12 marzo 1977, parla l’Autonomia operaia romana

vincenzo miliucci

Per completare lo speciale dedicato al 12 marzo 1977, il giorno degli scontri insurrezionali di Roma, mancava la testimonianza della maggiore organizzazione dell’Autonomia operaia romana, i Comitati autonomi operai, meglio noti come Collettivi di via dei Volsci, dalla strada di San Lorenzo che ne ospitava la sede. Attingiamo ancora al volume di Claudio Del Bello, Una sparatoria tranquilla, da cui abbiamo preso anche la testimonianza di Francesco Piccioni.

Vincenzo Miliucci (Comitato Politico Enel) – Ci fu la grande manifestazione del 5 marzo, e poi si arrivò a quella del 12 marzo, che che avevamo convocato a conclusione dell’assemblea nazionale di febbraio e che si caricò di una forza enorme, dirompente, proprio perché l’11 marzo a Bologna un carabiniere uccise Francesco Lorusso … In quei 150 mila che occuparono Roma, in quel lungo serpentone successero tanti atti, come il gesto simbolico dell’effrazione di un’armeria sul lungotevere… dall’armeria portarono via tutto l’asportabile, dalle canne da pesca, agli stivaloni, ai cappelletti da cacciatore, agli schioppi…

D -… anche i revolver…

Miliucci -… dei revolver non so… non mi pare.

D -… ma l’ho visto io…

Miliucci -… beh io non li ho visti, ho visto solo schioppi, alcuni gettati sulle rive del Tevere… comunque sia fu un gesto con valore puramente simbolico… e comunque non si ebbe bisogno di sparare, anche perché il movimento si seppe difendere, come fu costretto a farlo in tante altre circostanze.

D – Ho l’impressione che tu insista un po’ troppo sull’aspetto simbolico e virtuale a scapito di quello materiale. Mi sembra di ricordare che di armi ne girassero molte, che tutte le strutture di servizio d’ordine fossero armate… Su questo dovresti essere più esplicito, anche perché questo argomento, così come non deve essere enfatizzato, non deve essere nemmeno demonizzato. C’è un paradosso delle armi… tutti armati, e nessuno si fa male… E ho una mezza idea di intitolare questo libro “Una sparatoria tranquilla”, con riferimento a un episodio raccontato da un compagno…

Miliucci – Guarda che il gesto dell’armeria aveva un duplice significato. Uno rivolto al potere: “Quando si avrà bisogno di armi, le si prenderà tranquillamente nei luoghi usuali…”. L’altro, rivolto alle formazioni armate: “Non è il tempo della clandestinità, del passaggio all’armamento…”. Fu un atto scanzonato che destò piuttosto simpatia. Mi pare che tu consideri le bottiglie molotov “armi”: né la sinistra rivoluzionaria, né il movimento le hanno mai considerate tali. Al massimo, una “sensazione” di difesa, il senso di protezione dato al corteo, la disciplina comportamentale degli addetti al servizio d’ordine. Il 12 marzo ne furono scagliate tante contro la sede della D.C. provinciale… Un gran falò di quelli che preannunciano la primavera…

Peppe Galluzzi (Comitati autonomi operai – Castelli Romani)

il 12 marzo 1977 a Roma è stata una cosa enorme… non si è più ripetuta… non credo che prima fosse mai successa una cosa del genere; per 6 ore la città è stata sottoposta a uno scontro di portata consistente: 100.000 persone in piazza – comunque quello era l’ordine di grandezza – con gli scontri cominciati all’imbrunire, e poi continuati fino alla sera alle 10, da piazza del Gesù a piazza Venezia, a lungotevere fino a Prati…

saranno state tirate 500 bottiglie; c’è stato un utilizzo diffuso di armi da fuoco, da tutte le parti; una risposta di massa su una questione che era di portare la politica generale da una parte, sulla quale convergevano tutta una serie di parzialità che vanno dalla disoccupazione di massa, disoccupazione dell’intellettualità di massa, quella che si era formata appunto in quegli anni, dall’emergenza di avanguardie, aristocrazie politiche, di classe, insomma che, pur provenendo da settori arretrati del lavoro – i settori ospedalieri si potevano considerare come tali – da una condizione di miseria salariale, agli inizi degli anni Settanta, spaventosa…

Bruno (Autonomo di Centocelle)

R – Ricordo la manifestazione del 12 marzo a Roma, perché lì partecipammo anche come strutture organizzate.

D – In che punto del corteo stavate?

R – Noi eravamo nella parte finale del corteo, che poi era grandissimo. Nel senso che quando noi ci siamo mossi da piazza Esedra si sapeva già che a piazza Venezia c’erano degli scontri. Pioveva quel giorno.

D – Che avete fatto?

R – Niente, praticamente abbiamo fatto gli scontri. Perché si allargavano a macchia d’olio. E quindi noi abbiamo fatto Campo de’ fiori e poi siamo arrivati a piazzale Flaminio, percorrendo tutto il lungotevere. Lì ci sono stati dei focolai di scontri. Comunque noi precedentemente avevamo avuto delle scaramucce con la polizia al Comune di Roma, lì intorno al Campidoglio. Perché si capiva che il corteo era grande, immenso, però a un certo punto si era un po’ disperso. Comunque i gruppi erano consistenti, si parlava di centinaia di persone che si spostavano continuamente.

D – Quale era l’armamento medio dei gruppi organizzati?

R – L’armamento medio era la bottiglia, che, ricordo, noi ce ne avevamo…

D – Voi non avevate armati?

R – Be’, qualche cosina c’era, insomma. Però effettivamente l’armamento di massa, generalizzato, era la spranga. (…)

D – Un episodio del 12 marzo?

R – Un episodio del 12 marzo, come accennavo, che mi è rimasto impresso anche perché è stato estremamente pesante, è questo: dicevo che il corteo si era scontrato e gli scontri si espandevano a macchia d’olio in tutta la città. Noi a un certo punto ci trovammo, eravamo una cinquantina di compagni, nei pressi del Campidoglio. Praticamente ci eravamo staccati dal resto del corteo. Anche perché eravamo gli ultimi. Lì si decise, sul momento, di attaccare il…

C’era una caserma della polizia municipale. Era di sera, e pioveva. E praticamente ci siamo avvicinati… col sistema del lancio di bottiglie, comunque, alla fin fine erano questi gli strumenti. Sì, ci fu un attacco di molotov a questa caserma della municipale. Noi pensavamo così, essendo una struttura non molto militarizzata, che finisse lì… In realtà poi si è determinato un vero e proprio conflitto a fuoco. Nel senso che alle prime bottiglie che arrivarono, fra l’altro sui muri, ci fu una salva proprio di proiettili…

D – Sparati da dentro?

R – Sparati proprio da dentro. Ci fu anche, da questo punto di vista, anche del piccolo spezzone di corteo che noi rappresentavamo… E comunque, ecco, la scena è finita lì. Dopodiché siamo ritornati sul lungotevere, da quelle parti c’era l’armeria che era stata svaligiata e abbiamo assistito a tutta questa gran festa, chiamiamola così.

D – Ma era stata svaligiata prima…

R – Ormai c’erano rimaste veramente solo le canne da pesca… [risate]

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente è in pensione dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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