8 settembre 1974: Gallinari racconta la cattura di Curcio e Franceschini

Del fatto mi informa il bicio mentre sono a pranzo in trattoria. La cucina della casa nella quale abitiamo non è ancora sistemata e così mangiamo quasi sempre panini, permettendoci talvolta l’uscita in trattoria. È il caso di quel giorno. Il Bicio è già andato a mangiare. A lui non piacciono gli orari della capitale, con i pranzi alle due del pomeriggio. Legato alle abitudini operaie del Nord, va regolarmente a importunare i placidi camerieri romani perché gli servano da mangiare intorno a mezzogiorno. A volte ci riesce, come questa volta: 8 settembre 1974.

Al suo rientro a casa, esco io. Il menù è allettante: spaghetti con le vongole. Ho iniziato a mangiare da poco quando vedo Bicio entrare trafelato. Il telegiornale ha appena dato la notizia della cattura di Renato e Alberto. I carabinieri del generale Dalla Chiesa li hanno bloccati in automobile e disarmati dopo una violenta colluttazione. Si chiude lì la prima esperienza della discesa a Roma dell’organizzazione.

Un rendez-vous non programmato

La base feriale in Romagna è l’unica nella quale, per una ragione o per l’altra, buona parte dei compagni regolari delle varie colonne è passata. È istintivo reputarla il posto adatto per incontrarsi al volo e cercare di capire cosa è successo. Così la pensiamo in parecchi, con tutti i rischi del caso. Solo Mara e i compagni che sono con lei a Torino decidono giustamente di non spostarsi e di attendere con calma lo sviluppo degli eventi.

Ci avviciniamo alla casa delle “vacanze” con i nervi tesi al massimo. La circospezione è la prima regola della vita clandestina, ma in quel caso è davvero tutto possibile e mentre io, con il cane della pistola alzato, faccio ingresso nell’appartamento, il Bicio garantisce la copertura con il mitra. Appena entrato si accendono le luci e mi trovo circondato da diversi compagni con le armi in pugno. Alcuni li conosco, altri li vedo adesso per la prima volta. Il tutto si conclude con forti abbracci… ma poteva anche andare diversamente.

La dinamica è evidente

La meccanica dell’arresto dei nostri due compagni è del resto sempre più chiara. La ricostruzione dei movimenti avvenuti in quei giorni, e dello svolgersi delle cose, non lascia dubbi di sorta. Siamo caduti in una trappola. Il nome altisonante di Frate Girotto o Padre Leone o (come volgarmente urlato dai giornali) Frate Mitra, ci aveva fottuti come degli allocchi.

Silvano Girotto, Frate Mitra, Padre Leone, individuo con vari soprannomi. Come scrive Giorgio Bocca, “È stato studente, ladro, rapinatore, detenuto, legionario in Algeria, disertore, ribelle con gli algerini, di nuovo detenuto, frate francescano e predicatore nella zona del lago d’Orta, missionario in America Latina, guerrigliero, agente provocatore” (G. Bocca, Gli anni del terrorismo. Storia della violenza politica in Italia dal ’70 ad oggi, Milano 1989, p. 120)

Una grave violazione delle regole

Eravamo venuti meno ai criteri di base che l’organizzazione stessa si era data per regolare i rapporti con l’esterno e la costruzione delle strutture clandestine. Presentato da giornali e riviste di destra e di sinistra come “il frate guerrigliero”, cerca contatti con le Brigate Rosse fino a provocare l’arresto di Renato Curcio e Alberto Franceschini. Due massimi dirigenti dell’organizzazione erano andati insieme a incontrare un contatto che non era nemmeno un candidato alla militanza e il cui unico pregio consisteva nelle ripetute comparsate sulla stampa di destra in qualità di eroe della guerriglia latino-americana.

Anche la soffiata arrivata all’ultimo momento da un nostro contatto torinese si era rivelata maledettamente inutile. I tentativi affannosi di precedere i carabinieri di Dalla Chiesa erano risultati vani per un sovrapporsi di circostanze legate alle norme della clandestinità. I compagni impegnati nel salvataggio in extremis si erano dannati l’anima un’intera notte e il mattino successivo, ma il risultato finale era stato quello di trovarsi impotenti, nelle immediate vicinanze della zona dell’operazione, quasi a osservare in diretta l’arresto di Alberto e Renato. In ogni caso, l’errore stava a monte.

Quell’ingenuità alimenterà i complottisti

Lì, nella casa della riviera romagnola, ci è chiarissimo che è stata commessa una grave ingenuità, di quelle che la controrivoluzione non perdona a un gruppo clandestino impegnato nella lotta armata. Il danno politico e organizzativo è oltretutto incalcolabile: sono caduti due dei massimi dirigenti dell’organizzazione. Negli anni a venire si ricamerà a lungo sugli arresti di Pinerolo, eleggendoli a prova del nove di quella dietrologia complottarda alimentata da chi ha cercato di infangare e stravolgere la storia delle Brigate Rosse. Ma è un problema del poi.

Intanto, il compito che abbiamo di fronte è quello di serrare le fila, cercando di mantenere l’iniziativa politica nelle realtà nelle quali siamo già strutturati e presenti. Ciò significa lasciare Roma, e rafforzare il radicamento nei “nostri” poli operai: Torino, Milano, Marghera e Genova. La Direzione decide fra l’altro il mio trasferimento a Torino.

Prospero Gallinari/Un contadino nella metropoli

Per approfondire

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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