La Fncrsi, il Fronte nazionale e il golpe Borghese
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La federazione dei combattenti della Rsi prese le distanze in tempo reale dal golpe Borghese. Due articoli prima delle rivelazioni di stampa …
Discutendo nella mia pagina Facebook di un altro articolo sul golpe Borghese, Maurizio Barozzi segnala due brevi articoli del bollettino Fncrsi che subito prima (ottobre 1970) e subito dopo prende le distanze e mette alla berlina il golèismo da operetta
Il Fronte Nazionale
Poiché molti camerati si sono rivolti a noi per saperne qualcosa, rispondiamo a tutti in unica soluzione.
Il fantomatico schieramento, al quale è stata imposta l’ampollosa denominazione di "fronte", è sorto dalle ceneri dei comitati tricolore, pateracchio paragovernativo, sfasciatosi dopo la ridicola marcia su Bolzano di qualche anno addietro.
Si tratta, in sostanza, di un fronte di cartapesta, che si regge (non si sa fino a quando) a suon di ottima carta moneta.
Portatore di nessuna idea, né vecchia né nuova, esso vorrebbe riesumare uomini ed ambienti logori e squalificati, nel tentativo di allestire un contraltare all’attuale classe dirigente.
Siffatto coacervo di interessi, di velleitarismi e di mal sopite libidini di potere raccoglierebbe adesioni nei più disparati ambienti: da certo social-pussismo, a certi ambienti curialeschi, al solito comandante, ai residui circoli monarchici, al MSI ed alle sue organizzazioni parallele, alle varie avanguardie, gli ordini nuovi, le vere italie, certi militari a riposo, una certa loggia; sarebbe nelle grazie di non poche cosche mafiose e della destra DC. Gli sarebbe stato assegnato il ruolo di sobillatore e coordinare il malcontento popolare allo scopo di predisporre la giustificazione ad un eventuale colpo di stato a favore di quelle forze conservatrici che ostacolarono i programmi sociali del ventennio fascista e che crearono, al tempo della RSI la cosiddetta resistenza che oggi pompano a copertura dei propri interessi.
E le stelle -come farebbero gli agenti della CIA e del KGB- stanno a guardare.
L’iniziativa -che non può ovviamente avere nulla a che fare con il Fascismo- ha galvanizzato numerosi ex-fascisti da tempo abbandonati a se stessi in quanto ormai idealmente logori e sfiduciati e pronti quindi ad abbracciare l’ignobile professione dei LAZZARI. Sarà certamente l’ultima loro LAZZARONATA; l’iniziativa infatti è destinata ad abortire per intrinseca incapacità politica degli eterogenei ispiratori e propugnatori.
Ove però, per una eccezionale quanto improbabile concomitanza di interessi interni ed esterni, il "Fronte" riuscisse a dare qualche frutto, questo risulterebbe più antifascista del sistema attuale. Starsene lontani quindi, oltre che ad una imprescindibile opportunità politica, risponderebbe ad un preciso imperativo morale.
Racconto fantascientifico
Fantasmi a Roma
«Porco Giuda! Ma proprio questa notte s’ha da fare la rivoluzione?» cosi pensava fra sé Fabrizio del Dongo, più noto negli ambienti attivistici della capitale coll’onomatopeico nomignolo di "Moccio" mentre avanzava lentamente, sdrusciando contro i muri dei seicenteschi palazzi, alla testa del suo Commando. In effetti, quella notte d’inverno appena iniziato era la meno adatta per una passeggiata e tantomeno per eroici furori, che vengono sempre immaginati in assolati meriggi. Ma la Patria, così era stato detto, doveva essere redenta, al più presto, e le leggi ferree della "guerra rivoluzionaria" non ammettono deroghe. Già da qualche anno, infatti, gli spiriti erano stati destati al richiamo di un eroico futuro. L’Italia era stata pervasa da un brivido di lotta ed il segnale era atteso nelle megalopoli e nei piccoli borghi, nelle sonnacchiose città di provincia e nei casolari sperduti. Alcune telefonate ad esponenti del regime avevano provocato la fuga precipitosa dì questi e l’ilarità generale, rinforzando il senso della vittoria imminente. Non si era pensato che quelle fughe erano connaturate alla natura di quei signori, abituati dalla nascita a fuggire ed a mimetizzarsi perfino nella gestione del potere. Si era creduto invece che il panico fosse stato generato dalla coscienza della debolezza.
Perciò, I organizzazione si era intensificata.
Il Capo aveva girato in lungo ed in largo il paese, prendendo contatti con nomi influenti e con umili cittadini. Alcune manovre erano state fatte. (La stampa di ogni colore aveva dato sufficiente risalto ad innocue scampagnate di qualche sparuto gruppetto di esibizionisti in divisa paramilitare provocando fremiti di eccitazione nei travet e di presunzione nei teorici della guerra rivoluzionaria).
