7 luglio 1962. Torino, piazza Statuto: rivolta operaia contro l’accordo truffa

La centralità della fabbrica appare, agli inizi degli anni sessanta, innanzitutto sotto forma di una tensione e di una conflittualità molto forte dentro i processi di produzione, in modo particolare in quello metalmeccanico. Quegli anni vedono lo sforzo del padronato italiano concentrarsi sull’estrazione del plusvalore relativo, vale a dire su investimenti e modifiche nell’organizzazione della produzione intesi ad aumentare unicamente la produttività oraria del lavoro operaio. Dopo il salto tecnologico degli anni cinquanta si ha l’accelerazione dei tempi e il tentativo di impossessarsi interamente del tempo di vita e di lavoro operai. Sul fordismo della catena e dell’innovazione tecnologica continua, viene applicato il taylorismo del taglio dei tempi portato al suo punto più alto.

Il rinnovo dei contratti

Nelle grandi città il degrado dell’abitare per la forza-lavoro immigrata si accompagna alla dequalificazione generale del lavoro operaio delle grandi fabbriche. La centralità della fabbrica appare inoltre nei contenuti della riflessione teorica di quegli anni sui temi dell’organizzazione del lavoro e del progetto tecnologico. A partire dagli anni sessanta i temi del rapporto uomo-macchina, classe operaia-innovazione tecnologica, che nelle precedenti teorizzazioni non si erano mai interamente liberati da una impostazione ambivalente nei confronti dell’organizzazione scientifica del lavoro, diventano i temi cruciali della nuova sinistra italiana. (…)

Il rinnovo dei contratti del 1962 può essere considerato, dal punto di vista delle lotte operaie, lo spartiacque tra il periodo di una Ricostruzione disciplinata e quello della riapertura di una conflittualità che sfocerà, sette anni dopo, nel grande evento dell'”Autunno caldo”. Gli avvenimenti sono preparati, anche, da una forte tensione che si è venuta accumulando nelle fabbriche e nelle città e che ha le sue radici nella sovraoccupazione, nel movimento migratorio di massa dalle campagne verso i centri industriali del Nord, nello sfruttamento ormai senza freno della forza-lavoro e che si era ingigantito sulla disciplina produttiva della Ricostruzione.

Un saggio del profitto al 400%

La Fiat era riuscita a far sì che nelle proprie officine bastassero una media di due ore di lavoro per riprodurre il valore della forza-lavoro: il saggio del plusvalore era del 400%. A questa situazione non era estranea l’inefficienza del sindacato più attento ai bisogni del P.C.I. che alle spinte della classe operaia. La necessità di modificare il sindacato, che non corrispondeva più alle necessità della situazione, era del resto uno dei temi ricorrenti degli anni sessanta, così come lo era quello della modificazione delle strutture politiche che sarà in parte attuato dal centrosinistra.

L’anno dei contratti si apre a Torino con due grandi scioperi alla Lancia e alla Michelin.

In essi accanto ai più anziani, quadri comunisti di fabbrica, entrano in scena con forza operai giovani, molti di recente immigrazione; in questi scioperi, inoltre, i cortei interni sfociano ben presto nelle strade torinesi, percorse in lungo e in largo da grosse manifestazioni durante i primi mesi del 1962. Già durante questi scioperi la Uil tenta accordi separati.

In campo anche la Fiat

Poi la lotta contrattuale si estende a tutte le fabbriche metalmeccaniche torinesi che iniziano gli scioperi; in centomila, il 13 giugno, mentre la Fiat ancora non si muove. E i suoi operai che si recano al lavoro “attraversano Torino in sciopero sui tram deserti”. Non per molto, perché il 19 giugno le avanguardie Fiat, dopo anni di immobilismo entrano in lotta.

