2 maggio 1980: il colpo alla nuca dell’architetto Lenci
Venerdì 2 maggio 1980: siamo nel pieno degli anni di piombo e quattro militanti di Prima Linea irrompono nello studio di Sergio Lenci. Architetto napoletano trapiantato a Roma, è specializzato in edilizia carceraria. Tra le poche opere civili progettate l’ospedale di Potenza e il quartiere Zen di Palermo. Gli mettono un cerotto sulla bocca, lo trascinano in bagno, lo spingono sul pavimento tra il water e il lavandino e gli sparano un colpo mortale. Una pallottola sola, calibro nove, dritta alla nuca. Ma Lenci miracolosamente sopravvive.
Un incontro per capire
Con la pallottola per sempre conficcata nella testa che lo condannerà a feroci, inguaribili emicranie e con un grande desiderio. Capire il perché del terrorismo e il senso, se esiste, della violenza quale forma di lotta. Queste domande animeranno le sue memorie ma non troveranno risposta neppure negli incontri in carcere con Giulia Borelli, unica donna del commando. La vicenda ispirerà (molto liberamente) il film di Mimmo Calopresti “La seconda volta“.
La testimonianza di Lenci
Degli incontri e degli scambi epistolari che ho avuto con i terroristi quello che mi ha più colpito è senza dubbio quello con Giulia Borelli. Giulia Borelli è la donna che ha fatto parte del gruppo dei quattro che è penetrato nel mio studio per uccidermi. È anche un membro del Comando nazionale di Prima linea. Quindi è una persona che dovrebbe sapere. Non una gregaria insofferente dei comandi, ma una comandante.
Lo scambio epistolare con Borrelli
Con lei nel 1986 ho avuto uno scambio di lettere, sempre introdotto da padre Bachelet. Trascrivo le lettere (vedi cap. IX), perché mi sembrano documenti importanti, al di là delle nostre due persone, per conoscere il nostro tempo rispecchiato in questo microavvenimento. Trascrivo anche le mie risposte. Dopo lunga preparazione, la mia visita al carcere di Bergamo (dove appunto era detenuta la Borelli) fu fissata per l’8 novembre (1986). Partimmo in treno da Roma, padre Bachelet e io, alla volta di Milano. Da lì avremmo proseguito in auto per Bergamo.
Quel viaggio in treno
Un viaggio piacevole in una bella e fredda giornata di fine autunno. Lettura e conversazione durante il viaggio. Viaggiare in treno mi è sempre piaciuto molto perché, oltre ad essere ormai molto confortevole per lo standard di rifiniture delle vetture e per la tecnologia avanzata del trasporto su rotaia, che riduce di molto il rumore e i sobbalzi, rappresenta una pausa per riflettere e inseguire ricordi e sensazioni facilmente evocati dal paesaggio in continuo movimento. Il paesaggio è sempre bellissimo, anche se non sempre armonico, perché svolge il tema della vita e dello spazio in una continuità di cose diverse che diventano una melodia.
In quel viaggio pensai molto all’incontro che stavo per avere. Ricordavo vividamente la piccola ragazza, resa grassottella dal giubbotto antiproiettile che indossava sotto il vestito, con un cappello di maglia calato sugli occhi che, peraltro, spuntavano fuori neri, grandi e vivi. La presenza di una donna tra i miei assalitori aveva reso l’aggressione ancora più allucinante.
Le mie aspettative sulle donne
Una donna, anche se non la conosci e non l’hai mai vista, nel momento che ti manifesta un rifiuto cosi totale da volerti uccidere ti ferisce due volte rispetto all’uomo. In fondo la donna – sia essa madre, moglie, amante – per un uomo è sempre oggetto di dialogo, di scambio, di potenziale desiderio di integrazione. E anche quando, come normalmente avviene, non c’è alcun rapporto di questo tipo, rimane il rapporto ipotetico, potenziale che interferisce nel migliorare i reciproci comportamenti anche nel più effimero contatto, per quanto insignificante e casuale possa essere.
Una donna che ti voglia uccidere per una ragione personale conosciuta da entrambi può dispiacere, ma la ragione stessa è la storia del rapporto e quindi, entro certi limiti, giustifica, placa. Una sconosciuta che ti vuole uccidere non si sa perché e senza nemmeno rivolgerti la parola, nell’inconscio della vittima, per lo meno nel mio, offende l’uomo più di quanto non facciano gli altri aggressori maschi. Dai maschi te l’aspetti, in un certo senso, e sei più pronto a introitare anche l’incomprensibile. A una donna sembra sempre possibile spiegare. LEGGI TUTTO
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