27 ottobre 1974: la cattura di Fabrizio Zani e Mario Di Giovanni

fabrizio zani

Il processo a Ordine nero

Vengo arrestato – racconta Fabrizio Zani – con Di Giovanni (eravamo solo compagni di latitanza, senza il minimo progetto comune) il 27 ottobre 1974. A farci arrestare è un vecchio amico di Mario, che aveva fatto un paio di botti ed era stato individuato dalla polizia a causa di un’esplosione troppo anticipata, che aveva permesso ad alcuni nottambuli di riconoscere modello e colore dell’auto su cui stava scappando. Non era stato arrestato, ma tenuto in caldo per quando una minaccia di arresto sarebbe servita. Servì. Quando ci catturano non abbiamo esplosivi, ovviamente. Solo io ho una pistola. Ma si rimedia in fretta.
Qualche grammo di esplosivo in un campo vicino alla strada dove ci prendono. Un processo che avrebbe fatto inorridire Torquemada, ma non un ineffabile pm e una corte che sbeffeggia il nostro avvocato quando questi dimostra, centimetro alla mano, che il sacco in cui è stato «trovato» l’esplosivo non è uguale a quelli che una signora dichiara, senza avere il coraggio di guardarci in faccia, di averci venduto al suo emporietto… Il presidente chiede all’avvocato se il processo doveva proprio affondare nella spazzatura e la prova, assolutamente scientifica, della nostra innocenza verrà seppellita sotto una risata. Questo solo per dire che se la lotta armata ha avuto pochi scrupoli, non è che la repressione ne avesse di più… Comunque, per qualche mese sono tenuto in isolamento, prima a Milano, poi, dopo un breve periodo in «sezione», trasferito a Bologna. Sono ancora alle celle e ci resto per ben due mesi. Mi interrogano ripetutamente per Ordine Nero e io nego tutto… Alla fine mi mollano e mi rimandano in sezione. La mia percezione delle cose cambia radicalmente da quel momento. Innanzitutto scopro, durante gli interrogatori, che l’anfo, il famoso esplosivo artigianale di cui parlava Benardelli, in realtà è un esplosivo della Nato, e la cosa mi lascia un po’ perplesso, ma continuo a credere che sia arrivato di contrabbando. I toscani e gli umbri di Ordine Nuovo, però, sono convinti che il botto di Moiano sia contro di loro e faccio fatica a convincerli del contrario. Io, ovviamente, mi sento ferocemente in colpa per la loro carcerazione. Lo capiscono. Diventiamo ottimi amici, sia con i fratelli Castori di Perugia che con Batani di Arezzo. È con loro che comincio a ragionare su cosa stia succedendo e sul perché delle stragi. Fino ad allora, per piazza Fontana avevo dato per scontata l’innocenza di Freda. Per Brescia avevo la certezza assoluta dell’estraneità di Cesare [Ferri, N.d.A.], Per l’Italicus non avevo la più pallida idea di chi fosse stato. Del resto avevo fatto io il volantino di smentita, visto che uno psicolabile l’aveva rivendicata a nome di Ordine Nero, e avevo parlato proprio di «strano crimine»… Dunque Zani parla in carcere con gli ordinovisti accusati di aver messo la bomba a Moiano (mentre, in realtà, l’ha piazzata Benardelli), e a quel punto inizia a porsi molte domande. A cominciare proprio dai rapporti che il camerata trasferitosi da Milano al Centrosud ha con gli uomini dei servizi…

FONTE: Il sangue e la celtica/Nicola Rao

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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