Horst Fantazzini, un uomo libero e indomito

Oggi pongo rimedio a uno dei “buchi” più clamorosi dell’Alter-Ugo. Ho scoperto soltanto ieri che mancava del tutto un post dedicato a Horst Fantazzini, l’espropriatore anarchico morto in carcere nel dicembre 2001, pochi giorni dopo l’ultimo arresto. Una figura esemplare di una avanguardia proletaria che ha concretamente applicato l’aforisma brechtiano sulla fondazione delle banche. Per ricostruirne la figura c’è molto materiale in rete. Chi ne ha voglia lo troverà facilmente: come scheda biografica decisamente più ricca quella di Anarcopedia rispetto a Wiki. Io vi segnalo il testo più ricco, quello di ecn.org, da cui ho tratto il “coccodrillo” pubblicato all’epoca da Umanità nova in morte di Horst Fantazzini. A seguire la prefazione di Franca Ongaro Basaglia al suo testo autobiografico “Oramai è fatta“, in cui Horst Fantazzini ricostruiva la fallita evasione da Fossano nel luglio 1973. Il testo fu edito da Bertani nel 1975

Quella volta per la prima volta usò una pistola, ferendo tre agenti ed uscendo maciullato dalla reazione poliziesca. Cominciò allora una lunghissima detenzione ininterrotta (16 anni) che lo vide protagonista delle lotte e delle rivolte dei prigionieri. Dal volume fu tratto 25 anni dopo il film omonimo, con protagonista un giovane Stefano Accorsi, che non aveva ceduto ancora a certe leziosità…
Tocca ringraziare Raiplay per avere reso visibile il film gratuitamente.

I funerali di Horst Fantazzini

LIBERI TUTTI. Con questo striscione che ne precedeva il carro funebre, Horst Fantazzini ha lasciato i compagni, le compagne, amici e parenti.

Si è svolto sabato 29 dicembre [2001] il funerale in forma a-religiosa. Presso il cimitero della Certosa di Bologna si sono riunite oltre 200 persone, in massima parte compagne e compagni anarchici. Nella sala del Pantheon si é svolta la cerimonia di commiato dove hanno preso la parola Patrizia, Chiara, Giorgio, Sabatino, Salvatore, Laura e Walter, ognuna ed ognuno con un ricordo di Horst. Si é poi formato un piccolo corteo che ha accompagnato per un breve tratto il carro funebre, con le note di “Addio Lugano bella” prodotte dalla fisarmonica di Gloria e dalla tromba di Giorgio e lo striscione “Liberi tutti” che apriva il corteo. C’era anche lo striscione dei compagni del Movimento Anarchico Fiorentino “né stati, né religioni, né servi, né padroni”. C’erano tante bandiere ed ovviamente anche quella della Federazione Anarchica Bolognese che suo padre, Alfonso “Libero”, aveva lasciato ai compagni.

La morte di Horst Fantazzini

Horst è morto il 24 dicembre intorno alle 20 a causa di un aneurisma addominale. La morte lo aveva colpito nel carcere della Dozza dove dimorava ormai da due anni. Ma la sua condizione di detenuto era cambiata. Dopo un breve periodo di semilibertà, di vita seminormale, da alcuni giorni era tornato ad essere un detenuto a tempo pieno, un rapinatore “gentile”, un bandito dalla società. Il 19 dicembre, infatti, era stato arrestato assieme a Carlo Tesseri, in fondo a via Mascarella con l’accusa di aver tentato una rapina alla Banca Agricola Mantovana.

Al diffondersi della notizia della morte di Horst si sono diffuse le voci più varie, anche quelle di una sua morte “incidentale”. L’autopsia che si è svolta alla presenza di un medico di parte nominata dai figli Luigi e Loris e le testimonianze di alcuni reclusi, hanno fugato ogni dubbio e preoccupazione. Horst é stato subito soccorso e rianimato ma un secondo, fatale attacco, lo ha stroncato. Una morte banale ma una fine dignitosa di una vita in cui la dignità con la quale ha affrontato mille traversie é stato il tratto caratteristico della sua figura.

