Contro la classe operaia che non c’e (mai stata) a fianco dei nuovi soggetti della rivolta
See on Scoop.it – L’Alter-Ugo
Enrico Galmozzi legge le nuove insorgenze come riproporsi ciclico del conflitto a partire dai mutamenti della composizione di classe
di Enrico Galmozzi
Nelle ultime settimane si è acceso il dibattito a seguito dell’apparire sulla scena delle manifestazioni di massa di nuovi attori sociali. Accanto ai diversi profili di lavoratori subalterni accomunati dalla condizione di precarietà e accanto ai migranti -che per altro sono la punta di diamante della lotta della logistica- sono comparsi nuovi protagonisti della conflittualità sociale. Alcuni di essi, per la verità, sono una novità relativa e non si segnalano per le difficoltà che pongono all’analisi sul terreno della composizione di classe. Se mai le difficoltà interpretative sono confinate all’aspetto apparentemente "primitivo" delle loro forme di espressione che tuttavia, in alcuni casi, come a Torino, li hanno portati a rubare la scena agli organizzatori della piazza, questi sì politicamente ambigui, portatori di istanze corporative dietro le quali si scorge facilmente l’ansia di costituirsi in nuove forme di rappresentanza spendibili in un mercato politico in via di ridefinizione. Quando parlo di "novità relative" mi riferisco al fatto che alcuni soggetti sono nuovi solo in quanto per la prima volta visibilmente portatori di radicalità sociale nonostante facciano a pieno titolo parte integrante della composizione sociale proletaria: sono le numerose "partite IVA" dietro le quali in realtà si celano ex lavoratori dipendenti dismessi dal mercato del lavoro e che tentano, più o meno disperatamente, di inventarsi nuove occasioni di lavoro. Accanto a loro figure come i mercatori o i piccoli padroncini autotrasportatori che per reddito e condizioni di lavoro non stanno certo meglio della classe operaia garantita.
vero è che accanto a loro, hanno fatto la comparsa anche segmenti di ex classe media impoverita che la crisi ha rapidamente coinvolto in radicali processi di proletarizzazione ma che, proprio per questo, diventano immediatamente interessabili a un progetto di radicale critica e trasformazione sociale per chiunque non sia portatore di una concezione del mondo "manettara" e che non concepisca la "questione fiscale" in termini di retate e di militarizzazione della caccia all’evasore.
Bene, a fronte di ciò, da alcune parti si è sottolineato il fragoroso silenzio e l’assenza dalle piazze di ciò che resta della classe operaia tradizionale. Io credo che questo silenzio non corrisponda a una qualche cesura epocale e nemmeno a un fatto eccezionale. Se guardiamo con attenzione alla storia sociale degli ultimi sessantanni scopriamo che, al di fuori delle costruzioni mitologiche, questo silenzio è stato la norma, con le sole interruzioni, per quanto altamente significative, della conflittualità espressa nel periodo ’66/’69 e soprattutto ’73/’75 ma proprio quando una nuova figura di operaio, estraneo alla cultura politica tradizionale di tipo social riformista, ha saputo prendere la direzione delle lotte.
Contro non solo la direzione cristallizzata nei vertici politici e sindacali ma addirittura contro l’aristocrazia operaia rappresentata dall’operaio professionale. Per altro l’aristocrazia operaia irregimentata nell’ideologia social riformista era a sua volta una minoranza all’interno della massa operaia che si era venuta costituendo negli anni ’50 e ’60 attingendo al grande serbatoio contadino e che della condizione contadina aveva conservato la mentalità arretrata e spesso addirittura clerico reazionaria. E’ storia che nelle grandi fabbriche di Sesto San Giovanni o della Pirelli si entrava tramite la raccomandazione del parroco dei paesi della Brianza, della Bergamasca o della bassa lodigiana, così come alla Fiat lo stesso avveniva attingendo al bacino contadino e alla rete delle parrocchie del biellese e del canavese.
In un libro recente Vittorio Messori racconta come a Torino, dalla metà degli anni ’50 fino al 1966, le uniche grandi manifestazioni operaie che si ricordino sono le migliaia e migliaia di operai Fiat protagonisti delle "ferventi invasioni annuali" di Lourdes grazie ai pellegrinaggi (a pagamento e per i quali gli operai Fiat rinunciavano alle ferie) organizzati dall’Azienda.
Solo il protagonismo di una nuova figura operaia, egualmente estranea alla sottoposizione e alla subordinazione al comando del prete come del segretario di sezione e del bonzo sindacale, ha stravolto questo quadro e la sostanziale pace sociale che già allora le "larghe intese" assicuravano alla Fiat
Una Fiat nella quale, numeri alla mano, è assolutamente vero che comunque i sindacati non ebbero mai la maggioranza, che la FIOM fu sempre una minoranza e che l’autonomia operaia fu sempre una minoranza di una minoranza di una minoranza. Ma tutto ciò può anche essere rovesciato nel suo contrario: con l’organizzazione, nella lotta, la minoranza può agire da maggioranza e rovesciare i rapporti di forza.
Se questa è la lezione della storia, anche oggi invece che rivolgersi ai falsi miti, il problema si risolve allora non tanto nella necessità seminariale della prolissa produzione di analisi teoriche quanto nella sapiente individuazione della minoranza, che le lotte recenti hanno iniziato a esprimere, per favorire i processi della loro auto organizzazione che possa farla agire da maggioranza.
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