Il giallo del pentito nero/2. Paolo Stroppiana incastrato dalle troppe menzogne

A consolidare l’immagine del “freddo violento” l’accusa getta in campo i trascorsi politici del passato neofascista di Paolo Stroppiana. L’ex terrorista nero, finito in carcere già da minorenne, per una rissa con avversari politici (appena quindicenne, si era trovato con una quindicina di giovani missini a reggere l’assalto della preponderante orda nemica, una ottantina di compagni) dopo aver coperto ruoli dirigenziali nel Fronte della gioventù, era stato protagonista di una rapida escalation, passando in pochi mesi dal supporto logistico dei latitanti neri all’organizzazione e alla partecipazione diretta a rapine a mano armata per diventare, appena arrestato, un collaboratore di giustizia apprezzato per lucidità intellettuale, profondità delle analisi, modi impeccabili. Lo testimoniano i ripetuti giudizi lusinghieri espressi da vari giudici nei confronti suoi e del suo “camerata d’avventura”: “fino a tutto il 1982, sono stati nel cuore della lotta armata, in collegamento con i maggiori esponenti latitanti di Terza Posizione, e quindi sono in grado di riferire cose apprese da fonti in un certo qual modo privilegiate (…) le dichiarazioni di Stroppiana e Ansaldi, rese in una serie di procedimenti penali, hanno sempre trovato riscontro (…) i due hanno collaborato senza alcuna riserva ben decisi a rivelare tutto quanto a propria conoscenza una volta intrapresa la strada della dissociazione da ogni attività eversiva.

Proprio la sua proverbiale freddezza finirà per ritorcersi contro Paolo Stroppiana. Nell’arringa finale al secondo processo d’appello il pg ricorderà come il sospettato non abbia mai tentato di telefonare a Marina dopo l’8 maggio né abbia mostrato emozioni per la scomparsa dell’amica. Così, alla vigilia della sentenza, si lascia andare con un giornalista di “La Repubblica”: «Sono un po´ teso, cerco di non pensarci ma è impossibile fingere con se stessi… Ho lavorato come sempre, tentando di dimenticare il processo gettandomi nel lavoro. Sono stato a sciare. Non pensare a martedì però è impossibile…».

LA MONTAGNA COME RIFUGIO – Alla fama di “uomo di ghiaccio” del resto offre abbondante materiale lui stesso. Si pensi, ad esempio, al racconto che fa del suo ultimo (possibile) giorno di libertà, quello della prima, illusoria sentenza di Cassazione: «Per la prima volta in 13 anni ho avuto la sensazione di essere arrivato al capolinea di un lungo viaggio nell’ombra. Ho preparato una valigia: mutande, calzini, dentifricio e spazzolino. Quello che può servire in una cella. Già, ero pronto ad andare in carcere se i giudici della Cassazione avessero respinto il ricorso dei miei avvocati. Che potevo fare? So di essere innocente, non c’entro nulla con la scomparsa di Marina Di Modica. E non voglio vivere da latitante. Non posso nemmeno permettermelo. Non ho mai pensato alla fuga. Mi sono sempre detto che avrei accettato il mio destino, qualunque fosse… Ho creduto di avere un unico modo di affrontare la tensione. Comportarmi come se fosse un giorno normale. E quindi ho lavorato: sono andato a visitare clienti in provincia di Alessandria e di Vercelli. Mi è servito a non pensare. Mi sono concentrato sul lavoro sino al primo pomeriggio, attento a non farmi trascinare dall’angoscia di chiedermi che cosa poteva succedere qualche ora dopo. Alle 16,30 sono tornato a Torino con un solo desiderio: stare per qualche ora (le ultime di libertà?) da solo. La sera prima avevo addirittura staccato il telefono. Non volevo sentire nessuno, nemmeno gli amici. Ho preso Rex, il pincher di 4 anni che l´anno scorso ho trovato in un canile tramite amici, un cane abbandonato che ora mi fa compagnia e con mio figlio Federico che ha ormai 29 anni sono andato a passeggiare nel parco della Pellerina. La valigia con la roba per il carcere? Me la sono portata dietro, nel bagagliaio dell´auto…».

Alla vigilia della prima sentenza d’appello aveva tranquillamente partecipato a una scalata: “Ho deciso di andare in montagna perché è così che ho sempre affrontato le situazioni di grande tensione. Arrampicare mi rilassa, mi svuota la mente, mi permette di sfuggire almeno per qualche ora all´angoscia. C´era una gita sociale del Cai di Torino che ho contribuito ad organizzare e quindi ho colto l´occasione. Siamo partiti sabato notte. All´una in punto. Volevamo salire sulla vetta del Bianco ma il maltempo ce lo ha impedito. Abbiamo ripiegato sul Mont Blanc du Tacul, una cima minore. Alle 15 siamo rientrati a Courmayeur e finito la gita a mangiare polenta in una piola della Val Veny”.

