13-14 aprile 1979: stato d’assedio ai funerali degli autonomi di Thiene

Verso le 17.30 dell’11 aprile 1979, a Thiene, in provincia di Vicenza, esplode un ordigno in un appartamento in via Vittorio Veneto 48. Muoiono dilaniati dall’esplosione tre militanti del Gruppo sociale di Thiene, una delle strutture dei Collettivi Politici Veneti. Maria Antonietta Berna (22 anni: nella foto durante un’occupazione di case), il metalmeccanico Angelo Del Santo (24 anni) e lo studente di medicina Alberto Graziani (25 anni).

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Venerdì 11 aprile (1975): la strage della Flobert e il ricordo di Sciascià

Venerdì 11 aprile 1975, alle 13,25, una terribile esplosione distrugge la Flobert, una fabbrica che produce proiettili per armi giocattolo e fuochi d’artificio, situata alla contrada Romani a Sant’Anastasia. Siamo alle pendici del Monte Somma, nel Vesuviano. La canzone contro le morti bianche è degli Zezi. Il gruppo operaio di Pomigliano d’Arco innesta sulla tradizione folclorica temi e ritmi delle lotte operaie e sociali degli anni Settanta. Di lì a poco nascerà un nuovo gruppo di combat folk, animato da “Sciascià”, l’autore del testo della Flobert.

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11 aprile 1969: rivolta alle Nuove. I detenuti devastano il carcere

rivolta

Il ciclo di lotte dei detenuti contro le disumane condizioni di vita nei penitenziari comincia nel giugno del 1968. Si portano avanti parole d’ordine piuttosto avanzate sulla riforma delle carceri e contro la carcerazione preventiva. Ha una certa importanza il lavoro di inseminazione politica svolto dagli studenti arrestati per le lotte universitarie, ma anche delle centinaia di operai finiti in carcere per i picchetti o i blocchi stradali, le quotidiane pratiche di lotta in fabbrica e sul territorio a supporto delle tante vertenze, contrattuali o locali. Ma ben presto si afferma anche il ruolo di quelli che poi diverranno una specifica categoria socio-politica. I proletari prigionieri, gli illegali che hanno rotto con l’ordine borghese attraverso la pratica “criminale”.

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11 aprile 1968: attentato contro Rudi Dutschke, “il rosso”

Rudi Dutschke
La scena dell’attentato

Il 1968 è l’anno del grande mutamento. La primavera del 1968 lo dimostra: il 4 aprile James Earl Ray uccide a Memphis Martin Luther King jr., il pastore leader del movimento per i diritti civili. Due mesi dopo, il 6 giugno, il palestinese Sirhan B. Sirhan colpisce a morte il candidato democratico alla Casa Bianca Bob Kennedy, che il destino accomuna al fratello John, assassinato nel celebre attentato di Dallas 5 anni prima. In mezzo il Maggio Francese.

L’agguato

Pochi giorni dopo la morte di King, il vecchio continente viene scosso da un altro attentato: a Berlino, l’11 aprile, Rudi Dutschke, leader del movimento studentesco tedesco, è raggiunto da tre colpi di pistola. Lo ferisce il tappezziere Joseph Bachmann. Un estremista di destra fomentato dalla furibonda campagna di stampa della principale catena editoriale tedesca. Sopravvive, ma i danni al cervello gli provocano frequenti attacchi epilettici. Uno di questi, una decina d’anni più tardi lo coglierà nella vasca da bagno, annegandolo.

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Addio a Ernesto Paolozzi, un liberale dalla parte degli operai

E ci ha lasciati anche Ernesto Paolozzi. Con lui gli incroci sono cominciati quasi 50 anni fa… Ci scambiammo le appartenenze politiche (lui da Potop al Pci, io viceversa) e il compagno di banco (bocciato, si spostò dal Vico al Genovesi e per me Claudio fu un acquisto straordinario). Poi il futbol, il Denza, lui n.10 della giovanile, io accanito ultrà … In facoltà, a Lettere, ci incrociavamo poco: io a Storia, lui a Filosofia, a scoprirsi liberale alla scuola del professor Franchini.

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Lo scherzo del 7 aprile: c’è chi vince (Calogero) e chi perde (i detenuti)

Questo sarà un post corposo, ma la materia (il processo 7 aprile) e l’autore (Davide Steccanella: e il testo e l’assemblaggio di due interventi sulla sua pagina facebook) meritano spazio. Di mio ci metto una chicca: l’articolo di Franco Piperno sul primo numero di Metropoli che costò il sequestro del giornale …

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7 aprile 1978: le Br gambizzano il leader degli industriali genovesi

Nella primavera 1978, in pieno sequestro Moro, la colonna genovese mette a segno due gambizzazioni. Entrambe le vittime sono manager industriali con saldi ancoraggi democristiani. Il primo, Felice Schiavetti, è il presidente genovese di Assindustria. Per le Brigate rosse “sostiene in sede locale i progetti di ristrutturazione economica in funzione degli interessi delle multinazionali”.

