4 marzo 1937: nasce a Catania Alfredo M. Bonanno

Il 4 Marzo 1937 a Catania nasce Alfredo Maria Bonanno, anarchico catanese, i cui scritti hanno avuto una grande influenza nella corrente anarchica insurrezionalista, sia nazionale che internazionale.

Gli anni ’70:
la produzione
teorica

Il 29 ottobre 1972 Bonanno viene arrestato e condannato a 2 anni di reclusione per aver contribuito alla pubblicazione del numero unico di “Sinistra Libertaria” con un articolo in cui si incita all’insurrezione popolare. In realtà, “Sinistra Libertaria” è il «primo tentativo organico realizzato da alcuni compagni che si richiamavano alla prospettiva insurrezionale» di costituire un movimento rivoluzionario dotato di un programma.

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3 marzo 1972: il sequestro Macchiarini. Mario Moretti racconta

Alla Siemens duriamo molto di più, praticamente dall’inizio alla fine delle Brigate Rosse. La Siemens era un’azienda molto più articolata, il ciclo era in espansione, e quel che dicevamo ha sempre trovato riscontro sia fra i tecnici sia fra gli operai. A un certo punto potevamo contare su un centinaio di compagni. Una volta, dopo il sequestro Macchiarini, un compagno cui chiesero che cosa producesse la Siemens rispose: «Telefoni e brigatisti, in uguale proporzione». (…)

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Ascesa e caduta di Franco Giuseppucci, l’unico capo della Magliana

Il sequestro

A Roma, «don Massimiliano» era l’ottavo ostaggio preso dall’inizio dell’anno, ma la banda che l’aveva portato via la sera del 7 novembre non era composta da «professionisti». Idea il sequestro un certo Franco Giuseppucci, trentenne segnalato più volte dalla polizia per rapine e detenzione di armi. A quel tempo i suoi amici di Trastevere, di Testaccio e della Magliana gli avevano già cambiato soprannome: prima era «il fornaretto», poi era diventato «er negro» a causa del colorito scuro della pelle.

Oltre a compiere rapine e a commerciare armi, Giuseppucci faceva il «buttafuori» in una sala corse dalle parti di Ostia, gestita da un certo Enrico, uno che frequentava i giovani fascisti figli della Roma bene, i «pariolini» con capelli corti e scarpe a punta, giacconi paramilitari e passione sfrenata per le armi. Attraverso il giro dei possessori di macchine fuoristrada, ancora ristretto nel 1977, Enrico aveva conosciuto ed era diventato amico di Giulio Grazioli, figlio del duca Massimiliano. Le informazioni necessarie per il sequestro, dalle abitudini del futuro ostaggio alle sue possibilità economiche, venivano proprio da lì.

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1 marzo 1968: la battaglia di Valle Giulia

Gli interventi del gennaio 1968 di Bobbio e Rostagno rompono la logica verticale e parlamentaristica, sottolineano la necessità di dare la priorità alla crescita del movimento anziché alla precisazione di un’astratta ideologia che inevitabilmente svolgerebbe un’azione frenante rispetto all’agitazione.

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28 febbraio 1979: con Barbara e Matteo comincia a morire Prima Linea

Il ricordo di Chicco Galmozzi, che era stato uno dei fondatori di Prima Linea a Torino, per l’anniversario della morte di Barbara Azzarooni e di Matteo Caggeggi è dedicato a lui. Di Barbara ci siamo già occupati e quindi questa testimonianza è per noi preziosa

28 febbraio 1979. I giornali scrissero che era “figlio di…” [il padre, muratore siciliano immigrato a Torino era stato condannato all’ergastolo come custode di un sequestrato ucciso a colpi di pietra, ndb] ma Matteo lavorava alle Carrozzerie di Fiat Rivalta ed era un figlio della classe operaia.

