Gli scontri di Roma/2: la lunga carriera di Daniele De Santis e l’omicidio Raciti

Nella nuova edizione di Fascisteria, il capitolo sugli ultrà è uno dei più generosamente riscritti rispetto alla stesura del 2001. Con gli aggiornamenti del caso, ma anche con una maggiore attenzione alle dinamiche economiche e sociali e una minore ossessione per le pratiche violente e criminali. Ne riprendo ampi stralci, con la ricostruzione dettagliata degli episodi che riguardano la ‘carriera’ giudiziaria di Daniele De Santis, il leader ultrà giallorosso arrestato oggi per la sparatoria di ieri prima della finale di Coppa Italia, nonché alcuni materiali di analisi e riflessione. Per finire con la morte a Catania dell’ispettore Raciti, evocata dalla t-shirt di Genny ‘a carogna, che invoca appunto libertà per il suo giovane (presunto) assassino

Il raid di Brescia

Il movimento ultrà è l’altro luogo di riaggregazione dei skin, anche se è più esatto parlare di un gruppo umano polimorfo, le cui vicende si intrecciano tra violenza politica, devianza sociale e criminalità. Pochi giorni prima dei fermi per l’attacchinaggio pro Priebke, il pm di Brescia Paola De Martiis conclude l’inchiesta per il raid squadristico al margine della partita Brescia–Roma del 20 novembre 1994, segnata da 19 arresti. Chiede 27 rinvi a giudizio per reati che comportano pene fino a un massimo di 15 anni: apologia di fascismo, lesioni gravissime, resistenza aggravata, detenzione e porto d’arma, attentato alla pubblica sicurezza. La maggior parte delle prove a carico è costituita da foto e riprese tv. L’accusa usa un criterio estensivo: ogni imputato è ritenuto ugualmente responsabile senza valutare il grado di effettiva partecipazione. Il saluto romano, gli inni cantati, lo schieramento a falange appena scesi dal pullman costituiscono per il pm manifestazioni usuali del disciolto partito fascista. Un’applicazione metodica di questa ipotesi giuridica porterebbe a denunciare ogni domenica alcune decine di migliaia di persone. La spedizione punitiva, programmata da mesi, è organizzata da militanti neofascisti: con Boccacci figurano “Polpetta” D’Alessandro, Alfredo Quondamstefano, Corrado Ovidi, Paolo Consorti, Giuseppe Meloni e Armando Sagrestani (candidato di An per le circoscrizioni, accusato di aver portato le armi a Brescia). Tra gli altri spicca il nome di Daniele De Santis, un leader della curva giallorossa: sarà prosciolto dall’accusa dell’accoltellamento del vicequestore Selmin ma resterà un protagonista. Meloni è l’altro leader dei Boys, con “Marione” Corsi mentre D’Alessandro è uno dei membri più attivi di Opposta fazione, un centinaio di “duri e puri”, slogan preferito “meno calcio e più calci”. Il gruppo è nato da una scissione del Cucs-Gam, il gruppo che si era separato dal Commando unitario curva sud quando una “bandiera” della Lazio, Lionello Manfredonia, era diventato giallorosso. Gli ultrà non gli perdonano antichi insulti e pretendono scuse. Lo sciopero del tifo raggiunge lo scopo ma spacca la curva, fino a una rissa selvaggia tra le due fazioni dei Cucs. E proprio per irridere la stampa, che spesso parla di scontri violenti tra “opposte fazioni”, dai Cucs-Gam (cioè Gruppo anti-Manfredonia) nasce la sigla più “dura” della curva giallorossa. In una prima fase convivono estremisti di destra e di sinistra, l’aggregazione è temperamentale e non ideologica, ma in una seconda fase prevale la connotazione neofascista e la repressione dopo gli scontri di Brescia porterà allo sfascio del gruppo.