E’ lo sciopero dei settemila: alla SPA Stura, alle Fonderie, alle Ausiliarie, alla Lingotto, all’Avio, e all’Aeronautica, alle Ferriere. Sulla sua spinta si moltiplicano dappertutto i picchetti operai e i cortei interni in tutte le sezioni della Fiat. Da questi movimenti scaturisce lo sciopero dei sessantamila della Fiat, il 23 giugno 1962.

Ora, tra tutti, sono 250mila gli operai in sciopero a Torino. Da questo grande continente di lotte sorgeranno le migliaia di dimostranti che, a ondate successive, dopo l’annuncio che la Uil ha firmato un accordo separato con la Fiat porteranno lo sciopero contrattuale in città e verranno ad alimentare per tre giorni consecutivi, il 7, 8, 9 luglio, la Rivolta di piazza Statuto.

La prima ondata di scioperi

Questi del 1962 costituiscono la prima grande ondata di scioperi operai dopo la Resistenza, ma anche, con piazza Statuto, la prima grande rivolta operaia dopo la Resistenza e la Ricostruzione, preceduta solo dal luglio 1960 di Genova che ebbe il carattere di una grande insurrezione popolare. Che cosa avvenne in piazza Statuto?

I sindacati dopo il successo del 23 giugno, indicono lo sciopero contrattuale per il 7, 8, 9 luglio in un clima frenetico da entrambe le parti: nel movimento operaio per la grande riuscita degli scioperi di giugno e perché, dopo anni di silenzio, una città intera si astiene dal lavoro; presso i padroni per ragioni opposte perché anche con grande energia essi tessono manovre per impedire che anni di dominio vincente vengano interrotti.

L’accordo separato

Il primo colpo lo dà la Fiat che la vigilia dello sciopero firma con la Uil e il Sida (sindacato giallo Fiat) un accordo separato che concede alcuni aumenti salariali ma niente su orario di lavoro, ritmi e tempi, revisione delle norme disciplinari. Poiché nelle precedenti elezioni di fabbrica la Uil e il Sida hanno ottenuto il 63% dei voti, gli strateghi di Valletta pensano che l’accordo separato farà crollare lo sciopero del 7 luglio.

Uno sciopero trionfale

Sabato mattina, invece, lo sciopero è totale e generale: una città intera si ferma. Verso la fine del pomeriggio cominciano a formarsi assembramenti intorno alla sede della Uil in piazza Statuto, dentro cui sono asserragliati i sindacalisti dell’accordo separato, presidiati dalla polizia. I primi ad arrivare e a fischiare, alcune centinaia, sono gli stessi operai aderenti alla Uil. Poi tutti, di tutti i sindacati, e di tutte le fabbriche. Molti gli operai giovani, quegli stessi che avevano tirato gli scioperi nelle fabbriche […].

Anche Pajetta gira a vuoto

Anche un dirigente prestigioso come Giancarlo Pajetta si aggirerà impotente, in quelle ore, nei paraggi di piazza Statuto.

A ogni ora che passa aumentano, diventano migliaia. Anche i poliziotti aumentano con l’arrivo del battaglione Padova della Celere, col suo corteo di jeep e gipponi, spostato a Torino in previsione dello sciopero contrattuale. Verso le 16 di sabato 7 luglio iniziano i caroselli della polizia, le sassaiole, gli scontri corpo a corpo, le manganellate, i fermi, i lacrimogeni. Più tardi, verso sera, un tentativo del segretario della Camera del lavoro di Torino di tirarsi dietro i propri aderenti per portarli via da lì non ha esito. Nessuno lo segue.

Scontri fino a notte

Intanto la notizia degli scontri si è diffusa nella città, molti che stavano lì fin dall’inizio sono corsi a chiamare altri che non c’erano, tutti tornano e dalle 18 tra strade e corsi che sboccano su piazza Statuto arrivano sempre più numerosi. Dalle 19 alle 4 di notte gli scontri non hanno praticamente sosta, sempre più violenti, con la polizia e i dimostranti che occupano alternativamente i luoghi nella piazza e attorno che avevano perso un momento prima.

La rivolta continua

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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