Mario Moretti: sbagliammo a uccidere Guido Rossa

Chi decise di colpire Rossa?

La colonna genovese. Ma l’Esecutivo avrebbe potuto opporsi, e non lo fece. L’intento era ferirlo, non ucciderlo.

Perché invece fu ucciso?

Andarono per colpirlo mentre saliva in macchina, ci fu una specie di colluttazione, i compagni spararono e anziché ferirlo lo uccisero. La morte è sempre grave, stavolta è l’errore politico che induce a non controllare rigidamente l’uso delle armi. Del resto lo sbaglio stava a monte. Guido Rossa non bisognava neanche ferirlo. Una contraddizione interna al movimento operaio, o la risolvi politicamente o la sconfitta è di tutti, le armi non servono.

Ma perché lo fate, quell’errore?

Forse eravamo tratti in inganno dall’esito d’una azione precedente, quando avevamo ferito un altro esponente del Pci in fabbrica, Carlo Castellano, che era alla direzione del personale, la controparte storica degli operai. Quella volta toccò al Pci spiegare ai suoi iscritti com’è che si ritrovavano il partito in veste di padrone. Con Guido Rossa la situazione era completamente diversa.

Sentiste la reazione?

Pesantissima. Ma non avevamo bisogno di sentirla per sapere che avevamo sbagliato. Così ammisero tutti, non ci fu nessuno a dire che avevamo fatto bene. Non lo abbiamo mai detto, quando abbiamo dovuto uccidere. Ma quella volta alla gravità della scelta si aggiunse lo sbaglio proprio dove non si doveva assolutamente sbagliare. La contraddizione nella coscienza operaia era sotterranea, silenziosa. Ma c’era, e la proposta di delazione fatta dal Pci non passò neppure dopo Rossa, che pure gli operai non ci perdonarono.

Ne discuteste?

Fu una discussione drammatica. Ma semplice. Avevamo sbagliato.

E perché si uccise Berardi, che Rossa aveva denunciato?

Berardi era un metalmeccanico che lavorava in fonderia e distribuiva i nostri volantini e documenti. Per questo Rossa lo denuncia nell’ottobre del 1978. È una storia brutta e bella e terribile. Un compagno operaio dell’Italsider che denuncia un altro compagno operaio dell’Italsider. Li divide il contrasto acerrimo fra Pci e Br. Rossa risolve il suo problema mandando in galera Berardi. Ma qualche mese dopo che le Br uccidono Rossa, Berardi si uccide. Chissà se qualcuno di coloro che sedevano a Botteghe oscure ha colto la dimensione di quel che stava succedendo, quali lacerazioni passavano nel corpo operaio.

Ma anche questo, che definite un errore e che pagate caro, non è l’indizio che siete inchiodati in una situazione della quale non vedete lo sbocco? Percepite questo vicolo cieco?

La valutazione non fu univoca. Come vi ho detto, non c’eravamo aspettati la saldatura delle forze politiche, con un Pci totalmente integrato nel fronte comune con la Dc e senza neppure l’opposizione dell’anima operaia della base. Si sono ristrette le condizioni esterne sia per la guerriglia sia per il movimento di classe. Non tutti, credo, hanno avvertito le conseguenze che l’emergenza avrebbe avuto su ogni forma di conflitto. Così nel 1979 ci troviamo a dover venire a capo d’un punto: le Br non potranno più essere quello che erano state finora. Avevamo colpito davvero al cuore dello stato, al livello simbolico più alto ed eravamo diventati più grandi, forse, di quanto avessimo mai voluto essere. C’eravamo concepiti in altro modo, catalizzatori d’un processo, non i soli protagonisti.

E di qui?

La prima conseguenza è che qualsiasi nostra azione aveva perduto la natura di scontro limitato, di conflitto per arrivare a una mediazione: lo stato la assolutizza come richiesta di legittimazione, decide che o ci distrugge o sarà la sua débacle. È un pensiero debole che dispone di mezzi forti, roba più da generali che da eredi di Machiavelli. La seconda conseguenza è che la propaganda armata resta senza il suo cardine: se non apri un varco nel fronte avverso, i tuoi discorsi rimangono lettera morta. Il solo messaggio che puoi mandare è di distruzione, sta nei colpi che assesti all’apparato dello stato. Ma che senso aveva la nostra strategia se non avessimo potuto puntare su continue mediazioni tattiche, questo imponi, questo contratti, questo ottieni per coloro che rappresenti? Ci eravamo spinti a dire che la guerriglia urbana è la forma della politica rivoluzionaria del nostro tempo, ma per definizione politica è mediazione. E ora non riusciamo a farcela più. I compagni più esperti lo capiscono, le difficoltà che avemmo agli inizi erano niente a confronto di questa.