Meloni, detto “pinuccio la rana” ha 31 anni e un passato militante. Ex consigliere missino nel centro storico, supervotato ma costretto a dimettersi per i precedenti di violenza politica. La spedizione punitiva, condotta da lui e Boccacci, parte dalla sua pizzeria al Tiburtino, “Mezzanotte e dintorni”. Accusato di aver accoltellato Selmin, nega e rivendica l’amicizia con il sottosegretario agli Interni Gasparri (che due anni prima aveva organizzato il convegno Una patria chiamata curva). A Radio Incontro Bruno Ripepi detto “il comandante” il giorno dopo gli scontri informa gli ultrà che “Pinuccio la rana” è stato ferito alla testa con 30 punti di sutura. Quando la magistratura allarga l’indagine ai rapporti tra società e capi ultrà il centravanti Andrea Carnevale racconta che la sua presenza a Trigoria era abituale. D’Alessandro ha 25 anni. Tra i suoi precedenti una rissa allo stadio nel 1990 ma anche l’arresto per diverse rapine col taglierino. Lo accusano di aver bastonato per primo Selmin. Nega di essere fascista e di avere partecipato agli scontri. Si difende: sono cardiopatico. Le prime condanne per il raid di Brescia arrivano nel marzo 1996: Armando Sagrestani (20 mesi) Alfonso Argentino (18 mesi) Luigi Falchi (un anno) patteggiano e godono di un sostanzioso sconto, viste le imputazioni (apologia di fascismo, lesioni, resistenza, detenzione di armi ed esplosivo). La Procura tenta di avvalorare una pista “politica”: quel giorno si eleggeva il sindaco di Brescia e i neofascisti romani organizzano la spedizione punitiva per colpire l’immagine del ministro degli Interni leghista, Roberto Maroni. Ma alla fine il Tribunale assolve tutti gli imputati dall’accusa di “aver inscenato una manifestazione usuale del disciolto partito fascista”. Niente piani occulti: 11 condanne sono comminate solo per atti di violenza calcistica. La repressione non piega gli irriducibili giallorossi che – indifferenti alle ragioni del tifo – festeggiano la promozione del Bologna partecipando a un raid nel capoluogo emiliano che si conclude con la “caccia al negro” e quattro distinti pestaggi. Sono arrestati 11 bolognesi per tentato omicidio e lesioni aggravate da motivi razzisti. Allo stadio spicca uno striscione giallorosso: Una grande amicizia, un grande ritorno: onore. La vittima più grave ha la bandiera rossoblù addosso: si ritrova un rene bucato da una coltellata e la faccia gonfia di botte. L’allenatore del Bologna Ulivieri, fama di “rosso”, un milione donato ai carabinieri per risarcire un auto sfasciata dagli ultrà sbotta: “Meglio chiudere la curva”. A fine luglio scattano le manette per quattro romanisti: Giulio Moretti, 23 anni, figlio di un ingegnere ricco, il già noto Corradetti, Fabio “Sudo” Giglio, disoccupato di 25 anni, Roberto “Robertino” Fuligni, barista di 28 anni. Nel corso delle perquisizioni sono sequestrati fumogeni, bombe carte e proiettili. I quattro erano già stati coinvolti nelle indagini bresciane e identificati in occasione di Bologna–Brescia, a conferma di una organica alleanza con i Mods e di un conto aperto con i bresciani. Uno degli arrestati, Matteo Plicchi, torna alla ribalta per un incredibile contrappasso. Quattro anni dopo patteggia 12 mesi di carcere e un risarcimento economico perché si è rifatto una vita, sposando una keniota e ha avuto un figlio che dovrà fare i conti con l’odio dei difensori della razza. (…)

