Daniele Biacchessi: le responsabilità dell’omicidio Tobagi

L’omicidio Tobagi, giornalista del Corriere della Sera, è compiuto la mattina del 28 maggio 1980. Per mano della Brigata 28 marzo (giovani provenienti dalle Formazioni comuniste combattenti). Un delitto che ha alimentato tante polemiche. A partire dal pregiudizio sul volantino di rivendicazione. Giovani guerriglieri non potevano essere tanto colti da scriverlo da soli. Così come i brigatisti non erano in grado di “fare” da soli via Fani. Riprendiamo perciò il capitolo finale del libro Walter Tobagi, morte di un giornalista. Daniele Biacchessi ricostruisce le responsabilità dell’omicidio Tobagi e liquida tutte le fantasie dietrologiche
L’omicidio Tobagi
- 28.3.80 La scelta del nome
- 07.5.80 La gambizzazione di Guido Passalacqua
- 08.7.80 Le giustificazioni di Dalla Chiesa
- 25.9.80 L’arresto di Barbone
- 06.4.84 Muore Manfredi de Stefano
- 22.8.20 Muore Mario Marano
«Noi vivevamo il problema della morte all’interno di una grande ideologia, per cui, io mi sono trovata direttamente ad ammazzare le persone. Quell’omicidio è stato vissuto ancora dentro la logica della funzione. Per me era come svolgere una routine di lavoro… È questa l’aberrazione, perché tu hai un’ideologia per cui tu sei da una parte dove ci sono gli amici, dall’altra invece stanno i nemici. E i nemici sono una categoria, delle funzioni, dei simboli da colpire, non degli uomini. E quindi trattare queste persone con la simbologia del nemico fa in modo che tu non hai un rapporto di assoluta astrazione con la morte.»
Una militante delle Brigate Rosse
Ci fu un tempo in cui arrivarono i giorni bui. Poi quei giorni si dileguarono e il buio scomparve per sempre. Ci fu un tempo in cui giovani ribelli con le armi attaccarono lo Stato e colpirono a morte i loro nemici. Poi tornarono nel nulla, proprio da dove erano venuti. Sovversivi e poliziotti, i nemici dell’ordine costituito e i difensori delle regole, quelli che attentano le nostre proprietà, le nostre vite e quelli che ci difendono. Posta così la lotta armata di sinistra sarebbe chiusa ormai da parecchio.
I numeri della lotta armata
Dal 1969 ad oggi, sono 4100 le persone condannate in via definitiva per banda armata, associazione sovversiva, insurrezione contro i poteri dello Stato, omicidi, ferimenti, furti, rapine, reati più o meno gravi. Si devono poi aggiungere almeno 20000 persone, inquisite poi prosciolte, sfiorate di un soffio dalle indagini, coinvolte dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e uscite poi assolte dai processi dei tribunali, con formula piena e insufficienza di prove. 131 le persone assassinate. Oltre 2000, i feriti.
71 militanti delle organizzazioni del terrorismo di sinistra sono stati uccisi in conflitti a fuoco con le forze dell’ordine, durante la preparazione di un attentato e di una rapina di autofinanziamento, soli e malati gravi dentro una cella, percossi dalle guardie, uccisi dai loro stessi compagni, morti all’estero.
Le responsabilità morali dell’omicidio Tobagi
Dopo molti anni, la società civile, la politica, le istituzioni dovrebbero assumersi responsabilità morali sull’omicidio del giornalista del Corriere della Sera , Walter Tobagi. Più che rincorrere piste dietologiche e depistanti, teorie astratte, o peggio ancora verità assolute.
Sulle pagine del quotidiano L’Unità, il Partito Comunista Italiano definisce tra il 1969 e il 1974, le azioni dei terroristi come «opera delle sedicenti Brigate Rosse». Solo nel 1979, a Genova, ai funerali dell’operaio comunista Guido Rossa c’è ancora chi, da me intervistato, sostiene la tesi delle «brigate nere travestite da rosse». E questo nonostante il responsabile del Dipartimento problemi dello Stato del PCI, Ugo Pecchioli, collabori in modo attivo con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa per la localizzazione dei terroristi nelle fabbriche.
