male per il querelante). Fu firmato da un numero straordinario di politici e intellettuali italiani. Tra essi Primo Levi, Giorgio Amendola, Giancarlo Pajetta e Pierre Carniti, Federico Fellini e Vittorio Gorresio, Luciano Bianciardi e Cesare Musatti, Angelo Maria Ripellino e Gregor von Rezzori, Bruno Trentin e Mario Soldati eccetera.
Sofri e le ragioni dell’appello
Così ne parlò Adriano Sofri nel libro La notte che Pinelli.
Fra i firmatari figurava naturalmente Norberto Bobbio. Voglio dire che sarebbe stato sorprendente che il suo nome, in simili circostanze, mancasse. Nel suo libro, “Mio marito, il commissario Calabresi” (1990), che, a differenza di quello di suo figlio Mario, si misura puntigliosamente con le ricostruzioni giudiziarie e con le vicende dell’opinione pubblica, Gemma Capra, riportato il testo dell’appello e un florilegio di firme, scrive: «Dopo il 27 ottobre 1975, quando uscì la sentenza definitiva della magistratura che scagionava Gigi, mi posi in attesa. – Vuoi vedere – pensai – che qualcuna di queste persone, che so, magari Norberto Bobbio, mi scrive un biglietto, due righe per dire: signora, ci scusi, ci eravamo sbagliati? Nessuno mi ha scritto. Ma sono ancora in tempo a farlo».
L’invito di Montanelli a Sofri
Anni dopo, proprio Bobbio mi indusse a tornare sul famigerato appello. Successe questo. Che nel 1998 io risposi, dal carcere, a una sollecitazione di Indro Montanelli,. Gli dissi che, salva la mia estraneità penale, accettavo senz’altro – l’avevo fatto in passato e comunque lo autorizzavo a scegliere la forma che preferisse – di scusarmi con la signora Gemma Capra e i suoi figli per il modo della campagna condotta da «Lotta Continua».
La persistenza di Bobbio
Un giornalista del «Giornale» interpellò allora Norberto Bobbio. Che disse: «Mi distacco dal giudizio di Sofri. Io penso che abbia sbagliato a chiedere scusa… Capisco che si trovi nella condizione di dire quelle cose...». Fui sconcertato dall’equivoco di Bobbio. Mi attribuiva una debolezza da prigioniero, dalla quale grazie al cielo non ero sfiorato. Ma l’essenziale dell’intervista era nella risposta sull’appello del ’71. Bobbio sembrava rifiutarsi di rinnegarlo. «Bisogna capire, quella era l’atmosfera del tempo. […] Se tanti hanno firmato un appello che indubbiamente è una denuncia molto premente, molto violenta, di quelle che sarebbero state le azioni di Calabresi, probabilmente in quel tempo, come dire, c’erano delle ragioni per cui l’hanno fatto».
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