 Ultrà e politica

La verità dolorosa è che nella catastrofe dell’umano degli anni ’90 certe curve di stadio come molte piazze sono diventati i catalizzatori di una violenza sociale profonda che solo occasionalmente, e talvolta per caso, assume i caratteri propri della violenza fascista. Certo, mentre l’hooliganismo britannico è legato a quello che è stato chiamato lo “stile maschio violento”i e forte è il legame tra club calcistici e working class, in Italia il fenomeno ha più evidenti connotati imitativi della realtà dei movimenti politici: “Il gruppo ultrà, che pure nasce risentendo del modello hooligan inglese, è, nella sua composizione sociale, tendenzialmente più interclassista (rilevante, tra l’altro, è la presenza femminile al suo interno) e coniuga al tipico ribellismo giovanile una vocazione politica antisistema, maturata dai gruppi politici estremisti che in quegli anni in Italia occupavano le piazze e fornivano un ottimo esempio di spirito di gruppo, durezza e compattezza. Questa caratteristica peculiare contribuisce a far sì che il movimento ultras mutui dalla sfera politica modi agire e forme di organizzazione e si doti di strutture stabili e complesseii. Lo slittamento a destra delle curve si determina già nella seconda metà degli anni ’80 per la spinta convergente del ricambio generazionale (alcuni dei capi storici sono uccisi dall’eroina) e del riflusso dei movimenti politici. Si diffondono comportamenti propri della criminalità sociale (il saccheggio dell’autogrill). Con la “parallela disgregazione di molti spazi aggregativi e di socializzazione esterni agli stadi (…) si sviluppa così la tendenza a conferire maggior importanza al senso di appartenenza locale e a utilizzare sistematicamente le contrapposizioni campanilisticheiii. In un contesto di disgregazione degli spazi giovanili lo stadio diventa un luogo di socialità primaria. Del resto era nata così. Ad attirare la prima generazione di ultrà era la “partecipazione corale alle modalità espressive”iv e la logica della difesa del territorio “simbolico” (ma anche materiale) della curva era subentrata solo in seguito: gli scontri si estendono al di fuori dello stadio e il fenomeno degenera repentinamente. “La seconda generazione ultras ha un maggior grado di strutturazione, pianificazione e coordinamento con un’organizzazione meno spontanea e più stabile e gerarchizzata”v.

La retata del 1996  

La violenza degli ultrà e la leadership esercitata in numerose tifoserie da militanti neofascisti non sono riconducibili a un disegno strategico o alla ricerca a tavolino di una massa di manovra. Sono autentici tifosi romanisti e leader riconosciuti della curva due ex del Fuan come Guido Zappavignavi e Mario Corsi (“Marione”, il capo storico dei Boys) che si sono fatti anni di carcere per i Nar (il primo prosciolto in istruttoria, il secondo condannato per reati minori e assolto dall’accusa di omicidio del militante del Pci Ivo Zini) mentre è laziale Bruno Petrella consigliere provinciale di An e poi deputato, impegnato nel comitato di difesa per Valerio e Francesca sulla strage di Bologna (sarà lui a consegnare la loro lettera al Papa). Nell’autunno 1996 la magistratura romana presenta il conto a Corsi e alla sua banda. Una prima raffica di 7 arresti scatta a fine settembre: per le pressioni e le violenze esercitate per assicurarsi ingressi di favore allo stadio e trasferte pagate, sotto la minaccia di scatenare disordini in curva e danneggiare così la società. Un mese dopo per 4 leader scatta un nuovo arresto (domiciliare), per le botte e le minacce ai cronisti, costretti talvolta a firmare articoli sotto falso nome per paura: Corsi, Fabrizio “er Mortadella” Carroccia, 26 anni, Giuseppe “Peppone” De Vivo, 36 anni, leader di Frangia ostile, Fabio “er Mafia”, Mazzei, 33 anni. Guglielmo “Willy” Criserà, già in libertà vigilata, imputato minore nel processo Nar2, si vede interdetto per un anno l’accesso allo stadio. Gli episodi contestati sono numerosi: il blitz a Tele Roma Europa nel gennaio 1993, dove la presenza in video di De Vivo e Criserà è imposta minacciando di sfasciare tutto, telefonate minatorie a varie redazioni radiofoniche, un’irruzione nel gennaio 1996 a Radio Radio per diffondere un comunicato registrato con pesanti accuse a un redattore del Messaggero, il lancio in aria per tre volte di un radiocronista tra insulti, sputi, pugni e slogan fascisti durante il derby di febbraio 1996, l’ordine agli addetti di aprire i cancelli della tribuna Monte Mario durante Roma–Torino per fare entrare gratis una ventina di ultras, un capannello minaccioso in tribuna stampa il 12 maggio 1996, dove nonostante la vittoria sull’Inter “er Mortadella” insulta il presidente Sensi, l’offensiva contro un giornalista dell’Unità (per un’inchiesta sui giri di hashish e di prostituzione minorile in curvavii, nella zona controllata dai Boys, gli dedicano uno striscione: “Tua sorella è qui con noi”). Il giornalista aveva raccontato l’approccio con una ragazzina (“giovani, giovanissime, potrebbero avere 15, 16 anni … vestite alla moda, il look è quello delle ragazze che frequentano lo stadio, due sono truccatissime, la terza per niente”): esitiamo, a metà delle scale. Troppo. Perché quasi subito appare un gigante con la faccia da bambino (avrà al massimo 18 anni, proprio a esagerare) ma i modi da duro, alla vita è cinto da una bandiera della Roma arrotolata: con lui c’è un piccoletto avvolto in una sciarpa giallorossa e i capelli a spazzola. “Che caz…fai? Se voi anna’ colle ragazzine, devi pagà, scegli chi ti piace, caccia i soldi e te le porti ar cesso. Sennò vaff… e gira al largo”. L’invito eloquente è del minaccioso piccoletto. L’altro resta lì in silenzio”viii. Ad ogni modo, il cronista aveva avuto il tempo di contare una decina di “marchette” in mezz’oraix. Le radio dei tifosi smentiscono la Digos: per l’editore di Radio Radio gli ultras ottennero pacificamente di partecipare al dibattito, il conduttore di Tele Roma Europa fu premiato come “Cuore di curva”. [Daniele De Santis è uno degli altri indagati, nda] (…)