Ma da qualche mese le notizie si erano fatte più pressanti. Corrieri segreti percorrevano le campagne, gettando fermento e sgomento, i telefoni squillavano in piena notte, interrompendo delicati sogni, tumultuosi amplessi, laboriose partite a carte. Finché, quella sera, era scattata l’ora X. Il Capo li aveva tutti chiamati e divisi per squadre. Aveva loro rivolto poche parole incitandoli alla lotta, li aveva rincuorati assicurando un successo matematico. Poi erano state distribuite le armi. A lui era stata data una cerbottana, ma Bartolomeo Colleoni, detto "Coglia" nel variopinto ed attivissimo ambiente politico della Città Universitaria, si pavoneggiava con una fiammante e nuovissima fionda. Gli altri tre erano armati di forconi e li brandivano come avevano visto nel televisivo "Cinque giornate".
Moccio, avvicinandosi alla meta, notava delle stranezze. Ad esempio, uno strano via vai di uomini in divisa. Altri in borghese ma con abiti sgualciti e soprabiti tutti uguali. Costoro passavano e ripassavano fingendo di non notarli ed il bello era che un gruppo di sciagurati, fradici di acqua, che nel pieno della notte brandendo forconi camminano come i pellerossa sul sentiero di guerra non possono non destare una ilare curiosità. Il pensiero di "Moccio" volò al film "Le spie" visto alcuni anni prima. E soprattutto ricordò una sequenza nella quale si verificava un traffico incredibile di spie che si spiavano a vicenda dai posti e con i mezzi più strani, fingendo di ignorarsi. Già in serata, in quella sala, Moccio aveva notato strani congegni: registratori, flashes, microcamere. Tutto quell’apparato dava un tono mistificatorio alla loro impresa che lo andava pian piano disgustando. Oltre ad impensierirlo. Ne parlò con il Coglia. Questi andò indietro a parlare cogli altri. Si fermarono un po’ a borbottare. Moccio udiva imprecazioni e bestemmie. Non ci fece molto caso. Qualsiasi cosa dicessero, non glie ne fregava niente. L’acqua continuava a cadergli addosso fredda, ghiaccia, scocciante. Il letto era a due passi. Bastava solo salutare gli amici, lasciare le consegne a qualcuno e andare a dormire, a stendersi al caldo. Scacciò la tentazione e fece un fischio sordo al gruppo borbottante, riprendendo la marcia di avvicinamento. Ogni tanto si fermavano per passarsi una sigaretta e per smoccolare assieme. In vicinanza della meta accelerarono spontaneamente l’andatura ed arrivarono di corsa, trafelati, al punto prestabilito. E qui, non sapendo cosa fare, cominciarono ad aspettare. In verità non avevano ricevuto molte istruzioni. Era stato loro detto di raggiungere quella meta e di tenere quella posizione. Ma quella piazza scarna e nuda come poteva essere difesa, e quelle strane persone che continuavano a gironzolare con fare svagato, ed i portaordini che non arrivavano? Non c’era di che lamentarsi troppo. Tutto funzionava come sempre, cioè nel disordine e nella inefficienza più completi. Uno si ruppe le scatole e se ne andò. Gli altri insaccarono la testa nelle spalle, e battendo i piedi e fregandosi le mani attesero. L’acqua, imperterrita, continuò a cadere gelida, invincibile, dilagante e non si poteva neppure infilarsi in un androne. Dopo circa un paio d’ore arrivò qualcuno e disse che bisognava ritornare al punto di partenza. La tortura era finita, la tensione si quietò e più distesi presero la via del ritorno sfottendosi a vicenda. Moccio era deluso, non più né meno delle tante altre volte che aveva partecipato a quei strani giochetti di piazza che servivano alla stampa ed ai partiti per imbastire le loro speculazioni, i ricatti, gli scambi di vertice.
Lo stanzone nel quale si ritrovarono sapeva di fumo e di vapor acqueo. Erano circa la metà di quanti fossero tre ore prima, e ciò era scontato in partenza. Da quel calderone uscivano frammenti di bestemmie, offese varie e imprecazioni. Voci grevi ululavano che si erano rotti i testicoli di aspettare e volevano andarsene a letto. Finalmente arrivò il Capo. Si fece silenzio. Il Capo disse brevemente che il colpo di stato non si poteva fare per sopraggiunte complicazioni e veniva rimandato ad una stagione migliore. Finì dicendosi fiducioso degli immancabili destini, e salutò commosso i suoi fedeli. La sua partenza fu salutata da un imponente, fragoroso, entusiastico coro di pernacchie.
Berto Ricci
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