14 luglio 1948: attentato a Togliatti, gli operai scioperano, il Pci frena

Una piccola folla si sta raccogliendo intorno a Togliatti. Che ha tre proiettili in corpo, ma anche la lucidità per invitare i big del suo partito a non fare colpi di testa. La sua voce è un filo, ma netto. In particolare si rivolge al senatore Edoardo D’Onofrio: «Calma, calma, state attenti». Forse, fa chiamare il vicesegretario Luigi Longo ed esorta lui e gli altri «a lavorare per il partito».

In sostanza, Togliatti sa benissimo che la rivoluzione, cui tutti stanno pensando, non si può fare. Non ci sono le condizioni e poi l’Unione Sovietica e Stalin sono contrari. Meglio girare alla larga da strane idee. L’uomo è sempre stato un campione di realismo. Mai fare il passo più lungo della gamba. Attendere, barcamenarsi, diluire nel tempo quel che altri vorrebbero realizzare all’istante. Così tutte le volte che incontra Gian Carlo Pajetta lo tormenta sarcastico: «Come sta la Rivoluzione». Il fatto è che l’anno prima, 1947, Pajetta, furibondo per la rimozione del prefetto di Milano Fausto Troilo, ha occupato la prefettura, salvo poi doverla lasciare a polizia ed esercito. (…)

«Fin dal primo momento», ricorderà la Iotti, «la preoccupazione di Togliatti, anche mentre lo trasportavano dall’infermeria della Camera all’autoambulanza, fu di non perdere la calma: “State calmi, non perdete la testa”, mi disse più volte. Parlava con grande fatica, ma anche con grande precisione, perché le sue parole fossero ben comprese da Longo, Secchia, D’Onofrio, Scoccimarro, praticamente lo stato maggiore del partito. Togliatti non disse a caso quella frase. Le sue preoccupazioni erano infatti ben giustificate. Egli sapeva che la guerra di liberazione aveva lasciato strascichi dolorosi. E che non era stato facile convincere molti compagni partigiani che era arrivato il momento della pacificazione e della riconsegna delle armi. Una vena di ribellismo circolava ancora nel nostro partito. Un ribellismo che lo stesso Togliatti aveva fatto non poca fatica a incanalare nella giusta direzione.»

Lo strappo non è stato ancora cucito. Molti compagni, che il 18 aprile avevano votato convinti di ritrovarsi di lì a pochi giorni al potere, pensano che questo sia il momento buono per agire. Per prendersi la rivincita. Adesso, invece di rinviare un’altra volta la rivoluzione tanto attesa.

La diffusione della notizia è stata fulminea e ha anticipato il giornale radio delle 13. Le piazze si riempiono. Le fabbriche si svuotano. Gli operai incrociano le braccia man mano che finiscono i turni.

Occorre fare presto. Alle due viene convocata una direzione molto pesante del Pci. Sono presenti tutti i big: i vicesegretari Luigi Longo e Pietro Secchia, il capogruppo al Senato Mauro Scoccimarro, Velio Spano, Celeste Negarville, Edoardo D’Onofrio, Giorgio Amendola, Gian Carlo Pajetta, Arturo Colombi e infine il direttore dell’«Unità» Pietro Ingrao. Fra alterchi e litigi, si sceglie una sorta di confusa, sfuggente linea mediana. È Secchia a imporre lo sciopero generale, a oltranza. A partire dalla mezzanotte. Molti dirigenti non sono d’accordo, ma non importa. Ruggero Grieco, che proprio nella Sicilia di Pallante sta conducendo una lotta serrata per dare più potere ai contadini, prova ad arginare la veemenza di Secchia. Lo sciopero deve darsi un obiettivo, ma se l’obiettivo fallisce, che si fa? Si deve puntare sul colpo di Stato che però ha bisogno di ben altre forze. Grieco non è un moderato. Anzi, è lui a firmare un documento inedito scovato dalla storica Gabriella Portalone e pubblicato dal «Giornale» il 30 luglio 2018 che parla esplicitamente di armi, soldi e dell’apparato segreto del partito, sia pure riferito alla sola Sicilia. «Intensificare», ordina Grieco, «usando i fondi necessari all’uopo destinati, l’incetta delle armi, con speciale riguardo a quelle automatiche, e accelerare la formazione e l’istruzione delle squadre di emergenza.» È l’unica volta, nella storia del Pci, che si trova traccia del mitico apparato, sempre negato dal partito, e che ora è in ebollizione. Grieco non vuole andare allo sbaraglio, urla finché Secchia scappa e si rifugia nell’ambasciata sovietica. A Longo invece viene attribuita una frase buona per tutte le stagioni: «Se l’onda cresce, lasciate montare, se cala, soffocate del tutto». La verità è che con il gran capo fuori uso, i colonnelli sono impreparati, incapaci di cavalcare gli avvenimenti imprevisti e in definitiva non all’altezza di quel che sta capitando.

A Botteghe Oscure si continua a discutere e litigare. Ma intanto, la parte più delicata di quella giornata infernale e senza fine si svolge al Policlinico.

(…) Alle 14.10 Valdoni lascia la sala operatoria e mostra sorridendo il proiettile: «Togliatti è salvo». Arriva pure un reparto intero di muscolosi pompieri: sono pronti a donare altro sangue, ma, per fortuna, non ce n’è bisogno.

Il più è fatto, anzi no. Ormai l’ingranaggio insurrezionale è in movimento. La Direzione del partito è in pieno svolgimento come fosse una partita di boxe: lo confermano le fonti infiltrate dal ministero della Difesa nel corpaccione del Pci e che ne registrano i movimenti, esplorate da Giuseppe Pardini nel suo saggio Prove tecniche di rivoluzione. Anche Di Vittorio scende ignaro il pomeriggio del 14 dall’aereo, che l’ha appena riportato a casa dagli Usa, e scopre tutto quel movimento. Non è d’accordo, ma gli dicono che la decisione è presa; si corre a grandi passi verso lo sciopero generale e l’obiettivo è davvero clamoroso: far cadere il governo De Gasperi. (1 – continua)

FONTE: Stefano Zurlo, Quattro pallottole a Togliatti

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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