Gli scontri per il derby e  qualche statistica

A Roma le comuni simpatie neofasciste non attenuano i toni in occasione del derby. Il 20 febbraio 1996 i romanisti attaccano con lo striscione: “Avete i colori degli ebrei”; la risposta è: “voi la puzza”. Due anni dopo i toni non cambiano. Alla scritta laziale “Auschwitz la vostra patria, i forni la vostra casa” la replica è “noi picciotti, voi ebrei. Toaff boia”. Il 25 aprile ’99, i romanisti per il derby se la prendono con partigiani (“25-4-45: quando i vigliacchi si proclamano eroi”) e laziali (“Nel cielo biancoazzurro brilla una stella” ed è disegnata una a 6 punte, simbolo di Israele). Due anni dopo la provocazione tocca ai laziali, il 29 aprile: “Una squadra dei negri, una curva d’ebrei”. Fino alla sfida diretta contro Cragnotti. Quando il presidente, nel settembre 2001, organizza la Coppa della pace col Maccabi Haifa e una squadra ivoriana, come impegno antirazzista, gli Irriducibili indicono il boicottaggio. Tra i 7-8mila presenti si imbucano alcuni ultrà filopalestinesi che srotolano uno striscione non autorizzato: “Contro il razzismo sionista per una pace vera. Intifada fino alla vittoria”. In mezzo c’è il tentativo (fallito) delle forze dell’ordine di attribuire i due attentati dimostrativi del Movimento antisionista del novembre 1999 (al museo di via Tasso e al cinema che proietta un film su Eichmann) a un gruppo di ultrà giallorossi di Boccea, tra cui spicca un militante di Forza nuova. Orientano i sospetti gli ordigni usati e le numerose scritte antigiudaiche che imbrattano il quartiere. Secondo gli inquirenti dopo il primo attentato, più “professionale”, un pischello, reduce da una partita di Coppa, lancia un “cipollone” contro il cinema. Le retate per raccogliere elementi tra gli ultrà fruttano alcuni arresti per droga. (…)