È nota, soprattutto ai lettori di Umanità Nova, la sua vicenda umana. Giovane operaio alla fine degli anni sessanta mise in pratica le considerazioni di Bertold Brecht “è più criminale fondare una banca che svaligiarla”. Ma, contrariamente alle cronache rosa-nere che lo hanno reso famoso non fu mai un uomo della “mala”. Agiva sempre da solo o con pochi amici. Rispondeva sempre in prima persona del suo operato, non incitava altri ad emularne le gesta, non usava armi da fuoco e prendeva ciò che riteneva “strettamente necessario”.

La fallita evasione e le rivolte

La sua lunga detenzione è iniziata nel 1973 dopo il suo tentativo di evasione dal carcere di Fossano culminato con il suo linciaggio da parte dei carabinieri del generale Dalla Chiesa. Questo fatto era stato da lui raccontato nel libro “Ormai è fatta” dal quale é stato tratto l’omonimo film proiettato in pochissime sale cinematografiche nell’estate del 1999. Aveva conosciuto le galere europee già diverse volte negli anni precedenti. Ma ha fatto 16 anni di carcere continuativo e senza permessi, fatto talmente raro da averne fatto un caso giudiziario. Aveva infatti ottenuto un permesso nell’inverno del 1989 e ne aveva approfittato per riprendersi un po’ della sua vita.

Era stato nuovamente arrestato nell’estate del 1991 in un’operazione che aveva dato il via alle montature antianarchiche degli anni ’90. Da questo episodio la sua nomea di “terrorista” che ha portato molti giornali ad accomunarlo o addirittura ad affiliarlo alle Brigate Rosse. Proprio lui che, attivo partecipe di tutte le rivolte carcerarie, aveva combattuto non solo il potere dei secondini “di stato” ma anche quello dei secondini del “potere rosso” e, per questo, era stato oggetto di percosse da parte di detenuti istigati dal “fronte delle carceri”.

Horst Fantazini, un uomo libero

Un uomo libero, indomito fino alla fine. Una vita vissuta con dignità, una dignità che, alla fine, gli hanno dovuto riconoscere anche i forcaioli ed i borghesi. Se qualche ombra resterà sulla sua vita, questa sarà determinata esclusivamente dalla sua grande generosità.

Sul numero 19 di U.N. del 30 maggio 1999, commentando l’uscita nelle sale cinematografiche del film “Ormai é fatta” scrivevamo: “Un giorno o l’altro vi tedierò con la loro storia. Così come della storia di Horst né il libro né il film dicono tutto quel che c’è da sapere ma, Ormai é fatta.” Per ora, gli eventi ci hanno impedito di entrare più diffusamente sulla questione ma, rinnoviamo l’impegno e, per altro, segnaliamo l’attività del Dizionario Biografico degli anarchici italiani sulle cui pagine é prossima la pubblicazione della scheda su Alfonso “Libero” Fantazzini e dove, ormai, sarà presto curata anche una scheda su Horst, suo figlio, che “libero” lo é stato per brevi periodi.

Franca Ongaro Basaglia

Provo un profondo disagio nell’incominciare a scrivere le poche righe di presentazione di un libro che parla da sé. Cosa potrei aggiungere a quello che Anna Fantazzini dice nella sua introduzione e a quello che Horst Fantazzini spiega e racconta? Una volta che dei «ribelli», così lucidi e consapevoli della loro ribellione e del suo significato, li esprimono senza la mediazione di una voce estranea che li interpreti, che parole usare che non siano di troppo o che non rendano astratta, falsa e incorporea una realtà concreta che parla da sola?
E tuttavia siamo così abituati agli orrori che parlano da sé, alla constatazione della violenza della realtà, all’inevitabilità dei soprusi, alla grossolanità di ciò che tenta di mascherarli e non di meno continua sfacciatamente ad attuarli, che forse vale la pena di sottolineare, quando si può, questi orrori perché ci costringano a reagire e ad esigere – oltre le denunce – dei progetti per un’altra vita.

