Le province del Califfato e lo scontro con Al Qaida

califfatoInvece di continuare a pestare l’acqua con il mortaio, appassionandosi ai dibattiti in corso sulla rilevanza strategica della lotta al burkini per contrastare l’insorgenza islamista e sull’improvviso dilagare della follia aggressiva in modalità “intifada dei coltelli”, mi sembra interessante offrire alla riflessione collettiva questa analisi sull’organizzazione territoriale del Califfato fuori dal santuario siriano-iracheno, il conflitto con Al Qaida, le articolazioni del mondo dell’islamismo radicale. Un altro contributo alla conoscenza dopo le più sintetiche riflessioni di Brunello Mantelli. Il testo fa parte di una più ampia analisi sulla bufala dell’imminente sconfitta del Califfato scritta da Alain Rodier per il Centre Français de Recherche sur le Renseignement e pubblicata in Italia dall’Ossin, l’Osservatorio internazionale per i diritti, un’associazione indipendente e non governativa che si occupa dei numerosi casi di violazione dei diritti umani nel mondo, con particolare riguardo alla situazione del Maghreb e dell’Africa francofona. Esso è composto da giuristi, economisti e operatori socio-culturali e si avvale di numerose collaborazioni illustri.

Se Daesh sostiene di avere fondato uno «Stato» situato a cavallo di una parte della Siria e dell’Iraq, ha anche istituito delle wilaya (province) nel resto del mondo. Esse sono parte del «califfato» del quale Abou Bakr Al-Baghdadi è il capo religioso, politico e militare. E’ questa una delle differenze fondamentali con Al Qaeda «canale storico» i cui capi che si sono succeduti (Bin Laden, e poi Al-Zawahiri) hanno riconosciuto come autorità morale e religiosa l’emiro dei Talebani afghani.
Tutte queste province estere sono «terre di conquista», nelle quali Daesh ha accettato il giuramento di fedeltà di gruppi islamici locali attirati dalla dinamica di vittoria dell’organizzazione, nonostante i «successi» ottenuti dai suoi avversari in Medio Oriente. A parte rare eccezioni, queste wilaya non amministrano una popolazione come accade sul teatro siro-iracheno. Inoltre queste province non ricevono – per il momento – dei rinforzi importanti dalla sede centrale, tutt’al più del personale istruttore. Infatti Daesh invita i volontari stranieri a recarsi in Iraq e in Siria, avendo bisogno di completare i suoi effettivi per continuare quella guerra che considera decisiva. Solo se questi volontari non sono in grado di raggiungere il califfato, vengono allora incoraggiati a recarsi nelle wilaya estere o, in ultima analisi, a compiere azioni terroristiche là dove si trovano.
Le wilaya estere sono parecchie, ma non di uguale importanza. Quella del Sinai sviluppatasi intorno all’ex movimento Ansar Bayt Al-Maqdis (I partigiani di Gerusalemme) è forte di più di un migliaio di attivisti il cui sogno ultimo è quello di attaccare un giorno Israele. Il 4 agosto, l’esercito egiziano ha annunciato l’eliminazione del suo capo, Abou Douaa al-Ansari e di una quarantina dei suoi uomini. Se la notizia dovesse essere confermata, questo sarebbe un colpo importante inferto a questo ramo di Daesh.
La wilaya Khorasan, che raggruppa l’Afghanistan, il Pakistan e il Bangladesh, viene ferocemente contrastata contemporaneamente dalle autorità locali, da Al Qaeda «canale storico» e dai Talebani. Ciò non ha impedito a dei terroristi che si dichiarano di Daesh di realizzare attacchi omicidi a Kabul e a Dacca a fine giugno-inizio luglio.
In Estremo Oriente, il gruppo Abou Sayyaf (o Haraka al-Islmaiya, Movimento islamico delle Filippine) ha fatto parlare di sé a giugno 2016, assassinando due ostaggi canadesi, John Ridsdel ad aprile e Robert Hall. Il suo capo Isnilon Hapilon – alias Abou Abdallah al-Filippini – ha esteso la lotta ai paesi vicini dove cooperava con una parte del Jemaah Islamiyah (JI) e con Darul al-Islam, in Indonesia. Altri gruppi come il Katibah Nusantara, la brigata Abou Abu Dujana Brigade, il Jund Allah e i gruppi Abi Khabib e Abi Sadr hanno anch’essi giurato fedeltà allo Stato Islamico. In conseguenza di ciò, per la prima volta nel giugno 2016, Daesh ha pubblicato un opuscolo in lingua malese, Al-Fathihin, destinato agli abitanti della regione. Sembra che l’Estremo Oriente stia per diventare una terra di jihad prioritaria per Daesh, che avrebbe perfino tentato di realizzare questa estate delle operazioni terroristiche a Singapore.
 La wilaya del Caucaso è in conflitto diretto con Al Qaeda «canale storico» conosciuto in zona come il «califfato del Caucaso». Daesh ha chiesto agli «jihadisti solitari» locali di passare all’azione in Russia (cosa puntualmente successa nei giorni scorsi, ndb).
 In Nigeria e nella regione del lago Ciad, Boko Haram – diventata la wilaya per l’Africa dell’Ovest – resiste alla pressione delle forze di sicurezza della regione che si sono finalmente decise ad agire di conseguenza. Per contro, questa estate è scoppiata una guerra dinastica all’interno del gruppo jihadista nigeriano, dal momento che Abubakar Shekau non sembra più essere nelle grazie di Abou Bakr al Baghdadi che gli preferirebbe il portavoce del movimento, Abou Moussab al-Barnaoui. Occorre ricordare che Shekau è piuttosto lontano dalla linea ideologica predicata da Daesh, combinando allegramente islamismo radicale e sincretismo forsennato.