Una fotografia della società italiana
In pochi osservano la provenienza dei militanti della lotta armata di sinistra. La maggioranza, il 60,3%, risultano di età compresa tra i 21 e i 30 anni, di cultura e istruzione medio-alta: solo il 2,5% frequenta le scuole elementari e il 20,4% le medie inferiori. Operai, studenti, impiegati, insegnanti, liberi professionisti, lavoratori nei servizi pubblici, docenti, ricercatori, artigiani, commercianti, agricoltori, militari, politici, sindacalisti, precari, disoccupati. In pratica l’esatta fotografia della società italiana. Anche la ripartizione in regioni offre la percezione di un fenomeno trasversale: sono residenti in Lombardia, Lazio, Campania, Veneto, Piemonte, Sardegna, Marche.
Anche il sindacato resta per anni a guardare senza prendere alcun provvedimento, nonostante il 6,5% dei militanti della lotta armata di sinistra provenga da CIGL e CISL. All’Italsider di Genova, Guido Rossa viene lasciato solo nella sua denuncia che lo porterà alla morte. Le azioni successive nei luoghi di lavoro, come i questionari che invitano alla collaborazione, distribuiti nelle fabbriche di Milano, Torino, Genova, non producono alcun effetto. Pochissimi operai li restituiranno firmati.
Le matrici politiche dei terroristi
Nel cosiddetto movimento, i terroristi che uccidono e feriscono restano dei «compagni che sbagliano» oppure dei «cattivi maestri». Per anni si afferma lo slogan «né con lo Stato, ne con le Brigate Rosse». Del resto, se si osservano attentamente i dati, il 38% dei terroristi giunge dalle esperienze politiche nei gruppi storici della sinistra extraparlamentare: LC, Lotta Continua, POT OP, Potere Operaio, AO, Avanguardia Operaia. La parte maggioritaria, il 42,7%, è invece attiva nei circoli giovanili, nei collettivi di quartiere e nelle aree autonome emersi intorno alla metà degli anni Settanta.
Responsabilità morali hanno quegli adulti non ancora diventati grandi, padri degli assassini della Brigata 28 marzo. Potevano non sapere che da un assalto armato all’Assolombarda, i loro figli potevano compiere il salto di qualità del terrorismo politico? Oppure interrogarsi su ripetuti comportamenti, su quegli strani discorsi di giovani che dormono sotto il loro tetto?
Responsabilità morali giungono da quanti, nel sindacato dei giornalisti, hanno attaccato in modo violento e personale Walter Tobagi, in momenti della storia italiana dove per molto meno si entrava nel mirino dei terroristi, poi uccisi.
Altri, come i socialisti, dovrebbero fare autocritica sulla strumentalizzazione continua e perpetrata nel tempo della figura di Walter Tobagi.
L’amarezza di Intini per l’omicidio Tobagi
Infine resta l’amarezza di non aver potuto salvare il cronista del Corriere della Sera, come sottolinea Ugo Intini, oggi deputato dello SDI:
«Non ho mai creduto all’esistenza di mandanti occulti. Ho creduto invece che non sia stata compiuta un’opera di verità e di giustizia. Rimangono troppi aspetti oscuri. Supponiamo che il volantino che rivendica l’uccisione di Tobagi sia stato scritto da altri e non da questi ragazzi, perché è troppo complesso. Questo vuol dire che ci sono dei mandanti, ma può anche significare che gli assassini hanno preso un documento scritto per altre ragioni, ci hanno aggiunto una coda e un cappello, e l’ hanno trasformato in una dichiarazione di morte.
Il lato più oscuro riguarda invece un rapporto di un informatore dei carabinieri che preannunciava l’omicidio di Tobagi circa un anno prima. Questa informativa è stata lasciata cadere nel nulla e perfino nascosta. Urta le coscienze dei cittadini vedere un assassino farsi tre anni di carcere preventivo, poi scarcerato all’atto della sentenza.»