Logica e funzione del carcere

Tenterò quindi – senza appiattire la storia di Horst Fantazzini incanalandola nella freddezza delle analisi e dei concetti – di sottolineare alcuni punti da cui maggiormente traspare la logica della condanna e della pena, della sopraffazione e del sopruso; la logica del carcere, la sua funzione, il perché è così e non in altro modo; il perché resta così anche quando muta, si trasforma, si umanizza. E tutto alla luce delle poche parole scritte da Anna Fantazzini che, partendo dalla constatazione più concreta della realtà («nelle portinerie delle carceri si trova solo povera gente come me ad attendere, gente umile, indifesa, proletari che da sempre portano sulle spalle il peso dell’arroganza del potere»), aprono il discorso a una speranza: «… in questi vent’anni tante cose sono cambiate e oggi un giovane, ribelle per natura, non è mai solo e gli si aprono davanti tante strade per usare la sua rabbia in modo costruttivo

Che sia vero che in questi vent’anni le cose sono cambiate, non so; né sono certa che oggi un giovane ribelle trovi facilmente un significato in una lotta costruttiva: troppi «ribelli» sono ancora soli, rispondono ancora da soli al mondo ingiusto che li circonda, usando la loro rabbia in modo distruttivo o autodistruttivo. Certo è che in questa frase di Anna Fantazzini c’è la consapevolezza di che cos’è la ribellione in una società che accetta solo schiavi e padroni e schiaccia chi non si adegua a questa regola; e, insieme, la consapevolezza di ciò che è la repressione, che può colpire l’individuo finché è solo e da solo risponde alle ingiustizie che subisce, ma non può nulla nel momento in cui gli oppressi si organizzano per ribellarsi all’oppressione.

I limiti della rivolta individuale

Finché l’oppresso resta isolato e risponde individualmente alle ingiustizie e ai soprusi, le condanne e il carcere saranno sufficienti a mantenere il disagio sociale, espresso dal comportamento deviante, circoscritto nell’individuo stesso, come se si trattasse di un’anomalia particolare: il delinquente è cattivo per natura e la società non può che reprimere i suoi impulsi incontrollabili e privi di significato. Finché l’oppresso agisce isolatamente, la repressione può continuare a colpirlo individualmente, senza che esista un nesso di causalità o una relazione fra il comportamento deviante e la «regola» da cui questo comportamento devia.

Il lucido resoconto di questa esperienza di rivolta individuale ne è una chiara dimostrazione: tanto più chiara e dolorosa, quanto più Horst Fantazzini è consapevole dei limiti della sua rivolta e della sua ribellione. Ma è questa stessa consapevolezza che gli dà la capacità di cogliere ciò che la condanna e il carcere sono intenzionalmente deputati a produrre: un detenuto che si riconosca colpevole, che si adatti alla condanna, finché «quello che in un primo tempo era solo un comportamento di comodo, diventa una seconda natura ed egli si sente completamente integrato nell’universo assurdo che lo circonda».

La finalità distruttiva della detenzione

I particolari che traspaiono dalla descrizione della quotidianità della reclusione sono tutti in linea con questa finalità distruttiva: i trasferimenti inutili da un carcere all’altro; l’abuso di potere da parte dei funzionari; l’arbitrio degli interventi positivi o negativi (un medico «gentile» che si prende cura del caso; un reparto di infermeria dove si dimentica per giorni un detenuto ferito o si ignora che si tratta di un ferito; un errore nei trasferimenti); il totale disinteresse nei confronti dei familiari del detenuto che sono costretti a vagare da una città all’altra senza avere mai la certezza di trovarlo nel luogo in cui dovrebbe essere («Partito senza lasciare il nuovo indirizzo»); le minacce di trasferimenti punitivi in carceri più rigide e più severe («Fossano è uno dei carceri dal volto umano. Questa classificazione comporta l’implicita ammissione che esistono anche carceri dal volto disumano… il detenuto viene ricattato con lo spettro di trasferimenti punitivi»); le lettere dimenticate e non consegnate; l’umiliazione delle attese e delle perquisizioni dei familiari, prima dei colloqui («Se io sono delinquente, anche la mia famiglia deve avere qualche cromosoma inquinato»); la burocrazia usata come forma di repressione («Altri che, come me, possono contare su appoggi esterni, è raro che subiscano maltrattamenti fisici. Vengono ugualmente schiacciati, ma più intelligentemente, semi-legalmente; burocraticamente, con le firme giuste»).