GLI INTOPPI DELL’INCHIESTA – La trama complicata dell’inchiesta giudiziaria (ci vorranno ben 6 anni perché sia iscritto nel registro degli indagati) ci mostrerà come alla fine Paolo Stroppiana si sia impiccato alla corda delle sue bugie (e alla passione per il sesso trasgressivo). All’inizio nega del tutto l’appuntamento, per non fare ingelosire la fidanzata, poi ripiega sull’incontro annullato. In seguito si scopre che poche settimane dopo, a giugno, aveva avviato una relazione clandestina con una certa Margherita, tresca portata avanti per un anno e mezzo. Diverse sue conoscenti racconteranno ai giudici che gli piace legare le donne, ammanettarle, e durante il rapporto sessuale è abituato a stringere le mani attorno al loro collo.  Nel 2004 il pubblico ministero vorrebbe gettare la spugna: a suo giudizio ci sono stranezze e bugie di tanti tipi e la stessa scelta dell’indagato di non rendere interrogatorio induce cattivi pensieri, ma ci sono solo indizi a suo carico. Mancano elementi sufficienti a sostenere l’accusa di aver ucciso Marina Di Modica. L’opposizione del padre della vittima impedisce l’archiviazione. I suoi legali sottolineano che troppi elementi sarebbero stati trascurati nelle indagini. In particolare gli accertamenti tardivi, parziali o mai effettuati sull’auto della donna scomparsa o sulle abitazioni e le armi di Stroppiana. La stessa circostanza che a un terrorista pentito sia stato concesso il porto d’armi dimostra che l’uomo gode di una certa benevolenza da parte della polizia.

IL CASO BINI – Nel decidere il rinvio a giudizio, il giudice delle indagini preliminari segnala le inquietanti coincidenze con la vicenda di un’altra dipendente della Bolaffi, Camilla Bini, anche lei possibile “amica intima” di Stroppiana, sparita alla vigilia delle vacanze, nell’estate 1989. Un altro mattone alla costruzione della sua cella. La circostanza che la sua compagna di viaggio sarebbe stata la Della Croce Di Dojola scatena illazioni e suggestioni che pesano in questa fase processuale. Stroppiana nega l’avventura parlando di una conoscenza superficiale ma le smentite fioccano. Giuliana Bini, sorella della scomparsa, obietta: “Io mi chiedo perché una persona che lavora con un’altra, la conosce, la frequenta, va a cena a casa sua, dica che Camilla la conosceva superficialmente e niente di più. Questo sì mi ha fatto pensare molto“. La donna ha da ridire anche sulle indagini: “I signori Mancini non sono mai stati ascoltati dagli inquirenti e il signor Mancini si è anche adirato perché in più di un’occasione avrebbe visto sia Beatrice sia Paolo Stroppiana a cena da Camilla e lui altre volte da Camilla. (…) Noi non ci fermeremo mai e continueremo sempre a chiedere che fine ha fatto Camilla. Possono passare dieci, venti, trent’anni, quaranta, quello che sia. Se noi avremo voce, io specialmente continuerò a chiedere agli inquirenti risposte6. Non manca – nel nuovo rito giudiziario-mediatico – il protagonismo dei giornalisti. Massimo Numa di “La Stampa” osserva: “Questa ragazza avrebbe dovuto partire per le ferie, va all’agenzia di viaggi eccetera. Però quel giorno lì fa la spesa, riempie il frigo e sparisce. La logica vuole che se uno parte per le ferie, il frigo lo svuota, non compra dei beni deperibili. Il caso di Camilla Bini è ancora più inquietante perché dimostra come c’è stato un vuoto nelle indagini. Perché quando fu aperto l’appartamento di Camilla furono trovati due bicchieri, uno segnato dal rossetto, e nessuno prese mai le impronte digitali da questi bicchieri“.

Nicolò Zancan (La Repubblica) enfatizza il nodo del rapporto tra Stroppiana e l’indefettibile fidanzata: Lui ricorda molti dettagli adesso, forse improvvisamente. Questo è anche un po’ strano. I suoi ricordi si stanno mettendo a fuoco man mano che la storia va avanti. Lei è il suo alibi quando è scomparsa Marina Di Modica. Lui conferma tutto sulle vacanze nel giorno in cui è scomparsa Camilla Bini e quindi ognuno partecipa al problema dell’altro attivamente, in qualche modo anche in modo accorato. Risulta che nel 1990 Beatrice Della Croce di Dojola abbia raccontato in effetti di avere in programma l’eventualità di un viaggio insieme a Camilla Bini. Oggi, in questi giorni, lei sostiene di non avere mai minimamente anche solo ipotizzato questo viaggio verso il sud dell’Italia, verso la Puglia. Oggi lei racconta semplicemente di averle offerto la possibilità di passarla a trovare a casa sua vicino a Santa Margherita Ligure e questa è una delle contraddizioni, forse importanti, da chiarire in questa storia. Le ho chiesto se lei avesse mai avuto dei dubbi e lei mi ha detto di no, nella maniera più assoluta. Con un’enorme naturalezza, devo dire, ha sorriso e ha detto “Sa come viene chiamato Paolo Stroppiana dai suoi amici? Cuore di panna, ma non lo scriva“.