Lo feriscono la mattina del 7 aprile 1978. L’agguato scatta alle 8 di mattina, quando l’imprenditore, titolare di una storica fabbrica metallurgica esce di casa, a corso Magenta. Ad agire sono soltanto in due, Baistrocchi e Nicolotti, che fa fuoco. Dei sei colpi sparati ben cinque vanno a bersaglio, fratturandogli il femore sinistro in più punti. Questa è la cronaca della Stampa

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5-6aprile 1978: a Licola finisce il sogno di Primi Fuochi di Guerriglia

Tra la sera del 5 e la mattina del 6 aprile 1978 a Licola, nel litorale flegreo, sono arrestati 4 militanti di Primi Fuochi di guerriglia. Fiora Pirri Ardizzone, Lanfranco Caminiti, Ugo Melchionda, Davide Sacco. Primi fuochi di guerriglia è il primo gruppo armato che pone al centro della sua elaborazione e della sua prassi combattente la specificità meridionale rifiutando la pratica dell’attacco alle persone.

La sua storia si intreccia fecondamente con quella dell’Autonomia meridionale. Una storia poco nota che sarà tra breve ricostruita in uno dei tanti meritori volumi che Derive e Approdi dedica al movimento sovversivo degli anni 70. Quel gruppo umano, seppure diviso dalla scelta del livello di violenza praticabile, condivise, caso unico in Italia, la gestione unitaria del processo, che riunì alla sbarra autonomi e guerriglieri.

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Mario Moretti: arrestati per un nostro errore grossolano

Il 4 aprile del 1981 vieni arrestato a Milano. Hai tirato un respiro di sollievo?

Sicuramente ho pensato: “Adesso riposerò per molto tempo”. Il che è successo, forse troppo. No, non ho tirato un sospiro di sollievo. Quella era la mia vita. Per quanto dura non era da disperati. Era stata anche ricca.
Ma in quell’aprile eravate ormai senza via d’uscita.
Pensavamo di averne trovata una proprio allora, avevamo portato a termine con successo il sequestro d’Urso, dunque si poteva combinare la forza nell’operazione con l’intelligenza nella trattativa. Oggi so che questo era quasi impossibile. Ma in quei mesi pensai che si poteva farcela. Molti compagni bravi, di quelli che contavano, erano convinti dopo d’Urso che si poteva ricostruire un lavoro, anche senza farsi troppe illusioni. Era una scommessa più grande di quella del ’72.

La prima volta che ne accennasti hai detto: «Sono stato arrestato quando tentavo di rimettere in piedi i cocci delle Br».

Cercavo di ritessere dei fili a Milano. Di problemi di fondo non ne avevamo risolti neanche uno, tutto si sarebbe giocato nell’impostare e gestire bene le campagne che stavamo preparando. Ma a Milano i compagni della Walter Alasia se ne erano andati per i fatti loro facendoci perdere un punto di forza – erano una presenza vera dentro alla fabbrica, abbastanza integra organizzativamente, ma politicamente i più arretrati, non avevano rielaborato nulla, ripetevano e si incagliavano dove eravamo incagliati da un pezzo. Non si rendevano conto delle ragioni vere della nostra crisi. E le Brigate Rosse non potevano rinunciare a Milano, non è questione di potere o di concorrenza fra gruppi, avevamo sempre saputo che se per qualche ragione ce ne fossimo andati da Milano e dalle fabbriche, avremmo smesso di esistere, per quanto forti fossimo altrove. Nell’inverno del 1981 a noi non restava che riprendere i vecchi contatti in città con i compagni e ricominciare un lavoro di ricucitura.

Per «noi» chi intendi?

