10 febbraio 1978: l’omicidio del notaio Spighi e il supposto br Mortati

Il 10 febbraio 1978 un gruppo di giovani fece irruzione nello studio di Prato del notaio Gianfranco Spighi. Quando il notaio intimò ai giovani di uscire, uno di essi gli sparò, uccidendolo. Dopo alcuni giorni uno degli autori del fatto fu identificato. Il giovanissimo autonomo pratese Elfino Mortati si rese latitante. L’attentato fu rivendicato da un gruppo denominatosi Lotta armata per il comunismo. In esso si sostenne che l’omicidio del notaio era stato un «incidente sul lavoro». Spighi era sposato e non aveva figli. Un anno dopo la vedova, vinta dal dolore, si tolse la vita.

Dopo mesi di latitanza fu catturato a Pavia Mortati, un diciottenne veneto di origini sarde, militante dell’Autonomia pratese. Durante gli interrogatori si rifiutò di fare il nome dei suoi complici. Affermò di non aver sparato. Mortati dichiarò anche di essere stato in contatto, durante i 5 mesi di latitanza romana, con elementi legati alle Br durante il sequestro Moro, in covi situati nella zona del Ghetto. Le sue rivelazioni ai giudici Imposimato e Priore non ebbero effetto nella ricerca del luogo di prigionia di Moro. Un pentimento ondivago e inconcludente. Al suo processo, che vide alla sbarra 19 imputati, tra cui un comandante partigiano, gli unici altri condannati furono coloro che gli avevano fornito materiale assistenza.

Il pm Chelazzi in Commissione Stragi

Ad ogni modo sulle rivelazioni di Mortati e sulla sua totale estraneità alle Br pone una pietra tombale il pm antiterrorismo di Firenze Gabriele Chelazzi. L’occasione è una lunga audizione nella Commissione Stragi del 7 giugno 2000 (all’epoca era vice di Vigna alla Direzione nazionale Antimafia)

A me non risulta assolutamente che Elfino Mortati abbia fatto parte delle Brigate rosse. Assolutamente. Elfino Mortati si è reso responsabile dell’omicidio che sappiamo. Aveva 18 anni e qualche mese quando compie l’omicidio. Trascorre cinque mesi scarsi di latitanza e lo arrestano il 4 luglio 1978 a Pavia. E’ vero che ha con sé un foglietto con su scritto Brigate rosse e la falce e martello. Sarebbe il primo brigatista che viaggia non con un documento di identità falso, che non aveva (Elfino Mortati in quell’occasione era senza documenti), ma con una stilizzazione a dir poco inconsueta. Io non ho mai visto documenti delle Brigate rosse con la sigla Brigate rosse e poi la falce e martello.

“Nessun collaboratore riconosce in Mortati un brigatista”

Dei tanti collaboratori che abbiamo avuto in ambito BR locale e nazionale, nessuno ha mai gratificato Elfino Mortati di appartenenza alle Brigate rosse, anzi, c’è chi l’ha escluso recisamente: Savasta, in un interrogatorio condotto dal pubblico ministero di Firenze. Personalmente so qualche cosa della figura di Mortati: nasce nell’ambito di un collettivo, ma nello stesso giorno in cui raggiunge la maggiore età stava per finire la sua esperienza politica e stava per inguaiarsi nella storia dell’omicidio del notaio Spighi.

Nasce in un contesto molto particolare, ma senza alcuna caratterizzazione nel senso vero del termine. E poi l’azione da lui condotta… io non credo che Mortati abbia mai detto di essere brigatista, che è altro rispetto ai documenti che può aver firmato durante la detenzione. Mortati ha trascorso un lungo periodo di detenzione a Trani, insieme ad altri irriducibili. Che abbia firmato documenti BR durante la detenzione è un conto, che sia stato brigatista a 18 anni è altro, e io personalmente lo escludo. Il comitato all’epoca si muoveva a livello di quelle azioni militari che io definisco di “opzione di secondo profilo” e nello stesso tempo mette una pistola in mano ad un ragazzo che ha poco più di 18 anni per mandarlo a fare una rapina nello studio di un notaio, nel corso della quale questo avventatamente spara addosso al notaio?

L’unica azione militare contro la persona che il comitato aveva progettato, il comitato che esce di scena nei suoi vertici il 19 dicembre del 1978, è la gambizzazione di un uomo politico fiorentino, un esponente della locale Democrazia Cristiana, Giovanni Pallanti. Non c’è mai stata alcuna altra azione militare, che avesse come obiettivo una persona, che sia stata progettata dal comitato rivoluzionario toscano. (…)

Perché lo hanno preso tanto sul serio sul covo nel Ghetto?