 Da un meeting spagnolo sulla violenza negli stadi emerge un dato paradossalmente rassicurante: sono 1500 le persone morte in tutt’Europa. In Italia, quindi, con 16 morti tra il 1979 e il 2003, non siamo messi poi tanto male. Lo studio del Sisde del 2004x offre i dati aggregati più facilmente analizzabili e propone le seguenti conclusioni: a) le violenze emotive contro atti arbitrali considerati ingiusti non registrano variazioni nel tempo; b) le violenze ultrà calano dopo la morte di ‘Spagna’ per i provvedimenti governativi (dopo un picco del 1990-91); c) gli scontri tra ultrà (45%) sono il doppio di quelli con le forze dell’ordine (21%), mentre meno dell’1% riguarda contestazioni antiarbitrali; d) il numero di feriti aumenta costantemente dal 1995 al 2001 per poi stabilizzarsi, le statistiche registrano un clamoroso picco nel 2002-2003: a feriti civili costanti (da 240 a 238) corrisponde un boom delle violenze contro le forze dell’ordine (da 345 a 612); e) alle violenze antipoliziesche corrisponde un proporzionale aumento degli arresti (+51%), grazie alle nuove norme sulla flagranza prolungata a 36 ore. I due trend apparentemente contraddittori sono invece il segnale di una forte radicalizzazione dello scontro: mentre il numero di incidenti cala con una media annuale del 40% i feriti triplicano nel giro di 4 anni (da 400 a 1200, per lo più tra poliziotti e carabinieri). Per gli analisti del servizio segreto civile ci sono precise dinamiche socio-culturali dietro l’evoluzione del fenomeno ultrà: la fine della società del lavoro, della sua funzione di regolatore sociale, genera una realtà di esclusi o nuovi emarginati, privi di strutture di rappresentanza che si costruiscono una nuova identità individuale e di gruppo attraverso ideologie che esaltano le figure della leadership; esperienze fideistiche (settarie o ultrà); subculture connesse ai miti della forza e del corpo (xenofobia). In questo modello interpretativo rientrano perfettamente le pratiche di violenza ultrà che “impongono un’identità sociale, confermano il ruolo della leadership ed esaltano le doti di potenza fisica nei confronti dell’avversario/nemicoxi (…)

 Il derby del bambino mai morto

Un’imprevista alleanza tra le due curve della Capitale, dopo tanta violenza e cattiveria, porta a ipotizzare un complotto inesistente, nel derby del 21 marzo 2004. Dopo i violenti scontri pre-partita si sparge la voce che la polizia abbia ucciso un bambino e succede un fatto degno dei manuali sui folk’s devil: i 70mila spettatori non credono alle smentite degli altoparlanti e alcuni ultrà invadono il campo nell’intervallo e impongono l’interruzione della partita. All’uscita riprende la battaglia tra ultrà (uniti) e forze dell’ordine: 9 arresti, decine di tifosi feriti. A distanza di 3 anni, a ridosso della scadenza dei Daspo, i 7 accusati per l’interruzione apprendono che saranno processati solo per violazione della legge sulla sicurezza negli stadi e procurato allarme. Anche se i protagonisti sono facilmente identificati perché ripresi mentre convincono Totti della necessità di non giocare, i leader della curva sono presenti in campo, un po’ defilati: Daniele De Santis (una sfilza di precedenti, per violenze in trasferta, da Brescia a Vicenza, spesso finiti bene in sede giudiziaria, e il processo per gli attacchi alla società nel ’96) e Antonio Schiavo, fondatore di Tradizione Distinzione (Tdr). I tre arrestati per l’invasione di campo offrono una spaccato sociale più ricco di quello che vuole le curve ridotte a un covo di delinquenti e di sbandati: Roberto Morelli (Asr Ultras) è agente di assicurazioni, Stefano Sordini (Boys) è consulente finanziario di Mediolanum. Abita a Monteverde nuovo e ha lavorato fin da ragazzo perché divenuto presto orfano di padre. Stefano Carriero (simpatizzante Tdr) è stato fino a un mese prima cameraman di Maria De Filippi ad ‘Amici’ ed è tornato a vivere da poco con la madre rimasta vedova. Al derby s’è portato in curva la ragazza. Schiavo smentisce il complotto: È falso – spiega al Messaggero – dire che s’è creato un accordo con i laziali perché parte della curva sud è di destraxii. Un accordo è impossibile. Può avvenire che qualche persona, da una parte e dall’altra, si conosca, ma solo per la comune militanza. A noi interessano valori e tradizione. Ci interessa la maglia della Roma, non i miliardari che di volta in volta la indossano”. Un elemento trasversale di identità per i gruppi più radicali degli ultrà è la polemica contro il “calcio che fa Sky-fo”, cioè lo stravolgimento e la subordinazione di ogni tradizione calcistica – lo spalmamento delle partite in quattro giorni, le notturne spezzagambe in inverno, l’obbligo di giocare in condizioni anti-regolamentari per i calendari ingolfati, ma finanche l’adozione di magliette atroci (ed estranee all’immagine storica del club) per problemi di visibilità televisiva – sono l’effetto di un processo materiale ormai inarrestabile: il sempre più crescente peso degli incassi dei diritti tv nei bilanci delle società calcistiche. Nel 1986 (inizio dell’era Berlusconi) il Milan incassava il 90% dalla biglietteria, nel 2003 il 60% dalla tv, 25% da sponsor e merchandising, il 15% dagli ingressi allo stadio. (…)

