23 marzo 1921. Strage anarco-individualista al Diana: 21 morti, 80 feriti

La strage del Teatro Diana, che provocò 21 morti e 80 feriti, fu un attentato dinamitardo avvenuto a Milano alle 23 circa del 23 marzo 1921. I colpevoli vennero identificati in un gruppo anarco-individualista milanese. Intendeva colpire il questore Giovanni Gasti, in quanto rappresentante, e quindi complice, dello Stato che deteneva senza prove Errico Malatesta ed altri anarchici.

Gli arresti ingiusti

Il 17 ottobre 1920, dopo l’arresto di Armando Borghi del 13 e la perquisizione della sede di «Umanità Nova» del 15, erano stati arrestati due redattori di «Umanità Nova». Malatesta e Frigerio erano accusati di una non meglio precisata attività cospirativa.Nel corso dell’inchiesta finiscono in carcere anche Corrado Quaglino, Nella Giacomelli e altri “anarchici minori”. Dopo il rilascio di alcuni anarchici, erano rimasti nel carcere di San Vittore Borghi, Malatesta Quaglino. I tre, dopo cinque mesi di prigione, poiché la magistratura non aveva stabilito la data di inizio processo, il 18 marzo avevano iniziato uno sciopero della fame per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul loro ingiusto stato di detenzione.

Errico Malatesta era quasi settantenne, le sue condizioni di salute peggioravano sempre più e quel giorno «Umanità Nova» era uscito col titolo Compagni! Malatesta muore!. In tutta Italia erano già state numerose le manifestazioni di protesta e solidarietà con i tre redattori (soprattutto a Carrara, Piombino, Valdarno e in tutta la Liguria), seppur del tutto inutili ed incapaci di obbligare la magistratura ad uscire dall’impasse. In questa situazione, il gruppo milanese decise di far sentire alta la propria voce organizzando una serie di attentati in segno di solidarietà con Malatesta e compagni.

La scelta degli obiettivi

Tre gli obiettivi prescelti: la centrale elettrica di via Gladio, il giornale socialista «l’Avanti» e l’albergo Diana, in via Mascagni, nei pressi dell’omonimo teatro. Quest’ultimo era sicuramente l’attentato più complicato da mettere in atto ed aveva come reale obiettivo il questore Giovanni Gasti, che si pensava risiedesse in un appartamento del vicino albergo, e doveva essere attuato da Giuseppe Mariani – 23 anni di Mantova, di professione frenatore delle Ferrovie -, Giuseppe Boldrini – 27 anni, operaio anch’egli di Mantova (che si proclamerà sempre innocente) -, Ettore Aguggini – 19 anni, meccanico nato a Milano il 23 marzo 1902; del gruppo faceva parte anche Elena Melli, che avrebbe però avuto un ruolo marginale.

L’intenzione era quindi quella di colpire non tanto il Teatro quanto l’hotel Diana, che però erano separati da una semplice parete, la sera del 23 marzo, giorno in cui si sarebbe dovuta svolgere una rappresentazione di un’operetta di Lehar (quindicesima ed ultima replica di Mazurka blu). In verità, secondo quanto scrisse Giuseppe Mariani nella sua autobiografia, la prima intenzione era quella di far saltare in aria la Questura centrale di piazza San Fedele, ma il proposito fu lasciato cadere per sopraggiunte difficoltà.

La testimonianza di Mariani

Il gruppo decise allora di indirizzare il proprio obiettivo sul Diana, come raccontato dallo stesso Mariani: «… si è accreditata la “solita” storia dello anarchico che, spalancata la porta di un teatro, dissemina la morte ed il terrore, coscientemente e volontariamente. Quella sera il carico di esplosivo fu depositato al di fuori del teatro, con l’intenzione di colpire non il teatro quanto il soprastante albergo – che, secondo informazioni allora in possesso degli attentatori, serviva regolarmente da luogo di incontro tra Benito Mussolini ed il questore di Milano Gasti, entrambi acerrimi nemici degli anarchici e da questi ultimi odiati, in particolare, si credeva che proprio quella sera Gasti si dovesse trovare in quell’albergo.»

La strage e i primi fermi

L’ordigno esplosivo consisteva in 160 candelotti di gelatina sistemati in una cesta coperta di paglia e fu preparato a Mantova da Mariani e Aguggini. Il problema fu che al soppragiungere di altre persone, Mariani lasciò il bagaglio-esplosivo dietro una porta che immetteva nella platea del teatro e poco prima delle 23 innescò la miccia e scappò insieme ad Aguggini verso Boldrini che stava poco distante (Boldrini negherà sempre la partecipazione all’attentato). L’esplosione provocò diciasette morti immediate e un’ottantina di feriti (nei giorni seguenti quattro di questi morirono).

Venne quasi immediatamente fermato l’anarchico Antonio Pietropaolo, che era stato visto fuggire subito dopo l’esplosione e che insieme ad altri due compagni anarchici avrebbe dovuto incendiare la redazione dell’Avanti. Le indagini si indirizzarono immediatamente verso gli ambienti anarchici: nel giro di pochi giorni finirono in carcere, con l’accusa di essere gli autori materiali dell’attentato, anche Giuseppe Mariani, Ettore Aguggini e Giuseppe Boldrini. Pietro Bruzzi, fu accusato di complicità nell’attentato. Per evitare l’arresto fuggì dall’Italia.

