Cecco Bellosi: così portai Giangiacomo Feltrinelli in Svizzera
Continua il lavoro di riassetto del blog. La morte di Giangiacomo Feltrinelli è un’altra occasione di “grande evento” da arricchire di materiali nuovi. Ho deciso perciò di partire da una testimonianza di Cecco Bellosi, per l’editore “Cocco Bill“, che lo portò in Svizzera il Capodanno del 1970 e poi divenne il suo più stretto contatto in Potere operaio. Tanto che, nell’inverno ’72, quando Feltrinelli propone la fusione tra le due reti militanti, potrà contare sull’appoggio di Bellosi e Valerio Morucci. Saranno i leader politici, Franco Piperno e Oreste Scalzone a tirare il freno.
Il testo “saccheggiato” è quello di Aldo Grandi su “Gli ultimi giorni di Giangiacomo Feltrinelli“. Seguiranno in giornata, al più tardi domattina (alle 18 c’è la partita del Napoli…) altri due testi connessi.
Il primo sulla decisione dell’editore di fuggire dall’Italia dopo la strage di piazza Fontana. E qui Aldo Grandi sottolinea un fatto che contraddice la vulgata. E’ diffusa la tesi che Feltrinelli abbia portato in dote alle Brigate rosse la rete dei partigiani secchiani. Tanto che qualcuno si è spinto a indicarli come quarta matrice (oltre a Trento, Reggio Emilia e il CPM di Milano). Qui invece si sottolinea che il loro leader, Cino Moscatelli lo avrebbe scaricato a Giambattista Lazagna… Il secondo è lo scambio epistolare tra Feltrinelli e Piperno che attesta e spiega perché alla fine il rapporto tra l’editore e Potop non andò oltre la solidarietà militante e il corteggiamento … Applicando il nuovo modello grafico, prima del testo, pubblico l’elenco dei link
- La scelta della clandestinità dopo piazza Fontana
- La provocazione di Federico Umberto D’Amato
- Feltrinelli e la vendetta per il Che
- La morte di Tavecchio
- La tragedia di Segrate
- I funerali
- La testimonianza di Scalzone – Gli incroci di Oreste
- Il ricordo di Curcio
- Parla l’artificiere dei Gap
- Incredibile dictu: l’omaggio di Saviano
Già non eravamo innocenti
Molto più ricco di particolari il racconto che Cecco Bellosi, alias Cocco Bill, mi fece molti anni dopo, confidando e confessando che sarebbe troppo semplice attribuire alla strage di piazza Fontana tutte le colpe di ciò che accadde in seguito: «No, i nostri eskimi non erano innocenti prima di Piazza Fontana. Troppo facile e autoassolutorio attribuire alla strage la nostra torsione verso la violenza e le armi. La ricerca era già in atto. Piazza Fontana fu però il corto circuito che accelerò la corsa in maniera vorticosa.
I preparativi antigolpe di Potop
«Nei giorni successivi a Piazza Fontana venni convocato dai vertici di Potere operaio. Dicevano della possibilità di spostare in Svizzera redazione e stampa del giornale: sapendo delle mie conoscenze nel mondo dei contrabbandieri, non volevano trovarsi impreparati di fronte alla necessità dell’espatrio. Questo era il clima, per nulla paranoico. Un’unica marea nera lambiva le coste di Portogallo, Spagna e Grecia; in Francia la svolta gollista si presentava come autoritaria; in Turchia agiva un regime militare. Nello scacchiere mediterraneo solo l’Italia non risultava ancora allineata a quell’aria pesante. Ma sembrava solo questione di tempo.
L’espatrio di Capodanno
«Il 30 dicembre mi chiamarono: un compagno doveva essere portato in Svizzera, ma non immaginavo minimamente chi potesse essere. La cosa si fece il primo dell’anno, di pomeriggio. Arrivarono al cimitero di Muronico, il primo paesino della Val d’Intelvi, alcuni dirigenti di Potere operaio con un personaggio bardato come uno sciatore d’epoca e il passamontagna calato sulla fronte. Mi sembravano tutti nervosi. Noi eravamo in tre: io, il Cinto, un capo contrabbandiere mio amico che conosceva bene tutti i passaggi in Svizzera, e un altro compagno.
Nei giorni precedenti avevamo deciso per un tragitto piuttosto facile, ma la neve caduta proprio in quelle ore ci costrinse a cambiare percorso. Saremmo passati da Lanzo, aggirando la dogana e scendendo in Val Mara. Lì avremmo trovato gli altri, entrati senza problemi da Chiasso. In Val Mara, oltre alla dogana svizzera, c’erano soltanto un benzinaio e un’osteria. Dentro il locale, ormai al sicuro, davanti a una buona grappa ticinese, la persona che avevamo accompagnato si tolse il passamontagna. Ci salutammo alla stazione di Mendrisio, dove prese un treno per Zurigo. Sorridendomi mi disse: “Ci rivedremo presto”. Era Giangiacomo Feltrinelli».
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