12.3.77, Francesco Piccioni: c’erano i br disarmati non le Br

Il 12 marzo 1977 in piazza a Roma a far danni non c’erano solo le strutture dell’Autonomia e degli altri gruppi ancora organizzati. Lo testimonia uno dei capi delle Brigate rosse romane, Francesco Piccioni. L’occasione è una ricerca di storia orale del professore Claudio Del Bello. Il prodotto è un bel libro, edito da Odradek, sul ’77: Una sparatoria tranquilla. Il futuro capo della colonna romana racconta che lui aveva fatto da nave scuola e da cicerone a un gruppo di compagni inesperti del suo quartiere che lo riconoscevano come leader. Così altri compagni dell’organizzazione, da lui incrociati durante gli scontri. Con i loro “boy scout” ma rigorosamente senza pistole. Confermando quanto raccontato da Luigi Rosati e Luciano Vasapollo in Centocellaros …
Francesco Piccioni
Il venerdì [11 marzo] li ho portati in giro a comprare tutto ciò che serviva per fare le molotov… il solito diserbante, l’acido, la benzina… La sera ci siamo chiusi in una sorta di casale in mezzo a un prato… a insegnare il procedimento… perché bisogna stare un po’ attenti altrimenti ci si fa male. Il giorno dopo siamo andati in piazza e ci siamo trovati, con questo gruppo di compagni tutto sommato inesperti, addirittura schiaffati a fare il primo cordone su via Nazionale, proprio dove si doveva partire per sfondare. Poi, per fortuna, si decise di scendere per via Cavour. A quel punto rifluimmo al lato del corteo e, quando gli scontri iniziarono a piazza del Gesù noi eravamo appena passati, quindi proseguimmo verso via Arenula…
Claudio Del Bello
– Chi decise di attaccare piazza del Gesù?… il lancio delle molotov?
Francesco Piccioni – Le voci del movimento di allora dicevano che avevano spinto per l’attacco settori di Lotta continua, in particolare quelli di Bologna, perché il compagno ucciso il giorno prima a Bologna era uno di loro. Lotta continua di Bologna… Ma bisognerebbe sentire compagni di Bologna di allora… Nella sostanza è però indifferente… Che ci sarebbero stati degli scontri, e che sarebbero scoppiati a piazza del Gesù lo sapevano tutti i 150.000 che stavano in piazza… Non c’era ombra di dubbio…
D – Allora, tu eri già passato con questo plotone di boy scout…
Francesco Piccioni – … e ci ritroviamo a via Arenula… in cui scoppia una sparatoria davanti al ministero di Grazia e giustizia… Cerco di portare in salvo i boy scout, con tutte le loro molotov addosso… perché da dentro il ministero sparavano alla grande… la strada è piccola, venti metri, c’era il rischio che ti acchiappavano…
D – Ricordo l’episodio… a piazza Cairoli, a cinquanta metri dal ministero, sentendo la sparatoria, passava la voce, ripresa da qualcuno con preoccupazione, ma da altri con sollievo: “Ci sono le B.R., ci sono i brigatisti… “. Tu escludi la circostanza, cioè che le B.R. avessero infiltrato il corteo?…
Francesco Piccioni – Brigatisti ce n’erano tanti, non c’erano le Brigate rosse! Riparlandone poi con tanti compagni conosciuti in seguito, c’erano stati diversi brigatisti che si portavano appresso, come me, 20, 30, 50 ragazzotti… Grosso modo avevano fatto tutti le stesse cose… Quindi, nella sparatoria al ministero di Grazia e giustizia non c’era nessuno dei nostri… Insomma, ricordo diversi compagni che avevano le armi e che nelle Brigate rosse non sono entrati né allora né dopo…
D – Questa testimonianza è importante perché nega l’equazione armi = B.R., ma soprattutto nega l’altra non-armi = tutti gli altri… C’è una situazione più variegata: armi sì, armi sì-no, armi no-sì, armi no…
Francesco Piccioni – Brigatisti armati in piazza, come linea delle Brigate rosse, non ci sono mai stati. La direzione della colonna romana non ha mai ordinato a nessuno di andare armato in piazza. Se per caso qualcuno c’è andato, o non era ancora brigatista, oppure ha preso un’iniziativa individuale, però non mi risulta… Anch’io avevo la molotov, perché era uno strumento che poteva salvare un pezzo di corteo e se stessi in una certa situazione… Però, sicuramente, armi da fuoco no!
Anche perché la situazione in cui venne fatta la sparatoria sotto il ministero di Grazia e giustizia – abbastanza tipica delle sparatorie di quell’anno a Roma – avviene in mezzo a un pezzo di corteo nutrito… Il pezzo di corteo in cui ci trovavamo, era pur sempre di 10-20.000 persone, anche “bambini”, cioè tra i 15 e i 20 anni, alle prime uscite; il rischio di esporre questa massa al fuoco dell’avversario, del nemico, era troppo alto. Dal nostro punto di vista, non ti potevi permettere di usare lì le armi; chi lo faceva, per noi era un irresponsabile.
Tutt’altra cosa l’armeria, più avanti, sul lungotevere, cui venne dato l’assalto… Venne portato via tutto quanto… e anche in quel caso ci si schierava a difesa di chi stava dentro a prendersi la roba. Aspettiamo che tutti facciano, e ce ne andiamo. Era già cominciato prima che noi arrivassimo… brigatisticamente, invece di fiondarci nell’armeria, in cui avremmo raccapezzato poco o nulla, per quelle che erano le esigenze dell’organizzazione, noi ci preoccupiamo di schierarci a difesa. Canne da pesca, pistole, fucili, eccetera. Poi la gente defluisce, e anche noi ce ne andiamo perché l’appuntamento era dalle parti di piazza del Popolo. Gli scontri erano in corso, era stata messa la bomba…
D – Quale bomba?
Francesco Piccioni – Alla Regione Lazio dei carabinieri… noi eravamo schierati su via del Corso, a fronteggiare i carabinieri… Finito il corteo ce ne torniamo a casa. Il 12 marzo torniamo a casa, tutti, e senza aver tirato una molotov… non c’era stato motivo… C’erano gruppi di ragazzotti, o disorganizzati, o legati alle frange più strane del movimento romano, che distruggevano le vetrine dei negozi, o le macchine più grosse parcheggiate, mentre quelli diretti da brigatisti tornavano a casa come erano partiti. Per aver seguito durante tutto il corteo una linea di comportamento che era quella di accettare comunque lo scontro, ma in difesa del corteo; e non cercare lo scontro per “sentirsi grandi”.
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