Subito dopo l’esplosione, una squadraccia fascista, che si trovava nei pressi del Teatro, fu richiamata dal boato e accorse sul posto, decidendo immediatamente di compiere un’azione di rappresaglia contro le sedi del giornale socialista Avanti!, in via San Gregorio, e di Umanità Nova, in via Carlo Goldoni.

Le reazioni politiche

L’attentato fu strumentalizzato dalle istituzioni, così da giustificare la feroce repressione degli anarchici e la criminalizzazione di tutto ciò che era anche solo vagamente definibile come di “sinistra”. Nonostante le intenzioni degli attentatori fossero quelle di attirare l’attenzione sulle condizioni di detenzione dei redattori di Umanità Nova – Borghi, Malatesta e Quaglino -, nessun motto di solidarietà si levò per i tre anarchici.

L’azione contro il “Diana”, al contrario, suscitò orrore e disapprovazione, anche negli stessi ambienti anarchici (Boldrini si dichiarò sempre innocente ed anche Giuseppe Mariani, una volta uscito dal carcere ammise l’inutilità di quell’azione), per cui Malatesta e compagni rimasero in carcere; lo stesso Malatesta, venuto a conoscenza dell’esplosione, interrupe lo sciopero della fame ed espresse «il suo sdegno per il delitto esecrando che giova solo a chi opprime i lavoratori e a chi perseguita il nostro movimento».

Più avanti, sulle pagine di «Umanità Nova», pubblicherà un articolo, intitolato Guerra civile:
«…Qualunque sia la barbarie degli altri, spetta a noi anarchici, a noi tutti uomini di progresso, il mantenere la lotta nei limiti dell’umanità, vale a dire non fare mai, in materia di violenza, più di quello che è strettamente necessario per difendere la nostra libertà e per assicurare la vittoria della causa nostra, che è la causa del bene di tutti…» (8 settembre 1921)

Il processo e le condanne

Molti anarchici milanesi (più di una decina, gran parte dei quali innocenti, furono accusati di complicità con i tre esecutori materiali dell’attentato), per lo più assurgendo a motivazioni insensate, furono accusati a vario titolo di complicità nell’attentato: tra questi Pietro Bruzzi (fuggì dall’Italia per evitare l’arresto) e Nella Giacomelli (sarà in breve tempo assolta da ogni accusa).

Il processo contro Mariani, Boldrini, Aguggini e altri quattordici anarchici iniziò a Milano il 9 maggio 1922 alla Corte di Assise di piazza Fontana. Le accuse riguardavano la strage del teatro Diana, la collocazione della bomba alla centrale elettrica di via Gladio, il mancato attentato all’Avanti (quello che avrebbe dovuto compiere Pietropaolo) ed altre esplosioni avvenute l’anno prima.
Il processo durò 23 giorni, al termine del quale, il 1° giugno, fu emessa la sentenza: gli esecutori materiali Mariani, Boldrini ed Aguggini ricevettero una condanna all’ergastolo (i primi due) e a trent’anni (Aguggini); e per gli altri (molti dei quali erano in realtà innocenti) ci furono pene varianti tra i 15 giorni e i quattro anni di carcere.

I sospetti sulla donna fuggita

Molti antifascisti ipotizzarono che il gruppo anarchico-individualista era stato manovrato dalla polizia, giacché quell’attentato favorì l’ascesa del fascismo. L’anarchico Gigi Damiani scrive nella prefazione dell’autobiografia di Mariani: «Fu la polizia a condurre per mano gli esacerbati terroristi fino davanti alle griglie del teatro Diana».
I sospetti nacquero anche dal fatto che Elena Melli, la donna che avrebbe partecipato alla fase progettuale dell’attentato, non comparve fra gli imputati e una volta fuggita in Sud America di lei non si seppe mai nulla.

Mariani però non fu mai convinto che il gruppo fosse infiltrato ed orientato così dalla polizia a compiere un attentato che favorì il nascente regime fascista:«Non ho mai pensato, come sempre hanno fatto alcuni miei compagni, in base ad elementi che mi hanno detto positivi, fino a credere possibile una revisione del processo, d’incolpare qualcuno che vicino a noi sapesse manovraci tanto bene da farci credere che avremmo colpito il questore e altre personalità e che invece ci facevano colpire delle povere persone innocenti intente solo a divertirsi» [6]

Malatesta condanna: ma era una nobile passione

Malatesta, che il 25 marzo 1921 era stato finalmente processato insieme a Borghi e Quaglino (oltre ad altre decine di imputati) [7], sempre condannò risolutamente il gesto ma mai gli autori, che anzi definì «compagni nostri, buoni compagni nostri, pronti sempre al sacrificio per il bene degli altri»; gente che «nel compiere il loro tragico ed infausto gesto intendevano fare opera di sacrificio e di devozione.».

«Quegli uomini hanno ucciso e straziato degli incolpevoli in nome della nostra idea, in nome del nostro e del loro sogno d’amore. I dinamitardi del “Diana” furono travolti da una nobile passione, ed ogni uomo dovrebbe arrestarsi innanzi a loro pensando alle devastazioni che una passione, anche sublime, può produrre nel cervello umano (…)»

FONTE: Anarcopedia

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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