Il rispetto negato è l’annientamento

Questi interventi sono tutti essenzialmente tesi a dimostrare al detenuto di non essere più uomo, costruendogli un’immagine di sé da cui non riuscirà più a liberarsi, una volta che vi si sia riconosciuto. Perché chi non è rispettato, facilmente arriva a riconoscersi indegno di rispetto. In questo consiste il graduale adattamento alla condanna, alla punizione e alla vita concentrazionale; adattamento che viene proposto e imposto come l’unica via per riuscire a sopravvivere («detenuti vengono classificati in “buoni” e “cattivi” come i bambini ed è necessario appartenere alla prima categoria per sperare di ottenere, un lontano giorno, una riduzione della pena, la grazia… Il detenuto con una condanna a vita o quasi, comprende subito che la sua unica speranza risiede nell’adeguarsi a queste regole»), ma che insieme è l’arma «legale» usata per distruggere definitivamente («L’opera di rieducazione e di recupero ha avuto successo: quello che forse era un uomo o che sarebbe potuto diventarlo è ora solo un involucro vuoto, una cosa senza personalità, senza speranze, senza ideali, che si sente smarrito il giorno in cui le porte del carcere si spalancheranno davanti a lui.»).

Horst Fantazzini rovescia il dispositivo

Horst Fantazzini ha capito per esperienza diretta in che cosa consista questo adattamento e non l’ha accettato, capovolgendo la logica della punizione e della condanna: «Sino a quando un uomo non si rassegna è ancora recuperabile». Non è dunque l’uomo adattato a regole disumane che è recuperabile, ma l’uomo che si ribella alla violenza, anche se è in carcere per pagare la propria violenza; l’uomo che conserva il senso dei suoi diritti di uomo, anche se ha sbagliato; l’uomo che si domanda se «una società ingiusta può emettere condanne giuste».
Perché, questi uomini che hanno sbagliato agli occhi della società, che cosa hanno ricevuto da questa società che li punisce? Quando e come le leggi da cui essi deviano hanno avuto, nei loro confronti, una funzione di tutela e di protezione? In che modo essi possono sentirsi membri partecipi di questa società, se le leggi che essa impone non sono fatte per rispondere ai loro bisogni e se essa li riconosce suoi «figli» solo nel momento in cui li punisce?

Nelle portinerie delle carceri si trova solo povera gente come me ad attendere, gente umile, indifesa, proletari… Anche se la legge si dichiara uguale per tutti, è solo una classe che cade sotto le sue sanzioni: la classe che non ha strumenti per difendersi, non ha alternative per vivere, non ha niente da perdere anche se si butta allo sbaraglio, nell’illegalità. La «legalità» serve sempre a tutelare gli «altri», quelli che fanno le leggi per sé e per i propri bisogni; quelli che ne conoscono il linguaggio perché è il loro, che sanno come usarle e utilizzarle, che trovano sempre un modo, anche quando «sbagliano», di evitare o ridurre le sanzioni.

Il rifiuto di Horst Fantazzini della condanna

Quando Horst Fantazzini dichiara: «Con questo gesto rifiuto la condanna, rifiuto i codici…» sono la condanna e i codici di una società in cui non si riconosce che rifiuta, così come rifiuta la violenza legalizzata di cui è oggetto la classe cui appartiene («Di quante violenze “legali” siamo stati vittime io, te, e tanti altri come noi?»). Questa consapevolezza che fa dire ad Anna Fantazzini «in una società un po’ più giusta anche noi saremmo stati felici», fa dire a Horst, detenuto ribelle non ancora rassegnato e quindi ancora uomo, «saranno sempre meno i detenuti che si lasceranno “recuperare”, sempre di più quelli che, anziché sentirsi in colpa, si prenderanno il diritto di mostrare il loro dito accusatore».

Ma questo dito accusatore sollevato da chi paga per una devianza da regole che non servono alla sua vita, deve servire a progettare e esigere regole che rispondano alla tutela e al rispetto della vita di tutti, perché parole inflazionate come «giustizia» e «legalità» di cui si è perso il significato reale, non corrispondano più – sotto la mistificazione della loro apparente universalità – alla tutela della classe che ne stabilisce i limiti e i confini, ma alla concreta e vera possibilità di vita per tutti. Una società giusta non è quella che fabbrica carceri modello per i trasgressori delle sue leggi, ma quella che emana leggi in cui ogni cittadino si riconosce perché ha partecipato a elaborarle e perché in esse trova tutela, protezione e risposte ai suoi bisogni.

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente è in pensione dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

*

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.