Calendiario. 8 settembre 1974/1: la rivolta di San Basilio

san basilio

Una foto storica di Tano D’Amico, gli scontri di San Basilio visti dalle spalle della polizia. Foto filtrata con Prisma

Il contesto e la dinamica della battaglia determinatasi l’8 settembre 1974 a San Basilio non sono facili da spiegare. Alcuni testimoni di quegli eventi sono morti negli anni successivi, ad esempio il mio amico Roberto di cui parlerò qui; altri ricordano soprattutto la nebbia dei lacrimogeni o mettono in connessione lineare, se non addirittura mitologica, il passato col presente; certi sono diventati “pentiti” negli anni Ottanta e altri ancora hanno cercato di abiurare il proprio passato di militanza politica, ad esempio determinati ex dirigenti di Lotta Continua. Pochi fra i testimoni rimasti in vita ricordano bene gli avvenimenti dell’8 settembre 1974 a San Basilio e i motivi che ne furono alla base. Esistono però alcuni fatti che, da soli, risultano sufficienti ad aprire o a riaprire le porte di una corretta ricostruzione storica. (…)

Alessandro Padula in un lungo articolo pubblicato due anni fa ricostruisce dettagliatamente sul blog Polvere da Sparo la vicenda della lotta per la casa di San Basilio che culminò, la sera di 42 anni fa, nell’uccisione di un giovane militante autonomo in violenti scontri con la polizia. L’esito violento e tragico, il fatto che per la prima volta fosse stato aperto il fuoco da parte dei dimostranti, finirono per focalizzare sui giorni della rivolta, oscurando un anno e mezzo di lotta sociale.  Anche io riprenderò solo la parte sulla cronaca della rivolta.

La storia successiva vide il 1974 come l’anno di una grande e diffusa lotta per il diritto alla casa e di una gigantesca repressione poliziesca rispetto a quel bisogno sociale. Ci furono numerosi sgomberi di case occupate – per lo più di proprietà dei pescecani dell’edilizia – tanto che nell’estate di quel medesimo anno a Roma rimasero in piedi solo due occupazioni, quella organizzata alla Magliana dal novembre 1973 e quella gestita dal Comitato di lotta di San Basilio. I governanti volevano portare un attacco decisivo agli ultimi baluardi della lotta per la casa. I fatti dal 5 all’8 settembre 1974 nacquero in tale contesto. Giovedì 5 settembre 1974, dopo 10 mesi di occupazione, a San Basilio ci fu uno sgombero, ma di sera gli appartamenti furono rioccupati. Venerdì 6 settembre, anche se il Comitato di lotta aveva organizzato una resistenza migliore, si ebbe un altro sgombero. Nella serata, però, le case furono rioccupate dopo una trattativa. Il Comune e l’Istituto Autonomo Case Popolari avrebbero dovuto decidere dove mandare le famiglie occupanti. Sabato 7 settembre sembrava essersi determinata una sorta di tregua, ma nella mattinata di domenica 8 settembre, come seppi con parecchie ore di ritardo, la situazione precipitò.
“Ehi! Ehi!”, strillò Roberto dal bordo del prato mentre agitava la mano verso la sua faccia per farmi intendere che avrei dovuto raggiungerlo in fretta e furia. Corsi preoccupato.Fra le 16 e le 17 di quel giorno festivo cercai vanamente la compagneria del collettivo politico nelle strade, nei muretti e nei locali pubblici del mio quartiere. Decisi allora di fare una passeggiata da solo. Andai verso uno spazio verde tagliato da una marana, una striscia d’acqua inquinata dagli scarti della Pirelli di via di Torre Spaccata. Percorsi un viottolo fino a giungere all’ombra di un fico che dava frutti anche a settembre. Volevo assaggiarne alcuni, ma un imprevisto mi bloccò.
“Dobbiamo andare a San Basilio”, disse Roberto che ormai avevo di fronte a me.
“Cos’è successo?”, gli chiesi.
“In mattinata c’è stato un altro sgombero delle case occupate. Poi, fino alle 14, gli scontri hanno fatto il resto”, mi rispose.
“La situazione è cambiata per l’ennesima volta”, commentai.
“Sì – riprese la parola il mio amico – e proprio per questo motivo dobbiamo partire subito con la macchina che sta qui vicino. Alle 18 c’è un appuntamento nella piazza centrale. I compagni e le compagne del nostro collettivo politico sono già lì”.
Dopo venti minuti lasciammo l’autoveicolo nei pressi di via Tiburtina. I pali della luce abbattuti non permettevano l’ingresso stradale nella borgata. Vi entrammo a piedi attraversando un prato. Alle 18 molti giovani, in parte provenienti da altre zone periferiche della città, si erano concentrati alle spalle di una chiesa, nella piazza principale della borgata. Nella parte opposta, soprattutto sulle parallele vie Corridonia e Fiuminata e più precisamente nei punti di accesso a via Montecarotto, mille fra carabinieri e poliziotti erano in assetto da guerra ma la battaglia scoppiò dopo circa un’ora, fra le 19 e le 19,30. Ad un certo punto, un plotone avanzò da via Montecarotto su via Corridonia lanciando decine di lacrimogeni ad altezza d’uomo in direzione della piazza affollata; poi, quando si accorse di non avere più altri “fiori bianchi” da regalare, si ritirò in modo caotico.
Alcuni poliziotti ad esempio, invece di tornare indietro, percorsero via Fabriano nel tratto adiacente l’ingresso della chiesa, l’oltrepassarono fino a fare capolino su via Fiuminata e lì ebbero un contatto con due o tre manifestanti che, privi di armi da fuoco, rischiavano di essere arrestati dai tutori dell’ordine. Vedendo quella scena un gruppo di giovani partì di corsa dalla piazza, imboccò via Fiuminata, giunse nei pressi della via adiacente la chiesa e divenne il bersaglio di alcuni colpi di pistola partiti da un altro plotone di poliziotti e carabinieri, distante 25-30 metri, che già operava nella stessa via Fiuminata. I proiettili, su quella medesima strada, raggiunsero il muro di cinta della chiesa, un palo della luce, un albero e Fabrizio Ceruso. Quest’ultimo, diciannovenne del Comitato Proletario di Tivoli, un organismo dei Comitati Autonomi Operai, fu colpito al petto. Tre giovani lo presero da sotto le ascelle e dai piedi. Da via Fiuminata giunsero nella piazza e da lì ancora più lontano fino a via Corinaldo, dove c’era un piccolo pronto soccorso. In seguito, accertata la gravità delle condizioni fisiche di Ceruso, bloccarono un taxi e vi entrarono portando con sé il ferito.
“Al Policlinico! Al Policlinico!”, urlò uno di loro al tassista.
“Corri! Corri!”, disse un secondo passeggero.
“Hanno ammazzato mio fratello!”, esclamò un altro durante il tragitto verso l’ospedale.
I tre giovani non erano parenti, ma compagni di lotta di Ceruso. Così lo sentivano mentre lui non dava più segni di vita. Temevano di essere ficcati nei guai dalla polizia e perciò fuggirono appena il taxi giunse al Policlinico. La notizia della morte di Ceruso si diffuse rapidamente. Venne trasmessa anche dalla televisione e dalla radio. Giunse a noi che restammo a san Basilio anche dopo il tramonto fra barricate, lacrimogeni e sparatorie. (…)

