Oreste Scalzone e la sua sana voglia di dissenso
“Nessuna guerra è finita se i prigionieri non tornano a casa”
[La mia prima intervista a Oreste Scalzone, nell’agosto del 1987, da cui nascerà un lungo, tormentato sodalizio, durato vent’anni]
La battaglia contro la Giustizia
Oreste Scalzone – dal suo esilio parigino – continua la sua cocciuta battaglia per la trasformazione dello stato di cose presenti. Da qualche anno – dopo l’esperienza del carcere speciale – che lo stava uccidendo – ha posto al centro della sua esistenza la battaglia contro la Giustizia – “la cui intera storia è un delitto terribile contro l’umanità”. Della sua campagna – non più isolata – per una soluzione politica per i prigionieri del ciclo di lotte degli anni ’70 – della vicenda di Paolo Signorelli e della mobilitazione trasversale per la sua liberazione – e infine dei suoi personali approdi politici Scalzone ha discusso con noi – combinando in una sconcertante miscela cattiveria sognante e innocenza disarmante.
La libertà per Paolo Signorelli

La difesa impossibile
Nel tuo ultimo libro – “La difesa impossibile” esprimi una critica radicale della Giustizia che travalica gli stessi limiti della tradizione marxista sulla sua natura classista. Qual è il rapporto tra quest’approdo e una battaglia – che il tuo tradizionale bagaglio politico ti farebbe definire tattica – come quella per l’amnistia?
“E’ inutile qui rimettere sul tappeto l’utopia feconda di una società senza carcere, basta constatare l’esistenza di due ordini di ragioni favorevoli a una soluzione politica generale per i prigionieri politici degli anni ’70. La stessa produzione di una legislazione di emergenza che ha sospeso il principio della responsabilità individuale – della uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge – introducendo meccanismi di premio per la collaborazione e la condotta degli imputati – rovesciando infine l’onere della prova – dimostra il carattere eccezionale della situazione.
Quell’emergenza non esiste più, esperienze storiche non si ripetono nello stesso luogo – in tempi brevi. e anche se si riproducessero le stesse circostanze credo che nessuno di noi rifarebbe le stesse cose. Un secondo aspetto – poi – e che non si può ridurre un movimento politico e sociale alle strettoie della responsabilità penale tant’è vero che per poterlo perseguire il potere ha dovuto mettere tra parentesi il principio della stretta legalità.
Perché allora lo Stato dell’emergenza dovrebbe – rovesciando la tendenza – azzerare il contenzioso penale e penitenziario?
“Nessuna guerra è finita se i prigionieri non tornano a casa. L’esistenza dei prigionieri politici per quegli anni di convulsione è una delle precondizioni stesse che possono determinare una continuità o un ritorno. Se il Parlamento ha questa chiaroveggente consapevolezza puoà allora imboccare la strada dell’equità e della normalizzazione con un atto storico”.
Ma esiste in Parlamento uno schieramento che sappia far propria questa capacità visionaria?
“Dp – Verdi – radicali e indipendenti di sinistra possono essere i promotori di questo discorso – ma la strada più corretta è la raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare che mobiliti la gente e sia usata per dar forza alla mediazione parlamentare”.
Per anni la proposta di amnistia è stata respinta dagli stessi diretti interessati mentre negli ultimi mesi i segnali di attenzione dal carcere si diffondono
“Certamente dalla lettera di Curcio Moretti Jannelli e Bertolazzi alle recenti aperture di Balzerani Gallinari Seghetti – e di altri fino a pochi mesi fa impegnati in proposte di organizzazione di partiti combattenti – sta prendendo corpo una rottura di continuità importante. Così c’è movimento anche nell’area garantista. Rossanda e il Manifesto si sono recentemente mossi in direzione di una tematica di amnistia”.
Tutti d’accordo, allora?
“No – le differenze restano notevoli. Dp e Il Manifesto tendono a vedere in continuità dissociazione ed amnistia – mentre per noi la dissociazione ha prodotto ritardi e danni e slittamenti culturali assai gravi. Per anni il continuismo irriducibilista e la deriva della dissociazione hanno schiacciato come una tenaglia la nostra posizione. Ma oggi non è il tempo – né il luogo – né il caso di riaprire una polemica annosa, conviene considerare tutto questo acqua passata”.
“I termini della questione sono diversi. L’idea della transizione nella forma della dittatura del proletariato si è definitivamente consumata – non tanto per la sconfitta italiana ma per l’evidente indesiderabilità di tutte le società postrivoluzionarie di questo secolo ed in particolare del socialismo realizzato. Il problema è quindi l’invenzione di forme libere e nuove di rivoluzione sociale – non autoritarie né coercitive. Non più quindi – una centralità nella transizione di Partito e programma ma una proliferazione di movimenti e di comunità alternative.
Insomma – parafrasando il “revisionista” Bernstein “il fine è nulla – i movimenti sono tutto”. Nella realtà attuale vedo solo due allusioni possibili, il movimento alternativo di Berlino a cavallo degli anni ’80 e il movimento polacco dal Kor all’esplosione di Solidarnosc – con la teoria di Kuron della rivoluzione autolimitata”.
In questa traiettoria di fuoriuscita dalla tradizione politica del movimento comunista hai quindi sicuramente fatto i conti anche con il problema della violenza
“Io credo che sia difficile poter dire se la trasformazione dovrà essere d’ora in poi e per sempre depurata di ogni violenza – perché viviamo in un mondo che gronda di violenze. Il sistema degli Stati da una parte – gli integrismi reattivi dall’altra creano una situazione di violenze continue. Quello che però credo è che nella nostra area geopolitica la forma di lotta privilegiata dovrebbe essere l’illegalità non violenta. L’organizzazione dell’obiezione e del dissenso mi sembra decisiva in una società in cui aumentano i caratteri totalitari soprattutto per l’effetto di centrifugazione e di omologazione portato avanti dai media”.
IL GIORNALE DI NAPOLI AGOSTO 1987
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