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L’Assemblea di Roma. Il cappello dell’Autonomia sul Settantasette

Dalla pagina facebook Il Settantasette la testimonianza di un militante del Movimento, “Pos Poni” che ha suscitato più di una reazione stizzita. Io c’ero, con i miei compagni del Collettivo autonomo universitario di Napoli. Intervenni anche in una commissione e votammo la mozione presentata da Scalzone. Più che Oreste – i compagni all’epoca mi sfottevano assai per l’evidente somiglianza fisica: e divenni “Scalzoncino” – ci fomentò assai l’intervento di Luigi Rosati. Io l’ho raccontata altrimenti un anno fa ma non c’è dubbio che la testimonianza non è soltanto sincera ma anche autentica

26/27 Febbraio 1977. Assemblea Nazionale del Movimento Universitario. L’aula di Economia e Commercio è stracolma di studenti universitari, lavoratori, precari, disoccupati. La disposizione dell’assemblea, fin dalla prima mattina, fa capire che la battaglia per l’egemonia si farà ancora più intensa. I militanti dell’Autonomia occupano le prime file dell’aula e installano i loro esponenti più decisi alla «presidenza». Il foglio degli interventi è scomparso. (Nun ve inventate niente, lo dico ai pochi reduci sopravvissuti, ero presente). Vengono riprese le iscrizioni. Contemporaneamente all’inizio della discussione, però, comincia a coagularsi l’insofferenza generale verso l’andamento delle cose. Molti cominciano a riunirsi in altre aule e gli annunci di riunioni separate si moltiplicano. In particolare, si riuniscono a parte le femministe.

Una buona parte dei presenti, comunque, continua gli andirivieni tra l’atrio della facoltà e l’aula magna stracolma. La discussione, intanto, comincia a centrarsi sulla necessità o meno di una conclusione «politica» dell’assemblea, ossia sulla possibilità o meno di votare una mozione programmatica finale. Proprio l’Autonomia che, nei giorni precedenti a Roma, si era battuta contro le «mozioni», in quanto fonti di burocratizzazione e di egemonismo, si rivela la più tenace sostenitrice di una mozione politica conclusiva. La ragione è evidente. Contando sulla presenza nell’aula magna della totalità dei propri militanti, sulla debolezza rivelata dagli altri gruppi e sulla dispersione della maggioranza organizzata solo nelle strutture, ancora troppo fluide, di movimento, l’Autonomia vuole sancire il peso del proprio ruolo con una vittoria assembleare.

Si capisce facilmente dagli interventi che si susseguono che, con la mozione, l’Autonomia vuole far passare la propria egemonia sul movimento e la costituzione del movimento antagonista come «alternativa globale» al PCI e ai Sindacati, punto di riferimento anche per gli operai, cui si chiede il distacco definitivo dal sindacato. In particolare, poi (ed è questo il punto più dolente, l’elemento che rende insanabili fin d’ora i contrasti) in alcuni interventi di esponenti dell’autonomia di Città del Nord, si vuole mettere in luce “l’inevitabile continuità” tra il movimento e l’attività dei gruppi armati clandestini di cui, pur criticando blandamente alcune iniziative, si afferma la complementarità con l’azione del movimento. Quasi tutti gli interventi fatti da militanti non legati all’Autonomia insistono invece sull’inutilità di una conclusione programmatica, data la scarsezza di dibattito e la non rappresentatività formale di qualsiasi votazione (nell’aula magna non vi è neanche la metà dei presenti a Economia e tra essi preponderante è la presenza dell’Autonomia).