La morte di Raciti

Il 2 febbraio 2007 ritorna dopo 45 anni in serie A il derby Catania-Palermo, un confronto ad altissimo rischio. Per la coincidenza con la festa di Sant’Agata – che produce tre giorni di delirio collettivo ai piedi dell’Etna – è stato anticipato alle 18 di venerdì. Per ridurre ulteriormente i rischi due pullmann con tifosi rosanero sono portati a spasso e l’ingresso allo stadio è consentito solo a secondo tempo iniziato. Al loro arrivo allo stadio dalla gradinata nord, ma anche dalle truppe che stazionavano all’esterno della gradinata, parte di tutto su tifosi e poliziotti che gli scortano. Tra i più accaniti lanciatori un vecchietto di almeno 70 anni che poi riesce a passare tra gli agenti che non lo immaginano certo capace di tale impresa. La risposta delle forze dell’ordine è un intensissimo lancio di lacrimogeni che rende irrespirabile l’aria. L’arbitro è costretto a interrompere la partita per circa mezz’ora: numerose testimonianze di spettatori attribuiranno a questo intervento poliziesco il precipitare della situazione. Alla fine del match la violenza dilaga nonostante l’imponente schieramento delle forze dell’ordine (1500 uomini ‘contro’ 21mila spettatori). Il vicino cantiere aperto per il rifacimento di via dello Stadio rifornisce di materiali freschi per la guerriglia urbana centinaia di giovanissimi invasati. A un quarto d’ora dal termine, intorno alle 20,30, un ispettore della polizia si accascia al suolo immediatamente dopo lo scoppio di una bomba carta e muore in pochi minuti. I giornali si affannano a spiegare la particolare efficacia degli ordigni artigianali che utilizzano la pietra vulcanica dell’Etna per produrre micidiali schegge incendiarie ma l’autopsia dimostrerà che l’esplosione non c’entra niente: ha ucciso Filippo Raciti l’emorragia prodotta da un colpo violentissimo (inferto con un tubo di ferro a sezione stellare) che gli ha spappolato il fegato. A trarre in inganno sulla dinamica la determinazione del poliziotto, uno tosto: ha continuato a battersi fino allo stremo. Incrociando le rivelazioni di un ‘pentito’, intercettazioni ambientali negli stanzoni della questura dove sono parcheggiati i fermati e lo studio certosino delle riprese video (assai sfocate per il buio e il fumo di lacrimogeni e torce) l’episodio è ricostruito così: per liberare un tifoso arrestato un gruppo di ultrà della Curva nord attacca una volante, a colpire il poliziotto è un ragazzone di 17 anni, uno studente di elettronica campione di arti marziali e giocatore di rugby. Pesa 92 chili e carica impugnando il supporto metallico di un lavabo, divelto dai gabinetti dello stadio, a mo’ di ariete. Abita in un quartiere popolare degradato, San Cristofaro, ma ha alle spalle una famiglia “sana”: padre operaio, ed ex sindacalista, nella maggiore fabbrica di componentistica dell’Etna valley, madre fioraia al cimitero. Un solo precedente: accusato (prosciolto) di rissa per aver difeso la sua ragazza da un corteggiatore molesto. Ammetterà la partecipazione agli scontri ma continuerà a negare sempre la responsabilità diretta nella morte dell’ispettore. Alla fine della battaglia si contano tra i 70 e i 100 feriti e molti ragazzi che lamentano pestaggi delle forze dell’ordine non passano per gli ospedali. Nel lungo elenco dei 40 arrestati, un terzo circa minorenni, viene dato grande risalto alla presenza di un dirigente di Forza nuova, Alan Di Stefano. Tra i 29 fermati nel corso degli scontri solo due risultano organici ai gruppi ultrà. La notevole presenza di ragazzini tra i protagonisti della battaglia di strada non suscita meraviglia: Catania è la seconda città d’Italia per numero di minori arrestati. L’ex sindaco Enzo Bianco, divenuto presidente del Comitato parlamentare di controllo dei servizi di sicurezza, consapevole della collocazione ‘politica’ del gruppo egemone in curva Nord, la Falange d’Assalto, accusa dei disordini estrema destra e clan. Una testimonianza preziosa, che aiuta a capire e a interpretare la nuova realtà della violenza da stadio molto più di tante chiacchiere di rito, è offerta dal Manifestoxiii che ospita lo sfogo di un ultrà catanese. Si tratta di un operaio precario di 23 anni che non milita ma ha una dichiarata appartenenza di destra (bomber nero, tatuaggi, tricolore, spillette), un diploma di scuola superiore e una normale famiglia proletaria alle spalle: “La polizia ha avuto quello che si meritava e forse adesso la smetteranno di fare i prepotenti ”. I tifosi organizzati? “Bravi ragazzi che hanno un grosso seguito in città (…) Quando partono gli scontri con gli sbirri, coinvolgi praticamente tutti perché, la maggior parte, non aspetta ltro che togliersi qualche soddisfazione”. Gli ultrà hanno dato “fuoco alle micce” ma “la rivolta covava da tempo”: “Tutti ci conoscono e sanno che non siamo tipi da tirarci indietro, su niente. Con tutti gli altri, tifo o non tifo, condividiamo le stesse cose. Lavori del cazzo, soldi che non ci sono, immigrati e neri che fanno i padroni nei nostri quartieri, sbirri che ci rompono i coglioni dalla mattina alla sera, giornalisti e politici, tutti servi dei comunisti che ci disprezzano. Abbiamo gli stessi problemi e, nelle cose che contano, la ragioniamo allo stesso modo”. La violenza, piuttosto che un deterrente, funziona da attrattore: “Se ci sono buone possibilità che si vada a uno scontro con gli sbirri, che si possono assaltare negozi, supermercati e far cagare un po’ sotto tutti gli stronzi in giro a fare shopping allora non mi bastano i pullman”. L’impianto ideologico è reazionario: “Vivere la dimensione comunitaria vuol dire avere un’identità, una Patria e una nazione della quale vai continuamente orgoglioso e fiero. Difendi e affermi il tuo essere bianco e italiano, che sono le cose che contano di più. Noi andiamo molto fieri di questo e, soprattutto, al contrario di quei fighetti stronzi dei no global, dei nostri soldati che difendono nel mondo la nostra identità nazionale”. Questo apprezzamento non è esteso a quei disgraziati che si limitano a difendere l’ordine pubblico, perché, è chiaro che “il soldato è una cosa, lo sbirro un’altra”. L’odio razziale non impedisce agli ultrà catanesi di rifornirsi da immigrati africani: nel corso delle retate dopo gli scontri è scoperto un deposito di bombe carte gestito da quattro senegalesi. (…)

