Giangiacomo Feltrinelli diventa clandestino dopo piazza Fontana

Nel post precedente, per lo speciale in occasione della sua morte (Segrate, 14 marzo 1972), abbia raccontato la fuga dall’Italia di Giangiacomo Feltrinelli, a Capodanno 1970. Il giorno che segna il suo passaggio effettivo alla clandestinità. Sempre attingendo al prezioso lavoro di Aldo Grandi, Gli ultimi giorni di Giangiacomo Feltrinelli, qui raccontiamo l’antefatto
Le indagini su Piazza Fontana
Era prevedibile che all’indomani di Piazza Fontana le indagini coinvolgessero anche Feltrinelli. Non sapendo bene dove andare a parare, come in seguito avrebbe spiegato l’allora responsabile dell’ufficio politico della questura Antonino Allegra, si decise di procedere alla perquisizione dell’abitazione di Feltrinelli in via Andegari. Alla luce di ciò che era avvenuto nei mesi precedenti, alla polizia apparve naturale seguire anche quella pista, ma così non era per Feltrinelli.
Il 14 dicembre Allegra chiese al giudice Ugo Paolillo l’autorizzazione per procedere alla perquisizione domiciliare e della casa editrice. «Poiché in occasione di precedenti attentati compiuti da elementi anarchici» scriveva il dirigente della questura «copia di volantini lasciati da essi sul luogo del reato veniva inviata a Feltrinelli Giangiacomo, si ha motivo di ritenere che nella sua abitazione e nei locali della casa editrice si trovino cose pertinenti alla strage». Era evidente la volontà di sparare nel mucchio nelle ore e nei giorni immediatamente successivi alla strage, quantomeno per fornire al ministero e alla stampa qualcosa e qualcuno su cui gettarsi. Paolillo, tuttavia, respinse la richiesta. A suo avviso non sussistevano i presupposti.
Il due di picche con Moscatelli
La bomba costrinse Feltrinelli a rivedere le proprie convinzioni e suscitò nuovamente in lui la certezza che era arrivato il momento tanto atteso e allo stesso tempo tanto temuto. Varcata la frontiera italiana, prima raggiunse l’ex comandante partigiano Cino Moscatelli, al quale cercò di spiegare la drammaticità del momento e di convincerlo a seguirlo sulle sue posizioni e sulla necessità di rifugiarsi in montagna per resistere all’offensiva neofascista. Moscatelli, tuttavia, restò titubante e tantomeno aveva voglia di abbandonare il Partito comunista italiano. Ascoltò l’editore, poi però lo accompagnò alla porta.
La solidarietà di Lazagna
Amareggiato, ma tutt’altro che sconfitto, Feltrinelli scese a Genova dalla Val d’Ossola dove stava Moscatelli, e andò a casa di Giambattista Lazagna:
«Due o tre giorni dopo Piazza Fontana Feltrinelli suonò alla mia porta a Genova, stralunato, quasi intimidito, e mi spiegò che aveva saputo dalla radio della strage mentre si trovava in Carinzia e che la notizia lo aveva sconvolto come il segnale della guerra civile. Era passato da Cino Moscatelli, partigiano, il quale gli aveva detto che non sapeva niente e che quindi lo aveva allontanato. Aveva proseguito fino a Genova. Si può dire che era venuto da me perché Moscatelli lo aveva mandato via.
Lo ospitai come un amico e dal dicembre del 1969 Feltrinelli visse in casa mia fino a quando io rimasi in Liguria; o meglio, faceva capo a casa mia mentre viaggiava in Italia e all’estero. Non sapevo esattamente dove andasse, lo intuivo soltanto. Era un uomo molto riservato su queste cose e invece raccontava a noi, a me ma soprattutto a mia moglie, delle sue vicende private. L’auto su cui aveva viaggiato fino a casa mia era stata noleggiata alla Hertz di Vienna. Mi chiese di ospitarlo e di consegnare la vettura alla filiale Hertz di Nizza per non far vedere che era stato in Italia».
Il cupo messaggio di Pinelli
Furono giorni travagliati, angosciati e angoscianti non soltanto per Feltrinelli ma per tutto il paese, che sembrò trovarsi davvero sull’orlo del precipizio. La morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, «volato» giù dai piani alti della Questura di Milano nella notte tra il 15 e il 16 dicembre durante un interrogatorio, aumentò il clima di paura e di rabbia, la convinzione ormai generalizzata che le istituzioni democratiche fossero davvero in pericolo e che da un momento all’altro potesse scoppiare il finimondo. Feltrinelli restò profondamente turbato dalla morte di Pinelli e il tragico episodio contribuì ad accrescere in lui la sensazione di poter essere, se trovato e sottoposto a interrogatorio, in pericolo di morte.