A scuotere questa discussione viene, alla ripresa dei lavori nel pomeriggio, l’intervento collettivo delle femministe che dichiarano, tra interruzioni e qualche insulto, di abbandonare un’assemblea nella quale non si riconoscono, visti i «giochi di potere» da «politicanti maschilisti» e la sopraffazione fisica e verbale che vi regna. Le accuse sono un po’ indistinte, rivolgendosi indiscriminatamente contro una generica «logica maschilista» e non individuando le precise responsabilità alla base dell’andamento assembleare. Però, gli urli e i commenti di replica (tra cui spicca il tristemente consueto «bocchinare! Mi dispiace ma è così l’ho detto c’ero) che vengono dai settori dell’Autonomia, improntati come sono a una truculenta arroganza e violenza verbale, non agevolano certo le possibilità di dialogo e buona parte delle femministe abbandona l’aula. Fa seguito un analogo intervento dei cosiddetti «indiani metropolitani» i quali dichiarano anch’essi di volersi riunire in un’altra sede e invitano i loro compagni ad abbandonare l’aula.

Tutto ciò, però, incoraggia ancor più l’area dell’Autonomia che, cominciandosi a sentire padrona del campo, intensifica le aggressioni verbali e fisiche nei confronti di chiunque si opponga in qualsiasi modo. Mentre l’assemblea continua in queste condizioni nell’aula magna, altre riunioni prendono l’avvio. Innanzitutto quella proposta dagli «indiani» alla quale partecipano, oltre alla cosiddetta «area creativa», varie centinaia di militanti del movimento romano e del Comitato di Lettere in primo luogo. Qui la discussione è calma e pacata, il clima è disteso, persino piacevole; il distacco dalle posizioni politiche e dalla pratica degli autonomi appare enorme. In un’altra aula si riuniscono i rappresentanti di varie sedi; scontenti dell’andamento caotico e rissoso della discussione, dell’organizzazione dei lavori e dell’impossibilità per molti di coloro che sono venuti da fuori di accedere all’aula magna stracolma, essi propongono che non si arrivi ad alcuna votazione su elementi programmatici.

Ma contemporaneamente, sia gli esponenti dell’Autonomia (soprattutto romana, milanese e padovana) sia quelli degli altri gruppi (Pdup, LC, Ao, Mls) si riuniscono al fine di trovare una qualche intesa per arrivare a votazioni su mozioni conclusive. I più decisi appaiono gli autonomi che hanno già preparato una mozione e intendono farla votare. Gli altri gruppi si mettono prima d’accordo su una seconda mozione; poi, all’ultimo momento, Lotta continua (nelle vesti di alcuni responsabili del gruppo redazionale del giornale) cambierà idea, toglierà il proprio appoggio alla mozione e tenterà di modificare, forse sotto la pressione di una parte della propria «base» restante, quella dell’Autonomia.

L’assemblea centrale, intanto, si avvia verso una caotica conclusione. Gli autonomi fanno capire di essere decisissimi ad arrivare a una rapida conclusione tramite votazioni su mozioni programmatiche. Saltano le iscrizioni a parlare e alcuni rappresentanti dell’Autonomia intervengono addirittura per la terza volta (vedi Scalzone: allora parlava a nome dei Comitati Comunisti Milanesi. Dai prova a negare vecchio Maestro; lo so lo so ma cosa voglio son passati più di quarant’anni). Chi vuole contrastare la manovra non ha praticamente accesso al tavolo della presidenza, letteralmente presidiato. Contemporaneamente, saputo dell’imminente votazione, dall’assemblea dove si erano radunati gli «indiani» e una parte del movimento romano esce una specie di corteo, a cui si uniscono anche alcuni collettivi femministi.

Gli autonomi diranno poi che un gruppo del Manifesto-Pdup intendeva strumentalizzare il malcontento di questi settori per boicottare l’assemblea centrale, in cui il peso del Pdup era risultato pressoché nullo. Ma in realtà, al di là delle intenzioni strumentali di alcuni, il corteo esprime una forte e sincera carica di indignazione nei confronti della pratica dell’Autonomia. Un migliaio di persone, circa, preme alle porte dell’aula magna, volendo entrare per proporre che non vi sia alcuna votazione. Ma gli autonomi (fratelli, compagni, militanti, per molti di noi stretti da un vincolo affettivo) si schierano in massa davanti alle porte e impediscono con la forza di entrare. I tempi della votazione vengono accelerati. La mozione contrapposta inizialmente a quella dell’Autonomia viene addirittura ritirata: comunque, essendo il frutto di un compromesso improvvisato tra i dirigenti di vari gruppi, era confusa e piuttosto insignificante.