 Nell’Africa dell’est, il Jabha East Africa (Il Fronte dell’Africa dell’Est) sarebbe una dissidenza degli Shabab somali. Questi ultimi vengono accusati da Daesh di essere una «prigione psicologica e psichica» per i giovani Somali. Abdiqadir Mumin, un ex emiro degli shabab che si è unito allo Stato Islamico, avrebbe trovato rifugio nel Puntland insieme a qualche decina di militanti. Avrebbe qui aperto il primo campo di addestramento di Daesh in Somalia.
 Per contro Daesh non menziona il Jund al-Khalifa in Algeria, che ha assassinato Hervé Gourdel a settembre 2014. Le autorità algerine hanno fatto quanto si doveva per sradicare questo gruppuscolo.
 L’organizzazione sembra voler operare anche in Arabia Saudita, facendo appello all’assassinio dei religiosi e dei membri delle forze di sicurezza del regno. Riyadh ha reagito con energia, come al solito, arrestando più di 1.600 sospetti in un anno, scongiurando la realizzazione di diversi attentati, uno dei quali nei pressi del consolato USA di Jeddah, il 4 luglio.
 Infine Daesh approfitta del caos dilagante per impiantarsi solidamente in Yemen. Qui combatte contro i ribelli sciiti huthi, il governo legale del presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, i Sauditi e gli alleati della coalizione che questi ultimi hanno creato per lottare contro gli houthi e Al Qaeda nella penisola araba (AQPA).
 In Libia, lo Stato Islamico ha istituito tre wilaya: Barca, Tripolitania e Fezzan. Ma Daesh trova difficoltà a designare un nemico preciso, giacché in questo paese, a differenza del Medio oriente, non ci sono né Sciiti né Curdi da sterminare. Incontra dunque maggiori difficoltà a guadagnarsi quel consenso popolare che è indispensabile perché i suoi 5-6000 combattenti trovino aiuto e appoggio. Tuttavia, tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, l’organizzazione è riuscita a impadronirsi di Sirte, e poi di 250 km di costa. La cosa è sembrata inaccettabile alle milizie di Misurata – legate ai Fratelli Mussulmani – che vedono oramai Daesh come una minaccia per loro. Stesso scenario a ovest, dove gli uomini della Petroleum Facilities Guard (PFG) temono che Daesh possa impadronirsi dei giacimenti di idrocarburi. Queste due entità hanno allora deciso di contrattaccare e il Governo di unione nazionale, sostenuto dalla comunità internazionale, ha colto la palla al balzo pretendendo di assumere il comando delle operazioni. A ovest di Sirte, uno stato maggiore congiunto denominato «Camera di coordinamento» guida l’offensiva Al-Bunyan Al-Marsus (Muro impenetrabile). Questa sarebbe in realtà diretta sottobanco dal comandante militare di Tripoli, Abdelhakim Belhadj. A fine giugno, dopo numerosi comunicati di vittoria, sembra che la situazione si sia stabilizzata e che Daesh sia riuscita a bloccare l’avanzata dei suoi avversari, il cui numero si stima in 4000 combattenti, e perfino a lanciare vigorose controffensive. Al centro, Ibrahim Jadhrane, il responsabile delle PFG – e anche capo di ciò che viene indicato col nome di «federalisti» – conduce un’offensiva in collaborazione coi combattenti delle tribù Awlad Suleiman. Le sue forze sarebbero giunte a 50 chilometri da Sirte.
 Queste wilaya estere rappresentano un reale pericolo di esportazione del terrorismo – vedi la Tunisia colpita a più riprese a partire dalla vicina Libia -, ma non sembrano in grado, almeno al momento, di scatenare azioni di guerriglia generalizzate, con l’eccezione della regione di Sirte, del nord-est del Sinai e del nord della Nigeria.
 In linea di massima, Daesh incontra difficoltà ad avanzare là dove Al Qaeda «canale storico» ha messo solide radici: Sahel, Somalia, Yemen, zona afghano-pakistana, Caucaso, ecc. Ma l’ideologia salafita jihadista dello Stato Islamico è più o meno la stessa di quella di Al Qaeda «canale storico». E’ solo sulla strategia che i due movimenti divergono. In particolare, se entrambe condividono l’aspirazione alla creazione di un califfato mondiale, Daesh ha inteso realizzarne le fondamenta fin dalla sua fondazione nel 2014. Al-Qaeda «canale storico», scottata dal crollo del califfato di Afghanistan nel 2001, dopo l’intervento statunitense, ha scelto la strada di una guerra asimmetrica più diffusa.
Questa frattura si può notare anche nelle specifiche azioni terroriste. Per esempio, se Daesh ha rivendicato il massacro del 12 giugno in un locale gay di Orlando, Al-Qaeda «canale storico», attraverso AQMI (Al Qaeda nel Maghreb islamico), si è congratulata col cecchino. AQMI ne approfitta per fornire consigli in vista di future azioni del tipo “jihad solitario”.
Se entrambe le organizzazioni terroriste sollecitano i membri dell’Umma (la comunità dei credenti) a passare all’azione, Al Qaeda chiede di selezionare bene gli obiettivi, evitando le minoranze che sviano l’attenzione generale dal «vero messaggio» di cui la loro azione è portatrice: la difesa dell’islam. Qualsiasi civile che elegge, «sopporta e paga le imposte a un governo criminale (specialmente quello statunitense) che maltratta l’Umma» è considerato alla stregua di un «civile combattente» che è legittimo colpire. I due ultimi numeri di Inspire forniscono d’altronde delle indicazioni sul come realizzare degli assassini mirati, compreso al loro domicilio.
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Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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