Intendo le Brigate Rosse, che erano ancora una organizzazione. Di regolari andammo a Milano Enrico Fenzi, Barbara Balzerani, io, e basta. Non ne servivano di più, non contava tanto il numero quanto la conoscenza della città, delle sue strutture, della gente. Io sono politicamente nato a Milano, la so a memoria. Per un super ricercato era un’imprudenza imperdonabile cercare i primi contatti. Questo è il lavoro tipico degli irregolari, che vivono legalmente nel movimento, setacciano le disponibilità, fanno le prime verifiche, e se si accorgono – non ci vuol molto – delle magagne di quello che si diceva comunista e non lo era, non proseguono. E non succede niente se il primo contatto è stato preso da un compagno legale, è lui che funziona da filtro verso l’organizzazione clandestina. È stata questa rete capillare e severa che ci ha permesso di evitare gli infiltrati; a mia conoscenza, nessuno è riuscito, dopo Girotto, a infiltrarsi, certo nessuno s’è accostato a una struttura di direzione sia pur periferica. È quasi un record mondiale. Ma a quel momento a Milano questa rete s’è inaridita, siamo debolissimi, e benché sia una pazzia i primi contatti li cerco io. Alla più piccola sbavatura può essere il patatrac, ma che fare? Quante volte si fa una sciocchezza pur sapendo che è una sciocchezza. E così in uno dei contatti che, dopo la prima volta, avremmo scartato, Fenzi e io cadiamo in una trappola tesa dalla polizia e veniamo arrestati.

Forse in questo errore c’è stata da parte tua, che eri sfuggito sempre a trappole del genere, una stanchezza, allenti la guardia perché non ne puoi più. Ma lasciamo andare l’inconscio, che non frequenti volentieri. Dopo il tuo arresto, chi rimane?

Rimane integra la colonna romana. Ne fanno parte compagni come Luigi Novelli, Remo Pancelli, Marina Petrella e Piero Vanzi. È sicuramente la colonna più compatta, e nella crisi politica dei mesi successivi sarà quella che guiderà il passaggio dalle Brigate Rosse al Partito comunista combattente. Poi ci sono Barbara Balzerani, Antonio Savasta e Francesco Lo Bianco che tra la colonna in Veneto e quel che rimane a Milano faranno parte della stessa tendenza. Ma al momento del mio arresto anche la colonna di Napoli, che è guidata da Giovanni Senzani2 e Vittorio Bolognesi, è d’accordo con la linea dell’organizzazione sperimentata con d’Urso. Be’, ci dicemmo con Fenzi parlandoci tra le grate delle celle d’isolamento, forse c’è una speranza che vadano avanti, rimane Barbara, rimane Lo Bianco, rimane Savasta, che era uno dei più convinti, uno che aveva macinato molto della nostra storia. E che altro potevo fare se non sperare? Ormai stavo in galera e non avevo scelte, dovevo solo tenere botta.

In carcere sei un po’ solo?

Più che solo in isolamento: fra la caserma della polizia a Milano e le celle di isolamento di Cuneo mi sono fatto tre mesi senza vedere nessuno che non fossero le guardie. Ma era l’inizio e dopo dieci anni di clandestinità potevo persino prenderlo come una tregua; mi sono letto due volte di fila Guerra e pace. Mille e settecento pagine di Tolstoj riempiono di gente una cella di isolamento per ben più di tre mesi.

FOnte: Moretti-Mosca-Rossanda, Una storia italiana

E’ morto Luigi Novelli. Un operaio romano, da Viva il comunismo alle Br

A dare la notizia, sulla sua pagina facebook, è “Alex Paddy”, un suo antico compagno di lotta e di prigione. Quando si parla della colonna romana delle Brigate Rosse si tende a privilegiare il ruolo di Valerio Morucci e dei compagni delle Formazioni comuniste armate che con lui entrarono. Ma dal punto di vista del peso politico va ricordato quel gruppo di compagni marxisti leninisti di cui lui faceva parte. E la scomparsa di Luigi Novelli ne è triste occasione.
Pur rispettando la regola brigatista dell’ingresso individuale, mantennero una solidità di legame notevole che si andò dissolvendo soltanto alla fine della corsa.

Dalla diaspora di Viva il Comunismo al comitato comunista di Cinecittà, alla brigata di Torre Spaccata. Luigi e i suoi compagni finirono tutti per assumere ruoli di direzione politica. Nella colonna, nei fronti, nella direzione strategica delle Brigate rosse. Luigi, in particolare, fece parte anche dell’esecutivo.
A leggere i nomi, Luigi Novelli, Marina e Stefano Petrella, Marcello Capuano, Francesco Piccioni, Remo Pancelli, Piero Vanzi ci trovi tanta storia della lotta armata romana.
E raccontare oggi i passaggi di Luigi attraverso la cronaca penale e giudiziaria degli arresti, dei processi, delle condanne mi sembra veramente insensato.

La sua storia, dalla militanza proletaria nel suo quartiere al carcere ce la racconta un suo compagno, Francesco Piccioni dalle pagine di Contropiano, che potete leggere qui

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