I tentativi di alcuni esponenti dei gruppi (soprattutto LC) di apportare emendamenti sostanziali alla mozione dell’Autonomia non danno risultati. Viene dunque letta quest’ultima mozione che, oltre a esaltare il carattere eversivo e autosufficiente del movimento e a riprendere alcuni vecchi spunti del disciolto gruppo «Potere Operaio», sottolinea piuttosto pesantemente l’affinità che ci sarebbe tra la lotta del movimento e quella dei gruppi armati clandestini. Vi si parla di solidarietà, appoggio e mobilitazione in favore dei «comunisti combattenti prigionieri» nelle carceri borghesi.

Proprio quest’ultimo è il passo della mozione, per il resto assai farraginosa, retorica e trionfalistica, che più viene sottolineato dagli scroscianti applausi degli autonomi. Nell’aula partono anche slogan inneggianti alla lotta armata clandestina e alle Brigate rosse. Mentre la maggioranza dell’assemblea assiste allibita (ve l’ho detto c’ero inutile negare) la mozione, messa in votazione, riceve alcune centinaia di voti. La gran parte dei presenti, un po’ disorientata, un po’ impaurita e soprattutto impossibilitata a esprimersi su altre mozioni, non vota niente. Infine viene confermata la proposta, già fatta in precedenza dal movimento romano, di svolgere una manifestazione nazionale a Roma. (Mentre vado verso Chimica, cerco una persona che conosco io) sento dietro di me gli slogan “….non più parole, ma piogge di piombo!” e poi “Le piogge di Marzo saranno di piombo.”

25 febbraio 1961: nasce Valerio Verbano. 25 febbraio 1980: i funerali

L’Unità del 24 febbraio 1980

Sulla pagina Facebook “La storia degli anni di piombo”, di cui sono tra gli anninistratori, Alfredo Facchini ci ricorda che oggi Valerio Verbano avrebbe compiuto 60 anni.

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25 febbraio 1980: le bruciarono l’uscio. Muore per le ustioni

E” morta lunedi mattina, dopo un mese di atroci sofferenze. Jolanda Rozzi, militante della DC, 62 anni, è l’ultima vittima della violenza terrorista. La sera del 28 gennaio un « commando » dei Nuclei proletari combattenti diede alle fiamme la porta della sua abitazione, in via Carlo Della Porta a Torpignattara. dove da 17 anni viveva con la sorella Rosina, segretaria della sezione femminile democristiana della borgata.

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Omicidio Verbano, indagini ancora aperte aspettando due perizie

A 41 anni dal delitto l’omicidio di Valerio Verbano resta ancora senza colpevoli. Le indagini sulla sua morte sono però ancora aperte. Era il 22 febbraio 1980 quando in via Monte Bianco, quartiere Montesacro a Roma, tre giovani coperti da un passamontagna e armati di pistola entrarono nella casa del 19enne. Il commando immobilizzò i genitori in attesa del ritorno del ragazzo. Quando Valerio entrò, dopo una breve colluttazione, gli spararono alla schiena, uccidendolo e fuggirono.

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21 febbraio 1934: la Guardia nazionale ammazza Sandino

Il 21 febbraio del 1934 Augusto César Sandino, il leader rivoluzionario sfuggito per sei anni all’esercito del Nicaragua e ai marines americani, fu assassinato. Nonostante la firma di un accordo di pace con il governo. Nei decenni successivi, Sandino divenne uno dei modelli più importanti per i rivoluzionari dell’America Latina. Da lui prese il nome il movimento guerrigliero che, dopo 20 anni di guerriglia, rovescio il regime della famiglia Somoza. Erano i discendenti del dittatore che, quasi mezzo secolo prima, ne aveva ordinato l’assassinio.

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