Sulla tragedia siciliana si innesta una clamorosa campagna mediatica e politica paragonabile soltanto al caso “Spagna” attraverso la quale, cavalcando l’allarme sociale, si impone una decisa stretta nella gestione del business calcio. Il governo decide due settimane di serrata del campionato, l’anticipo delle misure di sicurezza per l’accesso allo stadio, porte chiuse per gli impianti non a norma (tornelli, biglietto nominale), il divieto di trasferta organizzata, l’adozione di misure preventive di polizia contro i tifosi non applicate ad alcuna categoria di soggetti socialmente pericolosi. Tra l’indignazione generale, a Livorno e Piacenza, compaiono scritte contro i “poliziotti bastardi” siglate Acab, cioè l’acronimo di “All the cops are bastards”. Un solo dato segnala l’intensità del problema: mettendo a confronto i dati degli ultimi due campionati (2005-2006 e 2006-2007) sono in calo gli incidenti con feriti (da 59 a 55) e il numero dei feriti civili (da 94 a 65), in leggero aumento gli arresti (da 96 a 108) mentre è sproporzionato il picco dei feriti tra le forze dell’ordine (da 142 a 202). Il presidente della Lega, Antonio Matarrese, prova a banalizzare: i morti fanno parte del sistema, il calcio non si può fermare. E’ schiacciato dall’indignazione a tenaglia di ministro e Coni.

