Ricordando Andrea Bellini: dal Casoretto ai circoli del proletariato giovanile

Il 26 dicembre 2016 è morto Andrea Bellini, giovane protagonista dell’attivismo antifascista milanese negli anni settanta, originario del quartiere popolare del Casoretto. I suoi racconti hanno ispirato il romanzo di Marco Philopat, La Banda Bellini . Proprio con Philopat Bellini fa l’ultima intervista, in cui ricostruisce la storia della sua generazione sovversiva, i giovani proletari dei quartieri popolari che irrompono sulla scena pubblica milanese facendo macelli

 Milano era una città più schifosa di quella di adesso, con una differenza di classe evidentissima, per esempio io non avevo mai visto il Duomo in vita mia, sono state le manifestazioni con le bandiere rosse a portarmici. Era una vita durissima per chi non aveva la grana, ancora peggio per noi che eravamo figli dei partigiani di Lambrate, quelli che dopo la Liberazione avevano giustiziato diciannove portinaie, tutte spie dell’Ovra. Purtroppo quelle rimaste negli anni cinquanta, con tutto il potere del passaparola che avevano, ci indicavano come comunisti, anticlericali, sovversivi… Per esempio all’oratorio, dove una banda di fascisti travestiti da boy scout non ci facevano entrare. Anni dopo, quando eravamo ben strutturati pensavamo di vendicarci facendo un massacro dentro quel cazzo di oratorio. Però, all’ultimo momento, decidemmo che non era il caso, non valeva la pena sporcarsi le mani.

Noi Barboni entriamo a scuola

andrea bellini

Nella seconda metà degli anni sessanta sono avvenuti dei cambiamenti culturali che hanno trasformato in maniera irreversibile Milano, improvvisamente era diventato di moda essere comunisti e così c’è stato questo passaggio sessuale tra borghesi e proletari. E noi c’eravamo in mezzo. Ebbene sì, siamo stati fortunati, abbiamo avuto un culo grosso così! Sarà stata la riforma scolastica del compagno Fanfani! Saranno stati dei personaggi che non ne potevano più del Pci come Gianni Rodari, Elio Vittorini, Mario Spinella, Franco Fortini… Che ne so? I barboni, cioè noi che dovevamo andare a lavorare alla Innocenti o all’Alfa Romeo, hanno potuto studiare nei licei. Quando è arrivato il ’68, eravamo talmente gasati da crederci tanti Che Guevara. La bomba di piazza Fontana tentò di fermarci, ma ormai questa città era in movimento.

Primo Moroni e la kermesse al Manzoni

Pensate che tre mesi dopo, nel salotto della borghesia milanese, al teatro Manzoni, fu organizzata da Primo Moroni una tre giorni majakovskiana con gli artisti dei ghetti di tutta Italia che facevano cose pazzesche. C’erano enormi palloncini a forma di cazzo che giravano per la sala e all’entrata tagliavano la cravatta a chi ce l’aveva2. Insomma, quello era il clima culturale, così noi del Casoretto siamo entrati in università… Era incredibile per quei tempi. Lascia perdere che poi in Statale abbiamo trovato il Movimento studentesco che la faceva da padrone e quindi ci siamo dovuti scontrare ancora una volta con quei figli di architetti, avvocati e notai… Siccome non volevano farci entrare nella stanza dei bottoni ci siamo organizzati come meglio potevamo.

Così cambiammo le tecniche di scontro

Abbiamo trovato una sede in via Fanfulla da Lodi, coinvolto l’Unione inquilini e tutti i più pazzi della zona. Ci siamo costituiti come polisportiva per camuffarci, mentre in palestra ci allenavamo per gli scontri. Non abbiamo fatto nulla di speciale se non terrorizzare i fascisti, picchiavamo tutti quelli che sembravano dei sanbabilini e non sbagliavamo mai. Il mito del nostro servizio d’ordine è nato perché il 12 dicembre 1972 abbiamo fatto cacare sotto i poliziotti che sono scappati di fronte ai cordoni del Casoretto. Prima di allora la tattica era sempre la stessa: il corteo ben protetto, qualcuno lanciava sassi, le barricate… Noi invece tentammo delle azioni diversive, anche gli attacchi alle spalle dei poliziotti che allora erano una massa di incapaci mal capitanati, bisogna dirlo, non come quelli di adesso. Noi eravamo dei commando, la punta di diamante di un grande triangolo di ribellione che stava assaltando il centro della città. In piazza c’erano scontri tutte le settimane, corpo a corpo micidiali, c’era il piacere virile del combattimento con le guardie, l’urto delle spalle e dei caschi ti dava la certezza di lottare per un principio di eguaglianza, erano i poliziotti a difendere un vecchio regime che non funzionava più.

Battaglie di strada ma con le regole

Certo, erano scontri di tipo medioevale, roba del 1200… Però c’erano regole precise, i loro feriti non li abbiamo mai massacrati, così loro con i nostri. I fermati non venivano picchiati come succedeva ai tempi di Scelba, non venivano fotografati e messi in galera dopo tre mesi come fanno adesso, magari solo per un sasso lanciato… Ma si può? Tirare i sassi, le sprangate, le barricate e persino gli agguati, tutto faceva parte del patto. Solo successivamente il livello si è alzato ed è arrivata la guerra civile.

E poi ci siamo presi tutta la città

Noi del Casoretto ci siamo divisi, chi è rimasto lì in zona ha occupato il Leoncavallo, chi è andato sui Navigli a occupare l’Argelati P38 o l’ex panetteria alle colonne di San Lorenzo. Nel giro di pochi mesi abbiamo aperto decine di luoghi simili. L’esercito dei pezzenti stava creando i suoi avamposti: i centri sociali. Il 1976 fu un anno strepitoso per la storia rivoluzionaria di questa città di merda, ricordo che quei matti dei circoli giovanili del proletariato avevano sotterrato un po’ di marijuana in un parco di Milano e invitato tutti alla caccia al tesoro. Quel giorno il Ravizza, il Sempione e i giardini di Porta Venezia si erano riempiti di migliaia e migliaia di buche. Alla fine l’hanno trovato, il lavoro della talpa quella volta aveva funzionato. Eh eh! Ci fu anche il festival del parco Lambro, organizzato senza borghesi e stalinisti tra le palle. Ma già verso la fine del 1976 si era capito che la guerra civile la stavamo perdendo, infatti hanno vinto ancora una volta loro. Ecco perché ogni volta che passo sotto i Boschi verticali volto lo sguardo dall’altra parte.

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.