TARADASH. Per tornare ad Elfino Mortati, perché è stato preso così sul serio dai magistrati di Roma che gli hanno creduto quando ha detto che durante il sequestro Moro poteva esserci un covo delle Brigate rosse nel Ghetto, tanto che è stata fatta con lo stesso Mortati una ricognizione al Ghetto e si è aperta anche la pista del Mossad e tanti altri aspetti di cui stiamo ancora discutendo?

CHELAZZISia ben chiaro che non è per scansare la domanda, ma io credo di poter dare una sola risposta: questa embrionale collaborazione di Mortati, se non sbaglio, è di poco successiva al suo arresto. Siamo ancora nei mesi estivi del 1978, quando cioè delle Brigate rosse, quelle toscane ma non solo, nessuno ha praticamente ancora scritto una pagina, passato il momento degli anni 1975-1976. Non voglio dire che i colleghi abbiano commesso un errore di valutazione ma è certo che, se a distanza di tempo avessero interpellato una serie di brigatisti (io un nome l’ho fatto: Antonio Savasta) per sapere se Mortati aveva mai avuto niente a che fare con le Brigate rosse, probabilmente avrebbero ottenuto la risposta che ho avuto io, ossia che Mortati con le Brigate rosse non aveva alcun rapporto.

TARADASH. Il problema è che ancora recentemente ci hanno detto che questo Mortati era un teste attendibile. Se ne è riparlato in Commissione poche settimane fa.

CHELAZZI. Io parlo sulla base di quello che so. So di aver chiesto ad Antonio Savasta, se non mi sbaglio il 3 marzo 1982: “La figura di Elfino Mortati rappresenta qualcosa nella vicenda brigatista nel suo complesso?”. Savasta, che aveva presente la persona, mi ha chiesto: “Ma chi è, quel giovane che ammazzò il notaio?”. “Sì, si tratta esattamente di lui”. “Quello con le Brigate rosse non ha niente a che fare”.

“Ma Mortati parla dei posti dove ha dormito lui, non Moro”

PRESIDENTE. Il problema non è quello del ruolo che Mortati poteva avere nelle Brigate rosse, se facesse o no parte dell’organizzazione. Il problema è sapere se Mortati nella latitanza, dopo l’uccisione del notaio, stando a Roma era venuto a sapere qualcosa che poteva riguardare il sequestro Moro. Ciò che insospettisce è la rivelazione su “La Nazione” di questa sua collaborazione, fatta da Guido Paglia.

CHELAZZI. L’ho letto. Ho conosciuto Elfino Mortati soltanto nel periodo in cui la legge sulla dissociazione dava tempo ai detenuti e ai condannati di fare certe dichiarazioni e di adempiere a certe formalità per fruire dei benefici previsti. Pertanto non ho avuto un contatto diretto con la vicenda giudiziaria di Mortati, della quale conosco qualche dato grossolano. Con la persona di Mortati ho avuto un rapporto allorché non solo io, ma noi pubblici ministeri andavamo di carcere in carcere a raccogliere le dichiarazioni di dissociazione perché molti furono quelli che non si fecero scappare la scadenza del termine di legge. Ho letto dagli atti della Commissione che si è registrata una fuga di notizie, ma non ne avevo ricordo.

Non dubito che sia andata così, che ci sia stata una fuga di notizie, però mi pare di ricordare che le indicazioni dei luoghi dove aveva condotto la sua latitanza – a me non pare che avesse mai parlato di prigione di Moro, ma di luoghi dove lui aveva condotto la sua latitanza – non so se in forma più compiuta o più grossolana Mortati le abbia date anche al giudice istruttore del suo processo (parlo del processo per l’omicidio) e soprattutto del processo per “una specie” di reato di associazione ex articolo 270 del codice penale che fu istruito nei confronti di Mortati e di un numero piuttosto cospicuo di persone che venivano dall’autonomia pratese e soprattutto dall’autonomia fiorentina, dei quali ricordo alcuni nomi.

Non ho più ritrovato uno di quelli che appartenevano alla “nebulosa Mortati” nella storia delle Brigate rosse della Toscana. Comunque – ripeto – Mortati dette alcune indicazioni su come aveva trascorso la latitanza anche al giudice istruttore del suo processo che, sempre che io non sbagli, mi pare sia stato il dottor Tricomi (erano due o tre i giudici istruttori di Firenze che si occupavano di terrorismo).

Dal riscatto cristiano al traffico di droga

A ogni modo Mortati scontò 16 anni di carcere. Qui intraprese studi che lo portarono alla laurea in teologia e ad accostarsi al cattolicesimo in un percorso descritto in un’autobiografia edita nel 1989. Dopo aver ottenuto la scarcerazione anticipata entrò nell’ambiente cattolico pratese e partecipo anche al Meeting di Rimini del 1989. Nel 1994 fu arrestato per traffico di droga. Nel 2004 su arrestato per traffici di droga e armi con la ‘ndrangheta.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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