Da Rold: solo mandanti morali per l’omicidio Tobagi
Nessun mandate oscuro, ma solo mandanti morali secondo l’analisi di Gianluigi Da Rold, collega e amico di Walter Tobagi:
«C’erano le condizioni ideali per far uccidere Tobagi e qualcuno ci è riuscito. I sei terroristi che lo assassinarono contavano come il due di briscola nella lotta armata. Il volantino di rivendicazione è stato redatto da chi conosceva bene i testi marxisti degli anni Cinquanta. Non posso credere che Marco Barbone abbia potuto scrivere un capolavoro di marxismo.
Non voglio dire che esistano mandanti materiali precisi. E non ho le prove. Dico che esistono mandanti morali, responsabili di aver creato il clima che ha portato a quell’omicidio. Tobagi era entrato nel mirino dei terroristi già nel 1978. Era l’anno del compromesso storico. Nel 1978, il PCI votò la fiducia al governo di solidarietà nazionale di Giulio Andreotti. In quel momento storico cruciale, il PCI voleva mettere le mani sull’informazione e partì l’assalto alla stampa.
L’obiettivo era quello di instaurare un predominio comunista all’interno del Corriere della Sera. Ci sono riusciti. Tobagi si opponeva a questo disegno. Per questo era scomodo. Era completamente autonomo, non era la cinghia di trasmissione di nessun partito. Per questo dava fastidio. Tobagi era allo stesso tempo cattolico, socialista, riformista. Per questo era guardato con sospetto.»
Fiengo, il sindacato e l’omicidio Tobagi
Raffaele Fiengo è considerato l’uomo del Partito Comunista Italiano, all’interno del Corriere della Sera. Membro del Comitato di Redazione, Fiengo è negli anni Settanta avversario di Walter Tobagi nel sindacato:
«Avevamo posizioni diverse sulle questioni sindacali, ma io l’ho sempre rispettato. Io sono soprattutto per la qualità delle persone, al di là delle loro idee politiche. E Tobagi era preparato. Aveva studiato i movimenti sindacali e aveva gli strumenti per capire. Il suo era un approccio scientifico e storico ai problemi, uno stile che aveva maturato all’Università, quando era ricercatore dell’Istituto di Storia medioevale e moderna.
Io credo che democratico sia quel paese in cui governano quelli che per vivere devono lavorare. In questa ottica ho sempre sostenuto l’alleanza di tutto il mondo del lavoro. Su questo punto io e Tobagi non eravamo d’accordo. Ero per l’alleanza con i sindacati, con la CGIL. Lui invece sosteneva la necessità dell’autonomia dei giornalisti, dai partiti e dai sindacati…. Ricordo il grande sgomento con cui apprendemmo la notizia della sua morte.
Quel momento di sconforto è stato turbato da quello che successe dopo, dalle voci che circolavano al Corriere della Sera, dalle strumentalizzazioni, dal cinismo. Questo clima di scontro ci ha tolto qualcosa, ci ha negato la possibilità di sentire tutto il nostro dolore. A me sarebbe piaciuto indagare, capire, andare a vedere le carte del processo, ma in questa atmosfera di sospetti non ho potuto.»
Fini e i mandanti dell’omicidio Tobagi
L’ultima indicazione riguarda il comportamento di Marco Barbone, Paolo Morandini, Daniele Laus, Mario Marano, Francesco Giordano, Manfredi De Stefano, i componenti della Brigata 28 marzo. È il ragionamento del giornalista Massimo Fini, uno che Walter Tobagi lo conosceva davvero:
«La vicenda è chiusa. I due sciagurati, Marco Barbone e Paolo Morandini, in regime di legge premiale, se avessero avuto la possibilità di tirare in ballo altri nomi, in particolari di giornalisti, lo avrebbero fatto di sicuro. Quindi direi che la vicenda resta quella descritta. Se si pensa a mandanti occulti nel mondo del giornalismo, le persone in questione erano talmente mediocri da non poter essere nemmeno definiti dei mandanti.»
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