Non ne deduceste che, giusta o sbagliata che fosse, la vostra partita era perduta?

Ma eravamo più forti come struttura e capacità operativa. Eravamo il riferimento di avanguardie non da poco, il solo, non avevano altra parte cui guardare. Non potevamo che tentar di rilanciare, ma voleva dire trasformarci da avanguardia guerrigliera in partito, partito rivoluzionario. Un’impresa enorme e, oggi si può dire con certezza, del tutto fuori dalla nostra portata.

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24 gennaio 1979: così le Br uccisero Guido Rossa

Da quel portone, nella mattina umida del 24 gennaio 1979, esce un uomo. Fa ancora buio, sono appena le sei e mezzo. E c’è vento, qualche sventagliata di pioggia. L’uomo si chiama Guido Rossa, è un aggiustatore meccanico e un alpinista apprezzato, passione che lo riporta alle montagne del bellunese dov’è nato, alla Torino circondata dalle Alpi dove tanto ha vissuto. È anche un delegato sindacale del suo reparto, la quasi mitica Officina dentro l’Italsider, il grande complesso siderurgico di Cornigliano, a ponente della Lanterna e oltre il torrente Polcevera, intitolato a Oscar Sinigaglia, pioniere della siderurgia italiana.

Una delle grandi cattedrali del lavoro a Genova, novemila gli operai, se ci aggiungi le ditte esterne e l’indotto arrivi a undicimila e più. Guido ha quarantaquattro anni, è marito di Silvia che è impiegata alla Sip e padre di Sabina, che ha sedici anni e va alle magistrali al “Lambruschini”, in Castelletto, il quartiere borghese che confina con quell’Oregina dove sono soprattutto operai e portuali, aristocrazia del lavoro, a popolare le case arrampicate lungo le strade strette che hanno mangiato la collina regalando in cambio un piccolo assaggio di benessere.

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24 gennaio 1966: occupata a Trento Sociologia

Fino all’inizio degli anni ’60 la sociologia in Italia non aveva avuto nessuna particolare diffusione. Esistevano le Edizioni Comunità volute da Adriano Olivetti1, ma circolavano tra pochi addetti ai lavori. Figure di pensatori e sociologi come Weber e Mannheim, grandi scuole di pensiero come quella di Francoforte (Adorno, Horkheimer, Marcuse), erano di fatto per la gran parte rimaste escluse dall’orizzonte culturale italiano.

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Un ricordo di Dacia Valent. Tra ascesa e precipizio

Ho scritto questo articolo sull’ascesa e la caduta di Dacia Valent nell’aprile 1995 ma non so chi l’ha pubblicato. L’ho messo in rete nell’aprile 2013, all’avvio del sito ma è stato letto e commentato, con rabbia, con amore in occasione della morte di Dacia, 6 anni fa, quasi senza che me ne accorgessi. Un infarto fatale in un fisico provato dall’alcolismo e dalle sue sconseguenze. Mancavano ovviamente gli ultimi pezzi della caduta, la sua radicalizzazione nel senso di un nazionalismo nero esacerbato dalla frustrazione e dal risentimento, qualche cattiveria gratuita, la rovina personale.

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21 gennaio 1972, Napoli: muore bruciato Enzo de Waure. Era bersaglio dei fascisti

Ho sempre scritto poco di Napoli, per un’evidente scelta, determinata dalla mancanza di distacco emotivo che è invece necessario per non scottarsi quando la materia è incandescente. Devo quindi ringraziare il mio antico amico e compagno Marco Galasso che ieri ci ha ricordato l’atroce morte di Enzo De Waure, militante dei Comitati di lotta, per mano fascista. Quello che segue è l’articolo pubblicato venti giorni dopo dal quindicinale Lotta Continua. Essendo trascorsi 48 anni dall’omicidio ho siglato tutti i nomi dei fascisti perché non avendo lasciato tracce successive nella cronaca ho ritenuto di applicare il diritto all’oblio. Ad eccezione di un solo nome, perché è stato ancora a lungo, prima nelle piazze, poi nelle galere e infine nei banchi del consiglio comunale un protagonista della fascisteria napoletana (e anche perché anche siglandolo molti lo avrebbero identificato lo stesso ..]

