Giorno del ricordo, tra polemiche politiche e il racconto di chi non conosce il termine “infoibato”
See on Scoop.it – L’Alter-Ugo
La polemica di Barbadillo contro il consigliere municipale milanese è storia antica. A me sembra più interessante una professionista della comunicazione, brava e di sinistra, Maria Pia De Noia, che un giorno impatta in una storia che dà i brividi e ce la racconta con emozione:
Una mattina ti alzi, esci per strada, credendo di vivere una giornata anonima come le altre e invece all’improvviso ti ritrovi a sbattere in faccia alla Storia. Quella con la S maiuscola, che di solito trovi nei documentari o sui libri di scuola ma che qualche volta ti si presenta davanti in un incontro di ordinaria quotidianità. Ero sull’8 di ritorno dal San Camillo, bagnata come un pulcino, appoggiata sulle porte un po’ sopra pensiero, un po’ stanca. Sveglia all’alba, in giro sotto la pioggia battente dalle 6, tre mezzi per andare, visita in ospedale, nuovi piccoli imprevisti, tre mezzi per tornare. Una signora di una certa età, piccolina, con una voce flebile chiede indicazioni per Trinità dei Monti ai vicini un po’ troppo vaghi e confusi nel ruolo di guida a chi non è avvezzo a Roma. "Non è lontano dal capolinea, scenda insieme a me". Piazza Venezia, ultima fermata, giù tutti, la pioggia finalmente ci dà un attimo di tregua. Perdo di vista la signora, ci ritroviamo e scopro che con lei c’è un’altra signora poco più grande, più robusta nel fisico. Le accompagno fino all’inizio di via del Corso, indicando il percorso per Trinità dei Monti. Facciamo insieme un tratto di strada breve ma sufficiente per scoprire che le due signore sono sorelle, di passaggio a Roma per pochi giorni, vengono da Udine. “Lei è romana?”. “No pugliese ma vivo qui da 17 anni”. “Che bello, anche mio marito era pugliese, di Noicattaro”. “Pensi, il mio cognome De Noia in latino significa《che viene da Noicattaro》ma io non ci sono mai stata in quel paese”. Dai MP, non iniziare col tuo solito gioco delle corrispondenze affettive, che poi sai come finisce. Mi chiedono dove prendere un buon caffè. Le accompagnano in un bar in via del Plebiscito. “Gradite solo il caffè?” dico io che non avevo previsto di fermarmi con loro ma mi è scappato naturale. “No no no, offriamo noi” rispondono loro. Dopo un tira e molla, cedo io in deroga al galateo della buona ospitalità. Ci sediamo, ordiniamo e mentre prendiamo il caffè … si apre il libro di Storia. Quella con la S di "So per aver visto" come dicevano gli antichi greci. Costantina e Giulia, 77 e 75 anni, nate a Istria. "L’Istria italiana". Avevano 7 e 5 anni quando la Storia, quella con la S di Sangue grondante dolore, ha fatto irruzione nelle loro vite appena abbozzatem Sono a Roma perché ieri in Senato hanno ricevuto una medaglia di "benemerenza". Il loro papà Sebastiano, maresciallo dei carabinieri, nel 1943 è stato "infoibato", a Comeno (Gorizia). Infoibato dai partigiani "titini". Aveva solo 40 anni. Ucciso per "la sua italianità". Morto per difendere la patria. Così quel giorno la vita di Costantina, Giulia e della loro mamma trentenne è cambiata improvvisamente."In un attimo abbiamo perso tutto: il papà, la casa, i libri. Ci hanno portato via tutto. Non ci è rimasto più niente". In un attimo la giostra dei loro sogni si è inceppata. "Subito dopo ci siamo rifugiate dai nonni nelle valli di San Pietro al Natisone". Costrette a vivere nascoste nella loro terra: "Ci cercavano per la nostra italianità". Il racconto della loro vita si intreccia a quello di altre vite diverse ma con lo stesso drammatico epilogo: "Li buttavano nelle foibe senza pietà, a volte anche vivi". I loro occhi lucidi tradivano lacrime trattenute a stento. Ma non c’era traccia di rancore in fondo a quei laghi trasparenti. Piuttosto voglia di raccontare, di far sapere. Costantina, professoressa come sua madre, da grande si è messa da sola a cercare la verità. Non è stato facile mettere insieme pagine di storia strappate dalla stessa storia. Non è stato semplice muoversi tra le omissioni di chi doveva raccontare e non lo ha fatto e la rimozione dei ricordi di chi voleva dimenticare. Ma il dolore è più forte e ti spinge a cercare la verità anche quando viene manomessa o addirittura cancellata. Giulia, la piccolina, quel dolore non lo ha mai elaborato: ancora oggi ha paura di tutto, anche di lasciare la porta del bagno chiusa. Per questo non vuole che le faccia la foto: "Ho paura che qualcuno mi venga a cercare. Sai, io sono anche vedova". Ha detto "anche" come se la vedovanza si fosse andata ad aggiungere a un precedente stato di separazione e di abbandono. Giulia è un nome di fantasia, me lo ha chiesto lei quando le ho detto che gli avrei dedicato un pensiero su Facebook: "Ho paura" mi ha ripetuto ancora. Costantina, invece, è contenta che io prenda appunti, è stata lei a prestarmi la penna: "Bisogna raccontare, bisogna far sapere. Perché pochi sanno la nostra storia". Lei non è su Facebook ma mi ha dato l’indirizzo di casa perché possa spedirle la foto e il racconto. "Ci tengo tanto". Ci siamo lasciate abbracciandoci. Un altro bacio materno che porterò con me come una benedizione come quello di Miguel e Caterina. Mentre attraversavo la strada, lasciandomi loro alle spalle, mi è ritornata subito l’eco di quella parola detta e ridetta più volte: "È morto per la sua italianità", "Rifugiate per la nostra italianità". Italianità: quanto poco lo utilizziamo questo termine. Suona strano, desueto, però in effetti è la summa identificativa del nostro essere italiani. Ho pensato a Sebastiano ucciso a 40 anni perché "non rinnegava di essere italiano" e per un attimo mi sono vergognata di tutte le volte che con troppa faciloneria, anche se non sempre a torto, ho detto: "Mi vergogno di essere italiana". E la variante cantata "Io non mi sento italiano" non attenua per niente il sentimento di scarsa affezione che noi tutti (chi più chi meno) abbiamo oggi per la nostra "italianità". Costantina e Giulia con la loro imprevista testimonianza direttamente dal fronte della storia, oltre al monito di ricordare mi hanno lasciato in dote un impegno gravoso: non rinnegare la mia italianità. Perché c’è chi è morto per difenderla. (PS: alle nostre spalle nel bar era seduto un noto giornalista. Malgrado non parlassimo proprio a bassa voce non credo si sia reso conto di avere un pezzo di storia a portata di sguardo. Che a raccontarla, come i giornalisti a volte sanno fare, sarebbe stato più utile dell’ennesimo articolo di politica che verosilmente stava scrivendo. La storia ci passa spesso davanti ma bisogna avere occhi aperti e una mente curiosa non troppo distratta per coglierla).
See on www.barbadillo.it
Lascia un commento