I giorni passarono inquieti. I giornalisti lo cercavano, la polizia anche, la magistratura pure. Amati lo aveva fatto iscrivere dall’ufficio passaporti della Questura di Milano nella rubrica di frontiera, affinché venissero adottati i provvedimenti di divieto di espatrio e ritiro del passaporto. A casa Lazagna il tempo scorreva interminabile. Da Roma riuscì a mettersi in contatto con lui Nanni Balestrini, suo autore e fondatore del Gruppo 63.
La decisione della fuga
L’atmosfera, gli disse Feltrinelli, era diventata irrespirabile, si voleva a tutti i costi metterlo alla gogna. L’editore non aveva più alcuna fiducia né nella magistratura, né nella libera stampa. Anzi, il cancan dei vari giornali nei suoi confronti aveva dimostrato l’esistenza di un disegno ben più ampio di quanto credesse, finalizzato a mettere a tacere non soltanto lui, ma anche la sua stessa creatura editoriale.
Dovevano fargli scontare l’essersi schierato dalla parte dei più deboli e contro la classe dominante, dalla parte degli operai e dei contadini, degli emigranti, dei popoli che lottavano per la loro indipendenza. Confessò all’amico l’intenzione di abbandonare il territorio italiano e darsi definitivamente alla clandestinità. Quindi era necessario passare la frontiera. Si poteva contattare qualcuno che provvedesse alla bisogna?
Balestrini e la rete amica di Potop
Balestrini, insospettabile, era in contatto con Oreste Scalzone e Franco Piperno ed entrambi lo erano con Toni Negri. Quest’ultimo conosceva alcuni militanti di Como che avevano agganci con la Svizzera e con il mondo dei contrabbandieri, alcuni dei quali non disdegnavano rapporti con il gruppo operaista, anzi erano entrati a farne parte in maniera più o meno esplicita grazie alla presenza di un giovane militante che, a Como, era nato e cresciuto: Francesco Bellosi, per tutti Cecco, per Feltrinelli Cocco Bill. Era stato proprio l’editore ad appioppargli quel nomignolo che fu rinvenuto scritto sull’agendina di Feltrinelli, dove risultava che avesse avuto con lui un appuntamento la mattina stessa della scomparsa a Segrate.
Il triangolo, per così dire, è allacciato: Roma, Genova, Milano. Era il 30 dicembre 1969. Balestrini parlava telefonicamente con Feltrinelli, con Lazagna e con Scalzone. Fu fissato un appuntamento a Genova e Scalzone partì dal capoluogo lombardo insieme a Carlo Fioroni, ma arrivarono in ritardo e l’incontro saltò. Il contatto fu subito ristabilito grazie sempre a Balestrini, infaticabile intermediario al quale nessuno pensò mai, né durante né dopo l’inchiesta del sostituto procuratore Viola.
La testimonianza di Fioroni
Anni dopo, nel 1979, Fioroni, pentito e personaggio sul quale si addensarono le critiche e le accuse anche feroci degli ex compagni, rivelò cosa accadde in quei due giorni: «Avevo conosciuto Feltrinelli alla fine del 1969. Si era al 30 dicembre quando Scalzone mi disse che bisognava assolutamente essere a Genova entro due ore, perché c’era un appuntamento importante. Partimmo da Milano in macchina, ma giungemmo all’appuntamento in ritardo.
Tramite una serie di telefonate effettuate da Scalzone a Nanni Balestrini e da questo a Scalzone (Balestrini stava a Roma) si ristabilì il contatto per l’appuntamento. Scalzone mi incaricò di partire immediatamente per Milano e di trovare una casa “coperta” dove poteva trovare ricetto una persona che doveva espatriare in Svizzera. Raggiunsi così Milano e nel pomeriggio del 31 dicembre, in un certo luogo, giunsero Scalzone e un uomo vestito sportivamente da sciatore, senza baffi. In un primo momento non lo riconobbi per Feltrinelli, dato che precedentemente lo avevo intravisto a manifestazioni elegantemente vestito.
Non trovai un appartamento per Feltrinelli, il quale pernottò a casa mia. Fui incaricato di trovare un canale per l’espatrio. Mi recai a Sangiano e parlai con il segretario della locale sezione Pci. Gli chiesi se poteva aiutarmi a fare espatriare una persona. Lui ribatté chiedendomi per quale motivo e così non se ne fece nulla. Nel frattempo Negri e Daghini [Giairo, nda] si recarono a Como, contattarono un ex contrabbandiere e stabilirono il canale che fu poi usato da Feltrinelli per il suo espatrio».
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