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20 gennaio 1982: l’arresto di Nando Iannetti per i legami con Senzani

Peppe Carrese ci ricorda con un post appassionato su Facebook l’arresto il 20 gennaio del 1982 di Nando Iannetti, il professore di Terra di Lavoro (nato a Fondi, vissuto a Caserta) con cui ho condiviso un discreto pezzo di strada negli anni della battaglia per la soluzione politica per gli anni ’70. Di quei ragionamenti, ma anche di una forte complicità amicale, c’è traccia in questa intervista per il Giornale di Napoli (ce n’era anche unacon Oreste Scalzone che rimando ad altra occasione

[Interviste a Nando Iannetti, docente di filosofia arrestato per le Br-Partito guerriglia, e Oreste Scalzone, leader di Potere operaio e dell’Autonomia, all’epoca latitante, in occasione del decimo anniversario del 7 aprile 1979, la data celebre per il blitz della magistratura patavina contro Autonomia, considerata a torto il vertice strategico delle Brigate rosse]

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20 gennaio 1978, Prima Linea uccide un agente davanti al carcere di Firenze

Fausto Dionisi, viterbese, 33 anni, agente di polizia fu ucciso da un commando di Prima Linea. L’omicidio avviene nell’assalta al carcere delle Murate per fare evadere due detenuti politici.

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La gioia armata: il pamphlet “maledetto” di Alfredo M. Bonanno

“Un bel mattino, nel corso di una manifestazione pacifica, ed autorizzata dalla questura, quando i poliziotti cominciano a sparare, (…) anche i compagni sparano, i poliziotti cadono. (…) Si distruggono alcuni supermarket, alcuni negozi, si saccheggiano magazzini di alimentari e armerie, si bruciano vetture di grossa cilindrata. E’ un attacco allo spettacolo mercantile, nelle sue forme più appariscenti. (…) Si usano le armi dell’ironia. Non nel chiuso dello studio di uno scrittore. Ma in massa, per le strade. (…) Ci si nausea delle riunioni, delle letture dei classici, delle inutili manifestazioni, delle discussioni teoriche che spaccano il capello in quattro, delle distinzioni all’infinito, della monotonia e dello squallore di certe analisi politiche.

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17-18 gennaio 1951: uccisi 4 dimostranti in manifestazioni contro la guerra

Adrano, 17 gennaio: sparano anche i fascisti

La mattina del 17 gennaio 1951 la polizia apre il fuoco sui militanti di sinistra che protestano contro la visita di Eisenhower, uccidendo Girolamo Rosano, bracciante 19enne iscritto alla Cisl e ferendo altre 11 persone fra i quali, gravissimo, il 16enne Francesco Greco. Una donna muore per attacco cardiaco, poco dopo la sparatoria. La prima carica, con uso di armi da fuoco, avviene davanti alla Camera del lavoro dove i manifestanti si stavano concentrando, la seconda contro il corteo, ed è effettuata con mitra e lacrimogeni. Secondo il quotidiano “L’Unità” si sarebbe sparato anche dal balcone di tale Filadelfio Cancio, iscritto al Msi e dell’avvocato Danielo, già segretario del Fascio.

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18 gennaio 1976: la seconda cattura di Renato Curcio

Nel libro intervista con Mario Scialoja “A viso aperto” Curcio ricostruisce la catena di errori umani dei brigatisti che portarono al suo secondo arresto

Dalla morte di tua moglie e il tuo arresto a Milano passano sette mesi. Hai detto che dopo il disastro della cascina Spiotta non ti sei tirato indietro: quali sono stati in quel momento i vostri problemi?

È stato un periodo di crisi: convulso e carico di nervosismo. Poco dopo la morte di Margherita riunimmo la direzione strategica. I principali argomenti sul tappeto erano tre: l’autocritica per il modo superficiale in cui ci eravamo comportati, il vuoto lasciato da Margherita nella direzione della colonna torinese, l’urgente necessità di trovare dei soldi.

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