La suggestione che di un fatto radicato nella “Torino nera” (nel senso della città dei misteri e dell’esoterismo, un pregiudizio ricorrente) si tratti riaffiora nelle considerazioni di un altro redattore di “La Repubblica”, Meo Ponte: “Tutti i protagonisti di questa storia appartengono alla Torino bene dei “ragazzi” di mezza età, dove c’è una certa promiscuità, ci sono queste cene, questa ricerca del rapporto. In questa vicenda tutti i protagonisti, anche non direttamente coinvolti in qualche modo, rimandano sempre a delle misteriose scomparse. Perché adesso scopriamo che Beatrice Della Croce aveva appuntamento per le vacanze, o perlomeno la sorella di Camilla Bini dice che c’era un accordo per delle vacanze insieme a questa prima scomparsa. Scopriamo, ad esempio, che la persona che aveva ospitato a casa e aveva presentato la Di Modica a Stroppiana, a sua volta va in vacanza con un’amica che scompare misteriosamente in Oriente. Non solo, lavora in un ospedale da dove scompare un’assistita, Letizia Teglia che si rivolgeva a questo ospedale. Questo non significa che le persone siano direttamente coinvolte ma sicuramente sono degli elementi inquietanti che tendono ad accrescere quello che è l’alone di giallo attorno a tutta questa vicenda“.

Durante il processo, una teste d’accusa Antonella Ardito, anche lei ex dipendente Bolaffi, racconta che Paolo Stroppiana le aveva riferito di una relazione sentimentale con Camilla Bini, circostanza negata dall’imputato. Altre due amiche della scomparsa parlano di un “Paolo che lavora alla Bolaffi” come fidanzato della donna. Così la condanna per la Di Modica rilancia la riapertura delle indagini per Camilla Bini, decisa dalla Procura da qualche mese. Con la costituzione del pool Cold Case (ah, i danni fatti dalla tv nell’immaginario dei magistrati) affidato al procuratore aggiunto Annamaria Loreto dal capo Caselli, la Procura di Torino aveva deciso di riprendere le inchieste archiviate insolute utilizzando le nuove tecniche investigative: dall’analisi di eventuali profili genetici ritrovati sulla scena del crimine all’esame dei tabulati telefonici alla comparazione delle impronte con l’Afis (Automated Fingerprint Identification System).

LE RAGIONI DELLA CONDANNA – Alla fine, a incastrare Paolo Stroppiana sull’omicidio della logopedista, è un concatenamento logico-giudiziario che la cronista di “La Repubblica” che segue il caso, Sarah Martinenghi, così ricostruisce, attraverso un sapiente “copia e incolla” dalla prima sentenza di appello:

  1. “Marina Di Modica è uscita dalla sua casa, in via della Rocca, poco prima delle 20 per recarsi all´appuntamento che aveva stabilito con l´imputato”.

  2. “Marina portava con sé la scatola contenente i valori bollati”.

  3. “E´ giunta nell´orario convenuto, perché in caso contrario la persona che l’aveva invitata si sarebbe impensierita e l´avrebbe chiamata a casa dove la segreteria telefonica avrebbe registrato la chiamata”.

  4. “Dal momento in cui è entrata nell´abitazione dell´imputato non ha più dato segni di vita e nessuno l´ha più vista; si deve perciò ammettere che è morta nello stesso intervallo di tempo”.

  5. “Il suo corpo è scomparso, e si può pertanto presumere che sia stato occultato da chi aveva fondato motivo di temere che, se ritrovato, non avrebbe potuto evitare di affrontare le conseguenze di quel ritrovamento”.

  6. “Assieme al corpo di Marina è scomparsa la scatola dei francobolli e altri oggetti personali che aveva con sé (vestiti, zainetto, documenti d´identità, chiavi di casa e dell´auto)”.

  7. “L´autovettura con cui Marina si è recata all´appuntamento è stata in seguito rimossa, portata in via Magellano e lasciata colà parcheggiata sebbene si trattasse di una zona della città in cui non aveva ragione di andare”.

  8. “La persona che ha occultato il corpo ha anche spostato l´auto e ha palesemente tenuto questa condotta al fine di cancellare le tracce della presenza della persona scomparsa”.

  9. “L´imputato, dopo avere inizialmente negato l´appuntamento, ha modificato la primitiva versione sostenendo di avere, sì, convenuto di incontrarsi con la Di Modica, avendola invitata a casa sua per riordinare e meglio valutare i francobolli, ma di avere poi disdetto l´impegno a causa del suo persistente fastidio provocato da una lombalgia”.

  10. “Le modalità con cui ha asserito di aver comunicato la revoca dell´appuntamento sono tuttavia risultate totalmente incompatibili con le circostanze oggettive accertate nel corso dell´indagine”.

  11. “Ha fornito un alibi imperniato sull´affermazione di aver trascorso parte della serata a casa della fidanzata, ma l´alibi confusamente e contraddittoriamente convalidato da quest´ultima, è risultato in seguito falso”.

In conclusione: Marina Di Modica poteva essere stata uccisa solo da Paolo Stroppiana e a casa sua. (2 – continua)

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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