In uno dei numerosi blitz scatenati sull’onda emotiva della morte del poliziotto, contro altre tifoserie responsabili di comportamenti violenti, è emerso a Napoli un interessante spaccato della nuova realtà ultrà: nei Niss (Niente incontri solo scontri) ci sono figli della buona borghesia e non solo gli emarginati dei quartieri della morte quotidiana. È un’aggregazione di dissidenti dei vari gruppi storici. L’inchiesta è lo sviluppo della precedente retata che nel giugno 2005 mandò in galera 9 ultrà della Sanità (alcuni già condannati con i riti alternativi). Nelle perquisizioni ai 13 ultrà del Niss, con il solito armamentario di mazze e botti, sono stati sequestrati come cimeli le foto che immortalano gli scontri con le forze dell’ordine, dal lancio di petardi contro i poliziotti all’incendio di una gazzella dei carabinieri. La nuova frontiera ultrà è il poliziotto primo nemico. Almeno a Napoli questa scelta non si colora di “nero” né è riconducibile a una volontà politica della “camorra” di estendere il fronte di scontro con le forze dell’ordine. Quando i giovani dei centri sociali che animano il movimento di lotta per il lavoro tentano di promuovere un coordinamento unitario contro le nuove misure repressive che colpiscono la presenza organizzata negli stadi quanto nellle manifestazioni di piazza, si sono sentiti rispondere “ognuno si fa le sue” da un esponente dei Mastiff, un gruppo radicato nella periferia settentrionale ad altissima densità criminale (…) [che è appunto il gruppo a cui appartiene Genny ‘a carogna, nda]

(2 – continua)

P.S. Qualche mese fa i difensori di Speziale hanno chiesto la revisione del processo

Qui gli altri pezzi dello speciale:

1. http://ugomariatassinari.it/gli-scontri-di-roma1-al-pettine-nodi-dellintreccio-tra-ultra-politica-e-violenza.html

3. http://ugomariatassinari.it/scontri-di-roma-3-lo-speciale-del-tg-ugo-il-pezzo-di-zambardino-il-lancio-di-information-guerrilla.html

4. http://ugomariatassinari.it/gli-scontri-di-roma-4-tisci-e-capotosti-difendono-genny-boccacci-e-castellino-de-santis.html

5. http://ugomariatassinari.it/scontri-di-roma-5-la-testimonianza-di-marione-le-ipotesi-degli-investigatori-dubbi-sullarresto.html

 

NOTE

i Le regole dello Smv sono poche e chiare: niente donne; aggregazioni previste solo per i cori e le spedizioni punitive; niente organizzazione gerarchica; uso di simboli politici radicali solo per impaurire gli avversari; nemici identificati: i tifosi avversari, le forze dell’ordine, bande giovanili rivali come i punk; cfr. Ultrà tra tifo e violenza, Gnosis, n.1, ottobre-dicembre 2004.

ii Antonio Roversi-Carlo Balestri Gli Ultras oggi. Declino o cambiamento? Polis n.3/1999.

iii ibidem

iv Paolo Piani Movimento ultras in Italia. Storia dei gruppi ultras in Italia, rapporti con le istituzioni, relazione al convegno Violenza negli stadi, tolleranza zero. Esperienza italiana e inglese a confronto, Roma, 26-27 settembre 2005

v ibidem

vi Quando in un incidente motociclistico muore suo cugino Paolo, leader amatissimo della curva giallorossa, il lutto è condiviso anche dagli ultras laziali.

vii Paolo Foschi Sesso, droga e football, L’Unità, 2 febbraio 1996.

viiiibidem

ixibidem

x Ultrà cit.

xi ibidem

xii La prevalenza dell’identità calcistica sull’appartenza politica si manifesta anche nelle tifoserie di estrema sinistra: ne è buon esempio il rapporto esistente tra pisani e livornesi.

xiii Emilio Quadrelli, La curva? Un pretesto per la nostra rabbia, Il Manifesto, febbraio 2007.

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Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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One comment on “Gli scontri di Roma/2: la lunga carriera di Daniele De Santis e l’omicidio Raciti
  1. enkai ha detto:

    Ho 16 anni e non ho fatto mai i “conti con i difensori della razza.
    ah comunque sono il figlio della keniota e di Matteo Plicchi.

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