Alessandro Padula era allora un militante del movimento comunista rivoluzionario di Roma Sud. Divenne poi un dirigente della colonna romana delle Brigate Rosse. Quel giorno a San Basilio erano molti i compagni presenti che fecero poi la scelta delle armi. Tra questi un’altra militante del Movimento, Barbara Balzerani, all’epoca del collettivo dei Tiburtaros, che saranno tra i primi a entrare nella neonata colonna. Anche lei racconta quel giorno, in Cronaca di un’attesa. E’ puramente casuale che io abbia trovato due racconti di brigatisti per ricordare quel giorno a San Basilio e non deve destare meraviglia. Perché dietro la storia delle Br romane ci sono anni di lotte sociali nei quartieri e nelle borgate della capitale: 

Anni irascibili quelli, di lotte che quasi sempre contemplavano scontri di piazza. Anni di rivolte di interi quartieri contro il sopruso del giorno. Successe anche per difendere le case occupate in un quartiere tanto periferico che non sembrava neanche Roma. Tre giorni di battaglia strada per strada. All’inizio fu facile tenere testa alla polizia in quel dedalo di strade, cortili e sterrati tra i prati intorno per andare e venire. Bisognava essere del posto e sapersi muovere. La truppa non lo era e procedeva a fatica su un terreno sconosciuto e in mezzo a un’ostilità manifesta. Il quartiere, come succedeva quasi sempre in quegli anni stava tutto in piazza. Compresi i “ladroni”, buoni compagni di strada che trovavano le loro ragioni in quelle occasioni di rivolta e che anche in carcere si mischiarono ai comunisti gruppettari, imparando la forza che ha la politica quando è in grado di cambiare le condizioni di vita. E questo succedeva in quella stagione di lotte che insegnò l’amore per la dignità di ciascuno, nessuno escluso. Oggi neanche a pensarci. Ma al terzo giorno cambiò il vento. La truppa aveva il vantaggio dei numeri e del ricambio dei belligeranti. Fu così che, con le gambe spezzate dalla stanchezza e gli occhi bruciati dai gas, subimmo l’epilogo di sangue. Dal balcone della casa dove avevo trovato ospitalità per riprendere fiato, vedo il corpo a terra, immobile. Tra il fumo anche la testa bianca del compagno fotografo. Quella volta era toccata a Fabrizio, ventenne, armato di rabbia e di passione politica. Non lo conoscevo, ma ho ancora davanti gli occhi la compostezza di suo padre il giorno del funerale.
Finì così, col prete che non voleva la lapide-ricordo attaccata al muro della sua chiesa lungo la strada dove era stato ammazzato. Finì così, con l’illusione caduta che si potesse vincere alcunché affrontando le truppe nemiche con l’ordinaria violenza

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Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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